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Don Giuseppe Quattrino. L’uomo che diede un volto alla Provincia Italiana


Don Giuseppe Quattrino
Don Giuseppe Quattrino.

«Passò facendo bene ogni cosa diretto alla casa del Padre. Se ne andò per restare sempre tra i suoi».

Dal ricordino di memoria di don Giuseppe Quattrino

Quando nel 1942 don Giuseppe Quattrino divenne il primo Direttore Provinciale dei Missionari del Preziosissimo Sangue in Italia era ancora un sacerdote giovanissimo. La Provincia Italiana nasceva in uno dei momenti più difficili della storia del Paese e doveva imparare a camminare con una propria responsabilità, mentre la guerra avrebbe presto raggiunto le case, le persone e le opere della Congregazione. Quattrino ne rimase alla guida fino al 1966. Quasi un quarto di secolo durante il quale quella giovane Provincia acquistò progressivamente un volto, una struttura formativa, nuovi campi di apostolato e un orizzonte missionario capace di andare oltre l’Italia e l’Europa.

Raccontare Quattrino attraverso l’elenco dei suoi incarichi sarebbe semplice e, in fondo, gli renderebbe poca giustizia. Le lettere conservate a San Felice, gli scritti che lasciò alla Congregazione e il ricordo dei confratelli permettono di incontrare un uomo che governava pensando alle persone. Seguiva i grandi orientamenti della Provincia e nello stesso tempo sapeva che in una casa mancavano i letti, che i ragazzi avevano freddo, che i lavori avanzavano lentamente e che i creditori premevano. La sua storia attraversa proprio questa distanza, continuamente colmata, tra le decisioni di governo e la vita concreta delle comunità.

Una Provincia ancora da costruire

Le pubblicazioni dei Missionari ricordano Quattrino come il primo Direttore Provinciale d’Italia, in carica dal 1942 al 1966. La durata stessa del suo servizio dice quanto profondamente il suo nome sia legato alla formazione della Provincia. Non ricevette una realtà già assestata. Dovette accompagnarne i primi passi, attraversare gli anni della guerra e del dopoguerra, sostenere la ripresa delle case, organizzare la formazione e misurarsi con forme di apostolato che stavano diventando più varie rispetto alla stagione classica delle missioni popolari.

Negli anni del suo governo i Missionari italiani si trovarono sempre più presenti anche nelle parrocchie, nelle cappellanie, nelle scuole e nelle opere educative. Quattrino non interpretò questa trasformazione come un semplice aumento delle attività. Cercò di conservarne il legame con l’identità ricevuta da san Gaspare. Nel 1965, in occasione del centocinquantesimo anniversario della fondazione, tornò proprio alla sorgente spirituale della Congregazione e riassunse l’intuizione del Fondatore nella necessità di «crescere interiormente per effondersi completamente». Molti anni dopo la sua morte, nel bicentenario del 2015, i Missionari ripresero ancora quelle pagine per riflettere sulla propria identità apostolica.

San Felice nel cuore

San Felice permette di vedere questa visione diventare vita quotidiana. Quando nel 1954 nacque il Probandato, Quattrino aveva già alle spalle dodici anni di governo provinciale. La Casa Madre tornava ad accogliere giovani destinati alla vita missionaria e il Provinciale seguì quella esperienza con un’attenzione che le lettere rendono sorprendentemente vicina.

Nel marzo 1955 scriveva al direttore di avere «continuamente nella mente e nel cuore il Probandato» e gli ricordava che la Provincia sperava molto nel lavoro compiuto con quei ragazzi. Non era una frase cerimoniale. Negli anni successivi intervenne sull’organizzazione degli studi, sui ritiri, sulle uscite, sulla vita spirituale e sul modo di accompagnare personalmente i giovani. Nel 1956 insisteva perché le famiglie comprendessero che il Probandato era un «anno speciale», con un proprio ritmo e una reale separazione dalla vita ordinaria; suggeriva lunghe camminate nei dintorni e chiedeva che la predicazione dei ritiri mensili formasse un cammino coerente durante l’anno.

Anche l’esercizio della predicazione mostra qualcosa del suo modo di intendere la formazione. Nel 1957 raccomandava che i ragazzi facessero le loro prime prediche privatamente. Era un apprendistato protetto: prima di parlare al popolo bisognava imparare a preparare una parola, ordinarla e pronunciarla davanti agli altri. Nello stesso periodo a San Felice si tenevano le “Discussioni” mensili sulle virtù proposte durante il ritiro, nelle quali i probandi erano invitati a confrontarsi liberamente, sviluppando lo spirito di ricerca e imparando a correggere idee imprecise. Il futuro Missionario doveva formarsi nella vita spirituale e imparare progressivamente a comunicare ciò che aveva ricevuto.

Il Provinciale che pensava al freddo dei ragazzi

Le lettere fanno emergere soprattutto una vicinanza che i documenti ufficiali difficilmente potrebbero raccontare. Nel dicembre 1955 Quattrino scrive da Roma e pensa ai probandi durante i giorni di freddo: «Chi sa che freddo avranno! mi son detto». Nella stessa lettera annuncia l’arrivo di un piccolo armonio regalato alla casa e informa che sta preparando i doni di Natale. Verrà verso il 20 dicembre, probabilmente insieme a don Luigi Contegiacomo, però aggiunge subito una raccomandazione: «Ma non dica nulla ai Probandi». Voleva conservare la sorpresa.

Il governo della Provincia passava anche attraverso simili attenzioni. Quando La Favia gli descriveva le difficoltà dei ragazzi, Quattrino invitava a seguirli nei colloqui personali. Quando arrivavano gli auguri per il suo onomastico chiedeva che fossero ringraziati uno per uno, soprattutto per le preghiere fatte per lui. Nel marzo 1957, rispondendo a una lunga relazione sulla vita di San Felice, concluse con un augurio che sembra racchiudere ciò che desiderava per quella casa: «Il Signore benedica tanto fervore e faccia di S. Felice un santo rifugio per lo spirito».

Quando c’era «magra»

Accanto alla formazione c’era una Provincia da mantenere in piedi. Le lettere economiche rivelano un Quattrino concreto e spesso ironico. A San Felice occorrevano denaro per i lavori, arredi, animali per l’economia della casa, materiali e pagamenti per fornitori che cominciavano a perdere la pazienza. Quando non riusciva a rispondere subito alle richieste di denaro spiegava senza giri di parole che era segno che c’era «magra» e che una telefonata non avrebbe modificato la situazione. In un’altra occasione mandò quanto poteva, riconoscendo che la somma non sarebbe bastata e suggerendo di usarla per tenere a bada i creditori più insistenti.

Non era disinteresse. Era il contrario: conosceva abbastanza bene le case da sapere dove il denaro sarebbe finito. Le sue lettere possono passare nel giro di poche righe dalla spiritualità dei probandi a una pompa per il pozzo, dalle grate dei termosifoni a una porta da recuperare dalla chiesa, dai lavori del convento all’acquisto dei suini. La Provincia che stava costruendo aveva bisogno di idee e di spiritualità; aveva anche bisogno che qualcuno facesse i conti e decidesse quale spesa potesse aspettare fino al mese successivo.

Aprire la Provincia al mondo

Durante il lungo provincialato di Quattrino maturò anche la decisione di aprire una missione fuori dall’Italia e dall’Europa. La memoria internazionale della Congregazione collega esplicitamente questa scelta alla Provincia guidata da lui tra il 1942 e il 1966; il suo successore, don Ernesto Guerrieri, accompagnò poi la fondazione della missione in Tanzania. Anche Giulio Andreotti, ricordando molti anni dopo l’amico segnino, parlò del ruolo istitutivo avuto da Quattrino nell’avventura missionaria africana.

Quella scelta completava un percorso. La Provincia nata in Italia durante la guerra aveva imparato gradualmente a guardare oltre i propri confini. La missione ad gentes non cancellava il lavoro delle case, delle parrocchie o delle scuole: ne allargava il respiro. Era un altro modo per custodire l’intuizione delle origini, quella di uomini formati per partire.

Custodire e raccontare una memoria

Quattrino ebbe anche una particolare attenzione alla storia della Congregazione e alla sua capacità di comunicare. Scrisse sulla memoria dei primi Missionari, sulla spiritualità di san Gaspare e sulle vicende dell’Istituto. Nel 1952 firmò per l’Enciclopedia Cattolica la voce dedicata ai Missionari del Preziosissimo Sangue. Nel 1965, per il centocinquantesimo anniversario della fondazione, tornò a riflettere sulla fisionomia spirituale della Congregazione. Dopo il provincialato continuò a essere presente nella vita editoriale missionaria; ancora nel 1970 il suo nome compariva come direttore responsabile di una pubblicazione della Provincia.

Anche una scelta liturgica conserva la sua impronta. Quando nel 1962 la festa di san Gaspare venne fissata al 21 ottobre, Quattrino spiegò la convenienza pastorale di una data che evitasse i rigori dell’inverno e permettesse la partecipazione degli alunni dei collegi e delle scuole dirette dai Missionari. È un particolare piccolo, però coerente con molte altre decisioni che emergono dalle sue lettere: la tradizione acquistava senso quando poteva diventare vita per le persone.

«Se ne andò per restare sempre tra i suoi»

Quando morì nel 1973, i Missionari scelsero per il suo ricordino poche parole. Non tentarono di riassumere ventiquattro anni di governo, le opere avviate o le responsabilità ricoperte. Scrissero: «Passò facendo bene ogni cosa diretto alla casa del Padre. Se ne andò per restare sempre tra i suoi».

Quell’ultima frase sembra particolarmente adatta a Quattrino. Rimase tra i suoi perché molte delle scelte compiute durante il suo governo continuarono oltre di lui. Rimase nella formazione di generazioni di Missionari, nelle case che aveva seguito, nell’apertura missionaria della Provincia, negli scritti e nelle opere che aveva contribuito a far nascere. A San Felice rimase anche in una forma più discreta: nelle lettere spedite da Roma, nelle decisioni sui ragazzi e sui lavori, nelle preoccupazioni per il freddo, nei conti da far tornare e in quel desiderio che la Casa Madre fosse un «santo rifugio per lo spirito».

Michele Colagiovanni, che nel 1981 gli dedicò una biografia, lo ricordò come uno dei migliori sacerdoti che avesse conosciuto. Le carte di San Felice consentono oggi di capire qualcosa di quella memoria. Il Provinciale che per oltre vent’anni contribuì a dare forma alla Provincia Italiana non appare soltanto nelle grandi decisioni. Lo si ritrova nel modo con cui entrava nella vita delle comunità e vi lasciava una direzione, una domanda, qualche volta una battuta, spesso un incoraggiamento. Forse proprio per questo, quando se ne andò, i suoi confratelli poterono scrivere che sarebbe rimasto tra loro.


Per conoscere e approfondire

Michele Colagiovanni, Don Giuseppe Quattrino, Roma 1981, 128 pp., con illustrazioni fuori testo.

Giuseppe Quattrino, «La Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue compie centocinquant’anni (1815-1965)», in Il Sangue prezioso della nostra redenzione, LI, 3 (1965), pp. 9-14.

Il Sangue della Redenzione, 2015, nel bicentenario della Congregazione, con la ripresa degli scritti di Quattrino sulla vita interiore e l’apostolato missionario.

Nel Segno del Sangue, novembre-dicembre 2019, per la storia della festa di san Gaspare al 21 ottobre e il testo di Quattrino del 1962.

Missionari del Preziosissimo Sangue, memoria della Provincia Italiana e della missione in Tanzania; pubblicazioni della Congregazione relative al provincialato 1942-1966.

Archivio della Casa Madre di San Felice, corrispondenza del Provinciale con i direttori del Probandato e documentazione relativa agli anni 1954-1957.

Ricordino di memoria di don Giuseppe Quattrino: «Passò facendo bene ogni cosa diretto alla casa del Padre. Se ne andò per restare sempre tra i suoi».