don Mario Proietti, C.PP.S.

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La chiesa che non vediamo più


Abbazia di San Felice · La Sagrestia

La chiesa che non vediamo più

I tesori di San Felice tra reliquie, liturgia e memoria

Interno della chiesa di San Felice prima del restauro degli anni Cinquanta
L’interno di San Felice prima del grande restauro del 1954-1957.

Entrando oggi nella chiesa dell’Abbazia di San Felice è difficile immaginare che per secoli quelle stesse mura abbiano custodito un interno profondamente diverso. Altari lignei, dorature, immagini, tabernacoli, angeli e grandi apparati trasformavano l’antica architettura romanica secondo il gusto e la sensibilità religiosa delle epoche che si erano succedute. Nelle solennità la chiesa cambiava ancora: uscivano i grandi reliquiari, si accendevano le candele, gli altari venivano preparati, i celebranti indossavano i paramenti della festa e i grandi libri liturgici venivano aperti per la celebrazione.

Di quella San Felice oggi rimangono molti frammenti. Separati gli uni dagli altri possono apparire come reliquiari, stoffe, libri, statue o antichi arredi. Riavvicinati alle fotografie precedenti al restauro del 1954-1957 e alla memoria della Casa, cominciano invece a ricomporsi. Le loro forme ritrovano una funzione e, lentamente, fanno riapparire la chiesa che non vediamo più.

Una chiesa cresciuta nei secoli

San Felice non attraversò il tempo mantenendo immutato il volto romanico che oggi riconosciamo. Come accadde in moltissime chiese antiche, generazioni diverse lasciarono sulle murature, sugli altari e negli arredi il proprio modo di comprendere e vivere lo spazio sacro. La stagione barocca rivestì l’interno di apparati lignei, cornici, dorature e immagini; altari e tabernacoli entrarono in rapporto con statue, angeli e reliquiari, mentre il coro organizzava materialmente la preghiera della comunità religiosa.

Tra il 1954 e il 1957 il grande cantiere promosso dalla Sovrintendenza ai Monumenti e dal Genio Civile di Perugia intervenne su una chiesa che presentava seri problemi statici e scelse nello stesso tempo di restituire maggiore leggibilità alla struttura medievale. Furono eliminate numerose trasformazioni considerate estranee alla configurazione più antica: scomparvero dall’interno gli altari lignei laterali, la cantoria con l’organo, il coro e altre sovrastrutture che per secoli avevano fatto parte del paesaggio liturgico della chiesa. Quell’intervento ci ha consegnato in larga parte la San Felice che oggi vediamo; gli arredi sopravvissuti permettono di ricordare anche le stagioni precedenti della sua storia.

Le grandi cornici smontate, le colonne lignee, i tabernacoli e le sculture mostrano quanto fosse articolato quel linguaggio. Le volute e le foglie d’acanto, le conchiglie e le dorature appartenevano a complessi costruiti per avvolgere gli altari e accompagnare le immagini sacre. Oggi molti pezzi ci raggiungono separati, segnati da una lontananza che ne rende ancora più eloquente la presenza. Accostandoli alla fotografia della chiesa antica, tornano a suggerire il clima visivo nel quale San Felice fu abitata per lungo tempo.

Quando si apriva il «Tesoro delle Reliquie»

Fra gli oggetti più sorprendenti giunti fino a noi vi sono i reliquiari. Alcuni superano il metro di altezza e, con le loro basi slanciate e i coronamenti dorati, sembrano piccole architetture nate per innalzare allo sguardo la memoria dei santi. Altri custodiscono la reliquia entro teche ovali circondate da volute e cherubini; quelli distesi in forma d’urna affidano alla decorazione il compito di guidare gli occhi verso il frammento venerato. Le loro differenze raccontano un Tesoro cresciuto nel tempo, attraverso doni e devozioni che hanno lasciato nella chiesa il gusto delle epoche attraversate.

Per comprenderne davvero le dimensioni occorre però smettere di guardarli come oggetti isolati. I grandi reliquiari erano fatti per essere visti da una chiesa piena, collocati sull’altare fra candelieri, parati, fiori e luci. Proprio gli Avvertimenti per il Prefetto di Chiesa in S. Felice, documento ottocentesco attribuito a don Giovanni Merlini, hanno conservato il gesto concreto con il quale questo patrimonio entrava nella vita della comunità.

«Il Tesoro delle Reliquie si tiene aperto con due Candele accese […] I Reliquiari grandi s’espongono all’Altare Maggiore nel giorno di S. Felice».

Queste poche righe restituiscono ai reliquiari la loro misura. Nel giorno della Sagra, nella solennità di tutti i Santi e nella festa di san Felice il Tesoro veniva aperto; per la festa del martire la sua reliquia trovava posto sull’altare del Santo, mentre i reliquiari maggiori venivano disposti sull’Altare Maggiore. Terminato quel momento della celebrazione, venivano rimossi e l’altare veniva nuovamente preparato per la funzione successiva. Un’altra disposizione ricorda l’uso della diocesi di Spoleto di incensare la reliquia esposta prima di impartire con essa la benedizione.

Si comprende allora perché la doratura, l’argentatura, le teche e le decorazioni fossero così importanti. La luce delle candele si rifletteva sulle superfici e rendeva le reliquie percepibili anche a distanza. Il culto delle reliquie apparteneva a una sensibilità nella quale la memoria dei santi entrava fisicamente nello spazio celebrativo. La venerazione delle reliquie appartiene ancora alla vita della Chiesa; ciò che oggi incontriamo assai meno frequentemente è quella grande esposizione festiva capace di modificare per alcune ore l’intero volto dell’altare.

Alcuni dei reliquiari lignei appartenenti al patrimonio di San Felice, ricomposti fotograficamente per mostrarne forme e proporzioni.

Vestire la festa

La trasformazione della chiesa nelle solennità coinvolgeva anche i tessuti e gli abiti della celebrazione. Pianete, piviali e altri elementi del corredo sacro custoditi da San Felice mostrano ricami, galloni, figure e simboli che appartengono a stagioni diverse. Proprio questa varietà racconta la vita reale di una comunità: il corredo liturgico cresce nel tempo, riceve nuovi pezzi, ne conserva altri e accompagna generazioni differenti di celebranti.

I paramenti non servivano semplicemente a rivestire il ministro. Colore, materia e ricamo partecipavano al linguaggio della liturgia. Il monogramma IHS, la croce, le immagini dei santi, le figure angeliche, i motivi floreali e il pellicano che nutre i piccoli con il proprio sangue trasformavano il tessuto in una catechesi visibile. Nella cultura liturgica nella quale questi manufatti furono utilizzati, il fedele poteva incontrare attraverso gli occhi ciò che le parole e i gesti della celebrazione annunciavano.

Anche gli Avvertimenti fanno intravedere questa cura dell’apparato. Per il Preziosissimo Sangue, l’Assunzione, san Francesco Saverio e san Felice la chiesa veniva interamente parata; in altre feste erano preparati i colonnati e il presbiterio. Gli altari, secondo la stessa fonte, dovevano essere tenuti ordinati con i loro candelieri. Reliquiari e paramenti appartenevano quindi a un’unica regia celebrativa: la solennità diventava riconoscibile nello spazio ancora prima che iniziasse la funzione.

Una scelta dei paramenti liturgici: ricami, galloni e simboli destinati a rendere visibile il carattere della festa.

I libri che davano voce alla liturgia

Prima che la celebrazione diventasse parola pronunciata, canto e gesto, il rito era custodito nei grandi libri della sagrestia. Alcuni sono giunti fino a noi con i segni evidenti dell’uso: il cuoio consumato, gli angoli feriti, le legature provate dal tempo. Sono tracce che possiedono un valore particolare perché ricordano la funzione per la quale quei volumi furono realizzati. Non nacquero per rimanere chiusi in una biblioteca: dovevano essere aperti, letti e utilizzati nella preghiera della Chiesa.

Uno dei volumi ha già restituito con precisione la propria identità attraverso il frontespizio. È un Missale Romanum stampato a Roma nel 1735 dalla Tipografia Vaticana presso Giovanni Maria Enrico Salvioni. Il titolo richiama espressamente il Messale restaurato per decreto del Concilio di Trento e promulgato da san Pio V, con le successive revisioni di Clemente VIII e Urbano VIII. Quel grande libro collega così la storia concreta di San Felice alla più ampia storia della liturgia romana post-tridentina: le pagine aperte sull’altare di questa chiesa appartenevano allo stesso ordinamento celebrativo che univa comunità lontane nella preghiera della Chiesa.

Accanto al Messale del 1735, gli altri volumi conservano per ora il proprio silenzio. Le legature consumate e le pagine segnate dall’uso raccontano ugualmente una lunga familiarità con la preghiera. Furono libri tenuti tra le mani, posati sui leggii e aperti nei giorni ordinari e nelle solennità; attraverso di essi la voce della Chiesa entrava ogni giorno nella vita di San Felice.

Antico Messale romano custodito a San Felice
Il Missale Romanum stampato a Roma nel 1735, con i segni lasciati dall’uso liturgico.

Angeli, cornici e tabernacoli: frammenti di un’architettura

Le sculture lignee rimaste a San Felice invitano a compiere mentalmente l’operazione inversa rispetto a quella realizzata durante il restauro novecentesco: riavvicinare ciò che oggi vediamo separato. Gli angeli dorati, le figure policrome, le colonne e le grandi cornici non erano pensati come statue e decorazioni autonome. Vivevano in rapporto con altari, ancone e immagini. Isolati permettono di apprezzarne l’intaglio; ricondotti idealmente al loro contesto tornano a essere parti di un’architettura sacra.

Angeli lignei scolpiti appartenenti agli antichi apparati della chiesa
Angeli lignei scolpiti, un tempo parte degli apparati che animavano lo spazio sacro.

Lo mostrano con particolare chiarezza le cornici superstiti, nelle quali il legno scolpito si muove in grandi volute e foglie d’acanto, alternando doratura e policromia. Tra questi frammenti compare anche una delicata figura femminile in legno, nella quale sembra riconoscersi santa Chiara d’Assisi. Tiene il crocifisso e il rosario, mentre la superficie segnata dal tempo lascia ancora percepire la compostezza del volto. Accanto alle colonne lignee, la sua presenza ci riporta a una chiesa abitata dalle immagini dei santi, davanti alle quali si sostava e si affidava una preghiera.

Colonne lignee e statua di santa provenienti dagli antichi altari
Colonne lignee e la figura di santa Chiara, memoria degli antichi complessi d’altare.
Cornici lignee barocche dell’antico altare
Le grandi cornici barocche smontate: volute, dorature e policromie nate per essere viste come un unico apparato.

I tabernacoli formano un altro nucleo capace di farci intuire l’antico volto della chiesa. Sono piccole architetture lignee, con colonne e timpani raccolti attorno agli sportelli dipinti. Riuniti oggi in una composizione espositiva, conservano ciascuno la propria fisionomia e richiamano la presenza dei diversi altari che punteggiavano San Felice. Davanti a essi si comprende quanto lo spazio della celebrazione fosse più ricco di forme e di colore rispetto alla nuda essenzialità con cui oggi ci appare.

Tre antichi tabernacoli lignei di San Felice
I tabernacoli riuniti in una composizione espositiva che ne conserva la distinta identità.

La stessa lingua dentro la casa

Il linguaggio ornamentale non si fermava alla porta della chiesa. Alcuni arredi degli ambienti della comunità, fra i quali gli antichi caminetti, conservano teste alate, motivi vegetali, finti marmi e dorature che appartengono allo stesso gusto. Non sono oggetti liturgici e vanno letti nella loro funzione domestica; permettono però di comprendere come l’Abbazia fosse un organismo unitario, nel quale il gusto di un’epoca poteva attraversare tanto lo spazio sacro quanto gli ambienti della vita comunitaria.

Antichi caminetti decorati dell’Abbazia di San Felice
I caminetti degli ambienti comunitari, segnati dallo stesso linguaggio ornamentale presente nella chiesa.

Il coro e la preghiera di ogni giorno

Fra gli arredi rimossi durante il grande restauro è sopravvissuto anche l’antico coro ligneo. Tra il 1954 e il 1957 gli stalli lasciarono la chiesa insieme agli altri elementi che ne avevano modellato il volto per secoli. Il coro scomparve dallo spazio per il quale era stato costruito e, fortunatamente, il legno non andò perduto. Le parti conservate permettono ancora di riconoscerne l’andamento avvolgente.

Guardato fuori dal luogo per il quale fu costruito, il coro rischia di apparire soltanto come un grande mobile antico. Ricollocato idealmente nella chiesa riacquista invece la propria voce. Quei sedili organizzavano una comunità raccolta in preghiera; lì i religiosi prendevano posto l’uno accanto all’altro e la vita quotidiana veniva scandita dall’ascolto della Parola e dalla preghiera comune. Se i grandi reliquiari conservano soprattutto la memoria della San Felice delle feste, il coro ci avvicina alla sua vita più ordinaria e nascosta, ripetuta giorno dopo giorno.

È forse questo contrasto a restituire meglio il significato dell’intero patrimonio. La stessa chiesa che nelle solennità si riempiva di candele, reliquiari e paramenti conosceva anche le ore silenziose nelle quali una piccola comunità sedeva nel coro. Gli oggetti rimasti non appartengono dunque a un’unica scena: seguono il ritmo della vita religiosa, dalle grandi feste alla preghiera quotidiana.

Elementi superstiti dell’antico coro ligneo della chiesa
Gli elementi superstiti dell’antico coro ligneo, ricomposti secondo l’originario andamento avvolgente.

Un patrimonio custodito, verso la futura sala museo

Una parte significativa dei manufatti presentati in questo percorso è oggi custodita a Roma, dove viene sottoposta a restauro conservativo. Tutti questi beni sono conosciuti e catalogati dalla competente Soprintendenza. La lontananza dall’Abbazia è dunque il tempo necessario della cura: le mani dei restauratori stanno restituendo leggibilità alle superfici e stabilità alle parti più fragili, preparando il ritorno delle opere a San Felice.

Al termine del restauro dell’Abbazia, le opere destinate a rientrare a San Felice troveranno spazio nella futura sala museo prevista nell’ambiente oggi utilizzato come Sala Scriptorium. Lì saranno accolte come presenze capaci di parlare: ogni reliquiario tornerà accanto alla memoria della festa nella quale veniva mostrato, i paramenti racconteranno la solennità celebrata, il Messale ricorderà la preghiera sull’altare e le sculture permetteranno di immaginare gli apparati ai quali appartenevano. Sarà il luogo nel quale i frammenti torneranno a comporre una storia.

Le pietre e ciò che le pietre hanno accolto

Il grande restauro del Novecento ci ha restituito la forza dell’architettura romanica di San Felice. Gli oggetti che si sono salvati ci permettono oggi di non perdere la memoria delle chiese che, nei secoli, sono esistite dentro quelle stesse mura. Nessuna di quelle stagioni esaurisce da sola la storia dell’Abbazia. Le pietre hanno accolto generazioni differenti e ciascuna ha lasciato una traccia del proprio modo di pregare, celebrare e custodire la casa.

Per questo questi oggetti sono preziosi anche quando la doratura è consumata, il legno porta ferite o una legatura ha ceduto. Il loro valore non nasce soltanto dalla qualità artistica. Sono testimoni di gesti realmente compiuti: mani che aprivano un Messale, religiosi che prendevano posto nel coro, un Prefetto di chiesa che preparava gli altari, reliquiari portati fuori dal Tesoro per la festa di san Felice. Riunendo quei frammenti, la memoria torna ad abitare lo spazio.