Giovanni Battista Pedini entra nella storia di San Felice in anni nei quali la Casa è diventata un piccolo mondo. Ci sono i Missionari che partono per la predicazione, i convittori che studiano, le necessità quotidiane di una comunità numerosa e quell’incessante lavoro di formazione che rende la Casa Madre qualcosa di più di un luogo dove abitare.
Nel gennaio del 1831 Pedini è già a San Felice e Gaspare organizza per lui una partenza quaresimale. La predicazione appartiene profondamente al suo modo di essere. Due anni prima, nel gennaio 1829, il Fondatore gli aveva scritto augurandogli quell’ampiezza di cuore che fu di san Francesco Saverio. In Pedini vedeva un desiderio apostolico grande, capace di guardare oltre la misura stretta delle proprie forze.
Proprio su quelle forze Gaspare deve intervenire nel gennaio del 1832. Pedini gli presenta alcuni propositi spirituali e fra questi compare il desiderio di dedicare due ore della notte all’orazione mentale. La risposta del Fondatore arriva con una semplicità che sembra attraversare i secoli:
«Le due ore di Orazione mentale di notte per ora Iddio non le vuole. Riposi per aver forza ad operare juxta regulam».
Gaspare non raffredda il fervore di Pedini. Gli insegna a custodirlo. La preghiera deve nutrire il ministero e non consumare inutilmente il corpo che quel ministero dovrà sostenere. Dietro la correzione affiora una spiritualità molto concreta, nella quale l’obbedienza può chiedere anche di dormire quando si preferirebbe vegliare.
Pochi mesi dopo Pedini riceve una responsabilità decisiva. Il 22 maggio 1832 Gaspare annuncia il ritorno di Giovanni Merlini a San Felice e distribuisce i compiti con grande chiarezza: Merlini sarà Presidente e Direttore delle Sante Missioni; «Il Signor Pedini resta superiore ed Economo per ora». La vita della Casa si appoggia così contemporaneamente su due uomini, ciascuno chiamato a custodirne un aspetto.
A Pedini tocca ciò che permette alla comunità di reggere ogni giorno: l’amministrazione, le necessità dei convittori, i rimborsi, le sistemazioni e tutte quelle questioni che raramente entrano nei grandi racconti, pur decidendo se una Casa riesce davvero a vivere. Gaspare gli scrive, risponde ai suoi quesiti e talvolta gli raccomanda di non cambiare subito ciò che può ancora essere osservato e compreso. Anche il governo ha bisogno di tempo.
Nel giugno del 1833 Pedini viene destinato a Pievetorina. Pochi mesi dopo, il 6 ottobre, torna a San Felice come Economo e continua a prendersi cura della vita materiale della comunità fino all’agosto del 1834. Negli ultimi anni di Gaspare il suo nome riappare ancora accanto all’economia della Casa e alla cura dei giovani del Convitto, prima del trasferimento ad Albano.
San Felice conosce dunque Pedini attraverso ritorni successivi. Non è l’uomo di una sola stagione; è una presenza alla quale si ricorre quando servono ordine, continuità e senso della responsabilità. Il suo zelo missionario rimane vivo, mentre impara a tradurlo anche nella cura di ciò che permette agli altri di studiare, pregare e partire.
Alla fine, la frase che Gaspare gli scrisse nel 1832 sembra raccogliere tutta la sua vicenda: «Riposi per aver forza ad operare». Dentro quelle parole c’è un modo di intendere il servizio sacerdotale che San Felice aveva bisogno di imparare quanto le Regole: donarsi senza dissiparsi, custodire le forze perché possano diventare fedeltà e lasciare che anche il riposo, quando è necessario, appartenga all’obbedienza.
Fonti principali
San Gaspare del Bufalo, Epistolario: lettere nn. 1879, 2122, 2271, 2337, 2426, 2533, 2539, 2629, 2681.
Libro dei Congressi della Casa di San Felice di Giano, per i periodi di economato.