
Quando Biagio Valentini arrivò a San Felice all’inizio del 1819, la Casa aveva già superato il tempo fragile dell’apertura. Le mura erano abitate, le missioni partivano e tornavano, la comunità aveva imparato i gesti elementari della vita comune. Sotto quella continuità apparente, però, stava maturando un passaggio destinato a segnare profondamente il futuro dell’Opera.
San Felice era nata dentro l’esperienza degli Operai Evangelici e i sacerdoti della prima ora erano naturalmente legati a Gaetano Bonanni, che aveva portato il peso della fondazione e ne era stato il primo Superiore. Quel nucleo possedeva ormai consuetudini, rapporti e un proprio equilibrio. Intanto Gaspare stava allargando l’orizzonte: nuove Case chiedevano uomini, le missioni si moltiplicavano e i sacerdoti dovevano poter essere inviati dove l’Opera ne aveva bisogno. I trasferimenti cominciarono così a toccare legami consolidati e non sempre furono accolti serenamente da coloro che appartenevano alla stagione degli inizi.
Anche la posizione di Bonanni stava cambiando. Intorno a lui cresceva la pressione perché lasciasse il superiorato; egli infine accettò di farsi da parte e, pochi anni dopo, sarebbe stato chiamato a guidare come vescovo la diocesi di Norcia. Non si trattava di cancellare ciò che gli Operai Evangelici avevano dato a San Felice. Quel primo seme rimaneva dentro la storia della Casa. Stava però emergendo una forma nuova, sempre più chiaramente missionaria, nella quale Gaspare assumeva una responsabilità crescente nel dare unità agli uomini, alle Case e al metodo apostolico.
È su questa soglia che bisogna incontrare Biagio Valentini. Il suo arrivo non rappresenta soltanto l’avvicendamento di un Superiore. San Felice passa lentamente dalla stagione della fondazione, ancora fortemente segnata dalla leadership di Bonanni, a quella nella quale l’Opera deve riconoscersi in una forma comune capace di superare le appartenenze personali delle origini. Proprio per questo Valentini diventa l’uomo al quale Gaspare affida l’osservanza.
Il 26 gennaio, scrivendo a mons. Cristaldi, Gaspare parla delle «prerogative» di Valentini e confida che il Signore possa servirsi di lui «in particolar maniera a render nota l’Opera di Giano». Il compito affidatogli è molto concreto: aiutare i sacerdoti più giovani a perfezionarsi e a conoscere ciò che riguarda «la esatta esecuzione delle regole».
Valentini entra così nella storia di San Felice come l’uomo dell’osservanza. Per lui la Regola non è una cornice appesa alla parete, ma una forma da rendere visibile nella vita quotidiana. Il giovane missionario deve imparare come si prega insieme, come si studia, come si vive il ministero senza consumarsi nell’improvvisazione e come si rimane fratelli quando le giornate sono attraversate da partenze, ritorni e necessità sempre nuove. Nel novembre del 1820 Gaspare continua a ricordarlo come colui che è «sull’osservanza».
Dentro questa fiducia c’è anche una premura molto umana. Alla fine del 1820 Valentini non sta bene e Gaspare interviene perché non venga schiacciato dal lavoro. «Don Biagio ora sta bene, ma non voglio si strapazzi», scrive. La vita missionaria chiede generosità, e proprio per questo ha bisogno di uomini capaci di durare. Gaspare non separa mai del tutto il servizio dalla cura di chi lo porta.
Alcuni anni dopo San Felice ha nuovamente bisogno di lui. Nel 1825 la Casa accoglie il Convitto ecclesiastico, dove giovani sacerdoti vengono accompagnati verso una preparazione più piena al ministero. Il 31 luglio Gaspare scrive con semplicità che a San Felice «è Superiore il Signor Don Biagio Valentini». Quello che nel 1819 era stato il compito di consolidare la vita interna della giovane comunità diventa ora responsabilità formativa verso altri sacerdoti.
Valentini torna dunque nella stessa Casa e la trova cresciuta. Le stanze che pochi anni prima faticavano ad accogliere un nucleo stabile di missionari ora devono ospitare anche chi viene per formarsi. La vita comune diventa essa stessa scuola: il modo di pregare, l’ordine della giornata, il rapporto con lo studio e la predicazione insegnano quanto le parole delle Regole.
Gaspare segue questa stagione con attenzione. Nel maggio del 1826 raccomanda che a San Felice si continui «in omnibus il metodo da me introdotto costì». È la preoccupazione di un Fondatore che vede l’Opera allargarsi e desidera riconoscere, nelle Case che crescono, lo stesso spirito che aveva animato gli inizi.
La stima verso Valentini rimarrà così forte che Gaspare lo collocherà, insieme con Giovanni Merlini, tra i «Campioni dell’Istituto». È un’espressione che restituisce bene il posto che occupava nella sua fiducia: un uomo capace di sostenere la forma concreta della vita missionaria quando quella forma aveva bisogno di essere mostrata e trasmessa.
Nel marzo del 1827 il secondo periodo di governo a San Felice si conclude. Gaspare scrive che «il Signor Don Biagio ha compito il suo triennio di Convitto» e lo destina ad Albano, tenendo conto anche della sua salute. La Casa che lascia è molto diversa da quella incontrata nel 1819. Nel frattempo ha imparato a formare altri sacerdoti e a trasmettere ciò che prima stava appena imparando a vivere.
La storia di Biagio Valentini, però, non si esaurisce nei suoi anni a San Felice. Per comprenderne fino in fondo il posto nella fiducia di Gaspare bisogna tornare ancora più indietro, al loro primo incontro. Nell’agosto del 1817 Valentini si trovava nella Casa di Loreto gravemente malato e si preparava alla morte, che gli era stata annunciata come prossima. Gaspare lo incontrò proprio allora e lo invitò a rialzarsi e a seguirlo nella missione di Fabriano. Il sacerdote che stava affidando l’anima al Signore tornò così sulla strada della missione.
Sarebbe sopravvissuto allo stesso Fondatore. Dopo la morte di san Gaspare, avvenuta il 28 dicembre 1837, il 20 gennaio 1838 Biagio Valentini venne eletto suo primo successore nella guida dell’Istituto. L’uomo al quale, quasi vent’anni prima, era stata affidata San Felice perché vi facesse conoscere la pratica dell’osservanza riceveva ora la responsabilità dell’intera Opera. La guidò fino alla propria morte, nel 1847.
Il passaggio successivo sembra quasi chiudere un cerchio. Il 28 dicembre 1847, esattamente dieci anni dopo la morte di san Gaspare, Giovanni Merlini succedette a Valentini nella guida dell’Istituto. Due uomini che San Felice aveva conosciuto da vicino, in stagioni diverse della propria storia, si trovarono così uno dopo l’altro a custodire l’eredità del Fondatore.
Biagio Valentini rimane quindi legato a San Felice attraverso due stagioni che si rispondono e attraverso un futuro che ne rivela pienamente il significato. Nel 1819 accompagna il passaggio dalla prima esperienza degli Operai Evangelici alla fisionomia missionaria che Gaspare sta dando all’Istituto; nel 1825 torna in una Casa ormai capace di formare altri sacerdoti; nel 1838 riceve l’Opera intera. Il sacerdote che Gaspare aveva incontrato a Loreto mentre si preparava a morire sarebbe diventato colui che, dopo di lui, avrebbe custodito la Congregazione.
Fonti principali
San Gaspare del Bufalo, Epistolario: lettere nn. 196, 197, 366, 374, 375, 1218, 1423, 1599, 2118.
Cfr. Vincenzo Maria Strambi, per il passaggio dal primo governo legato a Gaetano Bonanni alla nuova fase della Casa e per le pressioni che precedettero la rinuncia di Bonanni al superiorato.