C’è un momento dell’anno nel quale la vita delle nostre Chiese riprende quasi dappertutto lo stesso ritmo. Terminata l’estate, ricominciano gli incontri del clero, vengono convocate le assemblee diocesane e i consigli pastorali, nelle parrocchie riprendono la catechesi e le diverse attività. Si preparano calendari, si fissano appuntamenti, si cercano priorità per il nuovo anno pastorale.
È un passaggio necessario, perché una comunità ha bisogno anche di organizzarsi. In questi anni, però, programmare è diventato più difficile. Molte diocesi devono fare i conti con comunità che cambiano, sacerdoti chiamati a seguire territori più ampi, laici ai quali viene chiesta una responsabilità maggiore e attività che continuano ad accumularsi mentre le forze diminuiscono.
Proprio dentro questa situazione, il 18 settembre Leone XIV ha aperto nella Basilica di San Giovanni in Laterano l’Assemblea della sua diocesi di Roma. Ci si sarebbe potuti attendere un discorso sulle priorità del nuovo anno pastorale. Il Papa ha scelto invece di cominciare da un giardino, dal sepolcro vuoto e da Maria di Magdala che, quando è ancora buio, cerca il Signore e piange perché non lo trova.
Gesù le si avvicina senza essere riconosciuto e le domanda: «Perché piangi? Chi cerchi?». Leone XIV prende queste due domande e le consegna alla Chiesa di Roma. Sono parole rivolte a quella diocesi e possono facilmente diventare una domanda per tutte le nostre comunità proprio mentre stanno programmando il futuro.
Prima di domandarci che cosa fare, potremmo chiederci chi stiamo cercando dentro le cose che facciamo.
Il Papa riconosce il bene che esiste nelle comunità cristiane e la generosità con cui tante persone vi lavorano. Nello stesso tempo mette in guardia da un rischio molto concreto: «A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa».
È un rischio che conosciamo. Un’attività può essere nata molti anni fa per una ragione precisa, avere prodotto molto bene e continuare ancora oggi perché ormai appartiene alle abitudini della comunità. A un certo punto può diventare difficile perfino chiedersi se continui a raggiungere lo scopo per cui era nata.
Qui le parole del Papa possono già suggerire qualcosa di molto semplice. Quando un consiglio pastorale prepara il nuovo anno, potrebbe non cominciare subito dal calendario. Potrebbe prendere le attività dell’anno precedente e chiedersi con serenità quali abbiano aiutato realmente le persone a crescere nella fede, quali abbiano creato relazioni e quali siano rimaste soltanto appuntamenti da organizzare. Non servirebbe per distribuire voti al passato, quanto per capire dove spendere meglio le energie disponibili.
Leone XIV dice infatti alla sua diocesi: «non vi consegno oggi un nuovo programma pastorale». Chiede qualcosa che può sembrare meno appariscente e forse è più difficile: una «verifica pastorale». La spiega come un fermarsi per rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto e comprendere ciò che non ha funzionato. In una parola, dice il Papa, significa «fare verità».
Questo criterio potrebbe essere utile anche nelle nostre diocesi. Ogni nuovo anno non deve necessariamente cominciare aggiungendo qualcosa. Potrebbe cominciare chiedendosi che cosa merita di continuare, che cosa ha bisogno di essere cambiato e che cosa ha ormai compiuto il proprio servizio. Lasciare un’attività non significa necessariamente giudicare male chi l’ha promossa negli anni precedenti. Può significare riconoscere che le persone sono cambiate e che anche il modo di raggiungerle ha bisogno di essere ripensato.
Per aiutare questa verifica, Leone XIV consegna una domanda ancora più semplice: «perché?».
Perché facciamo questa cosa? A quale bisogno vogliamo rispondere? Perché un’iniziativa genera un cammino e un’altra si conclude nel momento stesso in cui termina l’evento? Perché alcune persone trovano posto nelle nostre comunità e altre rimangono ai margini?
Qui il Papa offre quasi un metodo che potrebbe essere usato senza inventare nuovi strumenti. Un parroco con il proprio consiglio, un’équipe pastorale o un gruppo di sacerdoti potrebbero scegliere una sola attività e provare a chiedersi perché esista, chi raggiunga realmente e quale frutto lasci nella vita delle persone. Sarebbe già un modo concreto di cominciare quella verifica di cui Leone XIV parla.
Il primo criterio indicato dal Papa rimane l’incontro con Cristo. Non basta domandarsi se un’attività sia organizzata bene o se abbia raccolto molte persone. Occorre capire se abbia aiutato qualcuno a incontrare il Vangelo dentro la propria vita.
Il racconto di Maria di Magdala aiuta a comprenderlo. Nel giardino tutto cambia quando Gesù pronuncia il suo nome: «Maria!». Lei riconosce il Signore perché si sente personalmente raggiunta. Leone XIV vede qui qualcosa di essenziale per la pastorale. Anche una persona che frequenta da anni una parrocchia può rimanere anonima. Può partecipare alle celebrazioni e alle iniziative senza sentirsi realmente conosciuta e accompagnata.
Questo potrebbe suggerire un’altra verifica molto concreta. Prima di domandarci quante persone abbiano partecipato a un’attività, potremmo chiederci quante abbiamo realmente incontrato. Può sembrare una differenza minima e cambia quasi tutto. Una comunità cristiana non esiste per riempire sale o mantenere calendari; esiste perché le persone possano essere accompagnate all’incontro con Cristo.
Maria, appena riconosce il Risorto, torna dai discepoli e dice: «Ho visto il Signore!». L’incontro ricevuto genera immediatamente una relazione e una missione. Per questo il Papa parla poi della comunità e della città. Roma non è semplicemente il luogo dove sorgono le parrocchie romane. È la realtà che quelle comunità sono chiamate ad ascoltare e servire.
Ogni diocesi potrebbe fare la stessa cosa guardando il proprio territorio. I nostri paesi stanno cambiando, le famiglie vivono situazioni diverse rispetto a qualche anno fa, molti giovani hanno un rapporto con la fede che non passa più spontaneamente attraverso le strutture ecclesiali, persone che abitano accanto alle nostre chiese possono non avere più alcun rapporto con la comunità cristiana.
Leone XIV suggerisce persino di ascoltare, per quanto possibile, persone che non frequentano la comunità e che possono guardarla dall’esterno. È un’indicazione molto concreta. Un consiglio pastorale potrebbe invitare qualche volta una persona che non appartiene abitualmente ai nostri ambienti e domandarle semplicemente come vede la parrocchia, che cosa comprende delle sue proposte, che cosa sente lontano dalla propria vita. Potremmo scoprire cose che dall’interno non riusciamo più a vedere.
In questo contesto il Papa ricorda don Luigi Di Liegro, che già nel 1969 volle un’indagine sulla religiosità dei romani perché aveva compreso che «non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà». Poco prima della morte lasciò ai suoi collaboratori una domanda: «Signore, dove sei?».
È una domanda che può cambiare il modo in cui guardiamo il territorio. Quando vediamo diminuire la partecipazione, la prima reazione può essere quella di domandarci dove siano finite le persone. La domanda di Di Liegro invita a cercare anche dove il Signore sia già all’opera dentro una realtà che non controlliamo e che forse comprendiamo poco.
Leone XIV aggiunge poi un’altra attenzione: la formazione del Popolo di Dio. Chiede se le nostre attività facciano crescere nella fede, se aiutino a maturare responsabilità ecclesiali e se conducano verso una fede adulta capace di diventare vita.
Anche questa domanda può essere molto utile. Un percorso di catechesi, un gruppo o un’attività parrocchiale non dovrebbe essere valutato soltanto chiedendo quante persone siano rimaste fino alla fine. Sarebbe più importante domandarsi che cosa sia cresciuto in loro. Hanno imparato a pregare? Comprendono meglio la propria fede? Si sentono responsabili della comunità? Riescono a portare il Vangelo dentro le scelte quotidiane?
Quando la verifica arriva a questo punto, si comprende meglio una delle affermazioni più significative del discorso. Leone XIV dice che la verifica pastorale non deve diventare un nuovo peso e aggiunge che essa «vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio».
Molte comunità potrebbero trovare in queste parole una grande libertà. Da anni diminuiscono i sacerdoti e spesso diminuiscono anche le persone disponibili ad assumere responsabilità stabili, mentre le attività continuano quasi automaticamente. Si finisce così per chiedere sempre di più alle stesse persone e per misurare la vitalità della comunità sulla quantità delle cose che riesce ancora a mantenere.
Il Papa suggerisce un criterio diverso. Se una comunità comprende ciò che realmente serve alla crescita della fede, può scegliere di concentrare lì le proprie energie. Fare meno, in questo caso, non significa arrendersi. Significa smettere di disperdere le forze per dedicare più tempo alle persone, alla formazione e alle relazioni.
Questo riguarda direttamente anche il ministero dei sacerdoti. Leone XIV prende la domanda del «perché?» e la porta dentro la vita personale del presbitero: «perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome?».
Forse anche gli incontri del clero che ricominciano in queste settimane potrebbero qualche volta partire da qui. Non soltanto dalle comunicazioni da dare o dalle cose da organizzare, quanto dalla vita reale dei sacerdoti. Come trascorriamo le nostre giornate? Quanto tempo rimane per l’ascolto, per la preghiera e per le persone? Quante energie vengono assorbite da attività che potrebbero essere affidate ad altri?
Il Papa arriva così alla corresponsabilità: «Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto». È importante che Leone XIV non presenti la corresponsabilità dei laici come una soluzione alla mancanza di sacerdoti. La collega alla natura stessa della Chiesa. Il sacerdote riconosce i carismi, forma le persone e permette loro di assumere una responsabilità reale nella vita della comunità.
Anche qui si può fare una verifica molto semplice. Davanti a ogni responsabilità che grava sul parroco, ci si potrebbe chiedere se debba necessariamente svolgerla lui e se quella stessa responsabilità non possa diventare occasione per far crescere qualcuno nella comunità. Non si tratta di liberare il sacerdote da compiti scomodi. Si tratta di permettere a tutta la comunità di diventare più adulta.
Lo stesso vale per il presbiterio. Leone XIV ricorda che esso «non è la somma di sacerdoti che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità». Anche gli incontri del clero possono allora essere verificati chiedendosi se aiutino veramente i sacerdoti a conoscersi, sostenersi e condividere anche le proprie fatiche. Un presbiterio che si incontra soltanto per organizzare rischia di conoscere perfettamente il calendario diocesano e molto meno la vita reale dei propri membri.
Il Papa chiede alla Chiesa di Roma di non avere fretta. Il cammino di verifica deve maturare nel tempo e guarda già verso il Giubileo della Redenzione del 2033. Anche questo può essere un suggerimento prezioso. Non ogni problema pastorale ha bisogno di una soluzione immediata e non ogni assemblea deve necessariamente produrre un nuovo documento. Alcune volte può essere più utile individuare una domanda vera, lavorarci per qualche mese e verificare insieme ciò che emerge.
Il discorso pronunciato a Roma può così diventare utile anche per molte altre Chiese che in queste settimane stanno iniziando il nuovo anno pastorale. Non offre un programma da copiare. Offre un modo di guardare ciò che già facciamo e di domandarci con maggiore sincerità dove ci stia conducendo.
Maria di Magdala cercava il Signore e non si accorgeva che Egli era già accanto a lei. Lo riconobbe quando venne chiamata per nome. Forse anche le nostre comunità, mentre preparano programmi e calendari, possono concedersi il tempo di ascoltare ancora quella domanda: «Chi cerchi?».
Da lì può cominciare anche la nostra verifica. Non per demolire ciò che abbiamo costruito e neppure per conservare tutto semplicemente perché esiste, quanto per capire ciò che aiuta davvero le persone a incontrare Cristo. È in questa prospettiva che il «fare meno e meglio» indicato da Leone XIV acquista il suo significato più vero: scegliere con maggiore libertà ciò che serve alla missione, perché le energie delle nostre comunità non si consumino soltanto nel mantenere ciò che facciamo, ma possano ancora essere spese per le persone alle quali siamo inviati.

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