La Nota Un cammino di speranza, pubblicata il 16 settembre da tre Dicasteri vaticani e dedicata ai sessant’anni di Nostra aetate, arriva in un momento nel quale il rapporto tra cristiani ed ebrei è nuovamente sottoposto a forti tensioni. I conflitti in Medio Oriente hanno raggiunto anche il dialogo religioso e lo stesso documento riconosce che molti dei ponti costruiti negli ultimi decenni sono stati messi alla prova. Proprio in questo contesto mi sembra significativa la scelta di ricondurre la questione al suo fondamento propriamente teologico.
Per un cristiano, infatti, il rapporto con il popolo ebraico nasce anzitutto da Cristo.
La Nota recupera una formula tanto semplice quanto impegnativa: «Gesù è ebreo e lo è per sempre». L’Incarnazione possiede una concretezza che la fede cristiana non può spiritualizzare. Il Figlio di Dio è entrato nella storia di Israele, ha pregato con le Scritture di Israele, ha vissuto dentro le promesse fatte a questo popolo e le ha condotte al loro compimento. Maria appartiene a Israele, così come gli Apostoli e la prima comunità dei discepoli. Per questo il documento può affermare che l’eredità ebraica ricevuta da Gesù appartiene alla «struttura teologica del cristianesimo stesso».
È qui che si comprende la singolarità richiamata da Nostra aetate. Il rapporto con l’ebraismo possiede per la Chiesa una qualità particolare. Giovanni Paolo II, entrando nella Sinagoga di Roma nel 1986, affermò che la religione ebraica è «in un certo qual modo» intrinseca alla nostra religione e che con essa abbiamo rapporti che non possediamo con nessun’altra religione.
Questa consapevolezza conduce verso una delle affermazioni teologicamente più impegnative della nuova Nota: «L’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile». La formula possiede un preciso fondamento nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 121 afferma che «l’Antica Alleanza non è mai stata revocata».
La stessa fede cattolica confessa la Nuova Alleanza nel sangue di Cristo e riconosce in Lui il compimento della Legge e delle promesse. Il Catechismo, subito dopo aver affermato il valore perenne dell’Antico Testamento, ricorda che l’economia antica era ordinata a preparare l’avvento di Cristo, Salvatore dell’universo. Lumen gentium parla dell’antica economia come preparazione e figura della «nuova e perfetta alleanza» stabilita in Cristo.
La tradizione teologica offre dunque gli strumenti per comprendere insieme l’irrevocabilità dell’Alleanza e il suo compimento cristologico.
Un aiuto particolarmente prezioso viene dal documento della Pontificia Commissione Biblica Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana. Esaminando la teologia paolina, esso distingue l’alleanza-legge del Sinai dall’alleanza-promessa ricevuta da Abramo. La prima viene definita «posteriore e provvisoria», la seconda «originaria e definitiva». Quest’ultima possiede fin dall’inizio un’apertura universale e trova in Cristo il proprio compimento.
Questa distinzione riguarda il diverso ruolo della promessa divina e della legislazione mosaica dentro l’unica storia della salvezza. La stessa Commissione Biblica precisa che la fondazione della Nuova Alleanza nel sangue di Cristo non comporta una rottura dell’alleanza di Dio con il suo popolo e afferma che Israele continua a trovarsi «in una relazione di alleanza», perché l’incredulità umana non può cancellare la fedeltà di Dio.
È interessante osservare quanto questa impostazione trovi consonanze profonde nella teologia di san Tommaso d’Aquino. Commentando la Lettera ai Galati, l’Aquinate osserva che la promessa fatta ad Abramo precede la Legge mosaica e che la Legge successiva non può rendere vana la promessa divina. Nel commento alla Lettera ai Romani, giunto alle parole secondo cui «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili», riferisce il dono alla promessa e la chiamata all’elezione, ricordando che gli ebrei rimangono amati da Dio a causa dei padri.
Lo stesso Tommaso insegna con chiarezza che i precetti cerimoniali dell’Antica Legge erano ordinati a significare Cristo e che, raggiunta la realtà significata, hanno esaurito la funzione alla quale erano destinati. Anche i precetti giudiziali propri dell’antico Israele hanno perso la loro forza obbligante con il mutamento dello stato del popolo seguito alla venuta di Cristo. La legge morale conserva invece il proprio valore e riceve nella legge evangelica la sua perfezione.
Il Concilio di Firenze aveva insegnato la cessazione dei legalia dell’Antico Testamento, con particolare riferimento alle cerimonie, ai sacrifici e alle prescrizioni che prefiguravano Cristo. Pio XII, nella Mystici Corporis, avrebbe ripreso con grande forza la centralità della Croce nel passaggio dalla Vecchia Legge al Nuovo Testamento stabilito nel sangue del Redentore.
Questi testi permettono di precisare il significato dell’irrevocabilità richiamata dalla Nota. Dio rimane fedele alla sua elezione e alle promesse fatte a Israele; quelle promesse raggiungono in Cristo il loro compimento e nel suo sangue viene stabilita la Nuova Alleanza, definitiva e universale. Le prescrizioni cerimoniali e giudiziali proprie dell’economia mosaica hanno raggiunto il fine verso il quale erano ordinate e non costituiscono dopo Cristo una distinta economia salvifica.
San Paolo permette di contemplare queste verità dentro un unico mistero. Nei capitoli 9-11 della Lettera ai Romani guarda con sofferenza alla mancata adesione a Cristo di una parte d’Israele e continua a proclamare la fedeltà di Dio. Nell’immagine dell’olivo, i cristiani provenienti dalle genti sono rami innestati e ricevono dall’Apostolo un ammonimento che attraversa i secoli: «non sei tu che porti la radice, è la radice che porta te».
Lo stesso percorso conduce Paolo verso un misterioso compimento futuro: «tutto Israele sarà salvato». San Tommaso legge questo passo nella prospettiva di una futura salvezza d’Israele in Cristo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica conserva espressamente questa attesa al n. 674, quando collega la venuta gloriosa del Messia al riconoscimento di Cristo da parte di «tutto Israele».
L’irrevocabilità dell’Alleanza non introduce dunque due vie parallele verso Dio. La Nota del 2026 lo afferma esplicitamente: «la Chiesa insegna che Cristo è l’unico redentore». È la stessa fede ribadita dalla Dominus Iesus, secondo la quale esiste un’unica economia salvifica, il cui centro è il Verbo incarnato, e la salvezza dell’umanità intera proviene dal mistero di Cristo.
In questa luce va compreso anche l’antico principio extra Ecclesiam nulla salus. Il suo nucleo permanente afferma che nessuno viene salvato indipendentemente da Cristo e dalla sua Chiesa. Già Pio IX, nella Quanto conficiamur moerore, riaffermava questo principio riconoscendo nello stesso contesto che quanti versano senza propria colpa nell’ignoranza della vera religione possono, sotto l’azione della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Il Magistero successivo ha sviluppato la comprensione delle modalità attraverso le quali la grazia di Cristo raggiunge coloro che non professano esplicitamente la fede cristiana. La sorgente della salvezza rimane Cristo morto e risorto.
È suggestivo che la Nota porti la data del 16 settembre, memoria dei santi Cornelio e Cipriano. A Cipriano la tradizione riconduce la formula extra Ecclesiam nulla salus, maturata nel vivo delle controversie sull’unità ecclesiale e sul battesimo amministrato fuori della comunione della Chiesa. Senza attribuire alla data un’intenzione che il documento non dichiara, l’accostamento offre una chiave di lettura: il riconoscimento dell’azione della grazia al di fuori dell’appartenenza visibile alla Chiesa conserva intatta la necessità salvifica di Cristo e la relazione con il suo Corpo. Giovanni Paolo II, spiegando proprio l’assioma ciprianeo, ricordava che quanti non hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo possono essere raggiunti dalla grazia in virtù del sacrificio redentore di Cristo, senza adesione esterna alla Chiesa e sempre in una misteriosa relazione con essa. La memoria di san Cipriano richiama così il fondamento che consente di comprendere il dialogo dentro il mistero di Cristo e della Chiesa.
È dentro questa confessione cristologica che acquista senso anche il dialogo con il popolo ebraico. La nuova Nota chiede che esso custodisca l’identità dei credenti ed escluda relativismo e sincretismo. Il cristiano entra nel dialogo confessando Colui nel quale ha riconosciuto il Messia d’Israele e il Salvatore del mondo.
La questione specifica della testimonianza cristiana verso gli ebrei conserva una particolare delicatezza. Il documento del 2015 della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo affermava che la Chiesa cattolica non conduce né incoraggia una specifica missione istituzionale rivolta agli ebrei e ricordava contemporaneamente che i cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti a loro. Lo stesso documento precisava fin dalla prefazione di essere una riflessione teologica e non un documento magisteriale o un insegnamento dottrinale della Chiesa. La Nota odierna ribadisce il carattere centrale dell’annuncio di Cristo nella missione cristiana all’interno della trattazione generale sul dialogo interreligioso.
Merita attenzione anche l’affermazione secondo cui la religiosità degli ebrei contemporanei può arricchire i cristiani. La stessa Nota ricorda che, dopo la distruzione del Tempio nell’anno 70, l’ebraismo rabbinico e il cristianesimo hanno conosciuto sviluppi distinti. L’ebraismo contemporaneo possiede quindi una propria storia successiva al periodo biblico.
Anche qui la Pontificia Commissione Biblica offre un criterio prezioso. Essa afferma che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile in continuità con le Scritture ebraiche e riconosce che i cristiani possono apprendere molto dall’esegesi ebraica. La stessa Commissione precisa che la lettura cristiana e quella ebraica rimangono irriducibili l’una all’altra, perché la lettura cristiana riconosce in Gesù il Messia e il Figlio di Dio. La conoscenza reciproca può quindi arricchire l’intelligenza delle Scritture, mentre il criterio ultimo della lettura cristiana rimane Cristo morto e risorto.
Queste distinzioni acquistano un peso particolare davanti alla situazione internazionale presente. Israele biblico, popolo ebraico e moderno Stato d’Israele possiedono evidenti relazioni storiche che richiedono una corretta distinzione sul piano teologico. Il rapporto singolare della Chiesa con il popolo ebraico non conferisce carattere religioso alle decisioni politiche di uno Stato. Il giudizio morale sulle decisioni dello Stato d’Israele conserva dunque la propria legittimità; esso deve guardarsi dal trasformare il dissenso politico in ostilità verso il popolo ebraico o verso la sua religione.
La condanna dell’antisemitismo acquista così per il cristiano una profondità che precede le contingenze politiche. La memoria della Shoah rende ancora più urgente questa responsabilità e la sua radice ultima raggiunge la stessa comprensione che la Chiesa possiede della propria storia. Nostra aetate ricorda che essa ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo con il quale Dio ha stretto l’Antica Alleanza e che continua a nutrirsi dalla radice dell’olivo buono sul quale sono stati innestati i gentili.
Forse proprio per questo una delle frasi più significative della nuova Nota merita di essere accolta nella sua intera densità: «Più un cristiano conosce e ama le radici ebraiche della propria tradizione, più egli comprende sé stesso».
Conoscere e amare queste radici significa riconoscere la fedeltà di Dio alla sua elezione e alle sue promesse e contemplarne in Cristo il compimento. Significa ascoltare l’ammonimento di san Paolo a non insuperbirsi davanti alla radice che ci porta e custodire la speranza davanti a quel mistero d’Israele sul quale l’Apostolo conclude la propria meditazione con l’adorazione: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!».
Il dialogo con il popolo ebraico conduce così la Chiesa anche dentro il mistero della propria identità. Al centro incontriamo ancora Gesù Cristo, nato da Israele secondo la carne e Figlio eterno del Padre, nel cui sangue è stabilita la Nuova Alleanza e nel quale le promesse di Dio trovano il loro compimento.

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