Affetti verso un’anima consacrata
2009 · Edizione esaurita

Questo libro appartiene all’inizio dell’Anno Sacerdotale 2009-2010 e nasce ancora nell’ambiente dei Cavalieri e delle Dame del Santo Sepolcro. La premessa porta la data di Amendola, 19 giugno 2009, e introduce un percorso rivolto all’anima sacerdotale e consacrata che avverte la necessità di tornare a interrogarsi sulla propria vocazione.
Il titolo del volume richiama l’antico inno di Compieta Te lucis ante terminum e lo lega a una memoria familiare molto semplice: l’invito di mia madre a tornare a casa prima che facesse notte. Quelle parole significavano non perdere la strada di casa e non attardarsi inutilmente, ritornando nel luogo degli affetti prima che la notte rendesse più difficile il cammino.
Trasferita nella vita consacrata, quell’immagine diventava una domanda rivolta a chi aveva già percorso una parte significativa della propria vocazione. Gli inizi possono essere pieni di luce e di entusiasmo; il tempo porta con sé stanchezze, ferite e abitudini che rischiano di creare distanza tra il dono ricevuto e la vita che concretamente si conduce. Il libro non cerca di riportare artificialmente il sacerdote all’emozione della giovinezza. Gli chiede di ritrovare, prima che faccia notte, la casa alla quale appartiene.
Otto passaggi per ritornare
Gli otto capitoli costruiscono un percorso progressivo. Il primo, Il Signore ti ha creato per l’immortalità, colloca l’intera vita dentro il fine per il quale l’uomo è stato creato. Alla persona consacrata viene chiesto di non misurare il valore della propria esistenza sui riconoscimenti ricevuti o sul successo delle opere compiute, perché il senso ultimo precede tutto questo.
Da questa prospettiva nasce il secondo capitolo, Ti ha chiamato alla santità. La santità non viene pensata come imitazione esteriore di un modello estraneo alla propria storia; deve assumere la forma concreta della persona che Dio ha chiamato. Il ritorno a casa coincide progressivamente con la riconciliazione fra la vocazione ricevuta e la vita reale.
Il terzo capitolo, Resisti nella debolezza, entra nelle ferite che possono rendere più difficile questo cammino. Il testo si sofferma sulla solitudine e sulle compensazioni attraverso le quali una persona consacrata può cercare di riempire ciò che avverte come vuoto. La solitudine può appartenere alla vocazione e diventare spazio nel quale ritrovare la presenza di Dio; il problema nasce quando viene utilizzata per giustificare ciò che allontana progressivamente dalla propria consacrazione.
Per questo il passaggio successivo è Sii fedele alla vita interiore. La fedeltà non può essere sostenuta soltanto dal ricordo dell’entusiasmo iniziale. Ha bisogno di una vita spirituale coltivata nel tempo, capace di attraversare gli anni nei quali la sensibilità cambia e le occupazioni si accumulano.
Il quinto capitolo chiede di affidare al Signore il proprio passato. Il ritorno potrebbe essere impedito dal peso di ciò che non può più essere modificato. Il libro osserva quanto facilmente una persona possa finire per identificarsi con i propri errori. Il passato non viene negato né riscritto; viene riconsegnato a Dio perché ciò che è accaduto non impedisca ciò che ancora può maturare.
Il percorso si apre allora alla comunione attraverso Sii fratello che salva e non giudice. La vita interiore non può essere valutata soltanto da ciò che accade nell’intimità della preghiera. Deve diventare frutto nella relazione con gli altri. Chi desidera non essere imprigionato per sempre nei propri errori deve imparare a non fare altrettanto con il fratello.
Con il settimo capitolo, Ravviva il dono ricevuto, il discorso torna esplicitamente alla sorgente della vocazione. Ravvivare non significa cercare incessantemente qualcosa di nuovo. Significa tornare alle sorgenti della propria vita spirituale e lasciare che ciò che è stato ricevuto continui a orientare il presente.
L’ultimo capitolo, Nel vincolo della Carità è la tua felicità, conduce l’intero itinerario al criterio che ne misura la verità. La consacrazione cerca di assumere i sentimenti di Cristo e di diventare dono. Anche la Theologia Crucis che attraversa queste pagine deve essere compresa dentro questa prospettiva: la sofferenza riceve senso cristiano quando può essere attraversata nella comunione con Cristo e trasformata in carità.
Prima che scenda la notte
«Torna prima che faccia notte» non è l’invito nostalgico a ritrovare il sacerdote che si era nel giorno dell’Ordinazione. Gli anni trascorsi appartengono alla propria storia e non possono essere cancellati. Tornare significa riconoscere nuovamente la direzione fondamentale impressa alla vita dalla chiamata e permettere alla grazia di raggiungere anche ciò che nel frattempo si è indebolito.
Nelle ultime pagine il libro invita a rivolgersi a Maria e utilizza la scena di Emmaus: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al tramonto». La notte diventa allora figura del termine della vita e la preghiera della Compieta ritorna là dove l’intero percorso era cominciato.
La prima copia, ad Amendola
Il 21 giugno 2009, durante lo scalo di Benedetto XVI nel viaggio verso San Giovanni Rotondo, ebbi la possibilità di consegnare al Santo Padre la prima copia di Te ante lucis terminum, concluso ad Amendola il 19 giugno, giorno di apertura dell’Anno Sacerdotale 2009-2010.


Amendola, 21 giugno 2009. La consegna a Benedetto XVI della prima copia di Te ante lucis terminum.
La possibilità di ritornare
Dopo molti anni riconosco in questo volume un testo esigente e, in alcuni passaggi, segnato da un linguaggio spirituale severo. Il suo centro mi appare però più misericordioso di quanto alcune singole pagine potrebbero lasciare pensare, perché tutto il cammino nasce dalla convinzione che, anche dopo stanchezze e deviazioni, sia ancora possibile ritrovare la strada di casa.
«È il grido insistente di chi vuole tornare ad essere se stesso: una vita sospinta dal soffio dello Spirito.»
Il ritorno del quale parla il libro non chiede di cancellare gli anni passati. Chiede che essi possano essere ricondotti dentro la verità di una vocazione che continua a precedere le nostre risposte e anche le nostre stanchezze.
Te ante lucis terminum. Affetti verso un’anima consacrata è oggi esaurito. Il testo fu concluso ad Amendola il 19 giugno 2009, all’inizio dell’Anno Sacerdotale.