don Mario Proietti, C.PP.S.

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Il Cappellano Militare


Lettera del Cappellano ai Carabinieri delle Province di Taranto, Brindisi e Lecce sulla vocazione, ruolo e vita di un Cappellano Militare
Taranto, 23 ottobre 2013 · Edizione esaurita

Copertina di Il Cappellano Militare

Quando cominciai a comprendere che i miei anni nell’Ordinariato Militare stavano per concludersi, avvertii il bisogno di fermarmi e domandarmi che cosa significasse davvero essere stato prete dentro quel mondo. Avevo già scritto ai Comandanti sul modo con cui avevo imparato a guardare l’autorità; restava da consegnare qualcosa dei dieci anni nei quali avevo indossato una divisa senza smettere, nemmeno per un momento, di sapere per quale ragione ero stato mandato tra i militari.

Il volume nacque così, non come trattato sul cappellanato, ma come memoria ragionata di una presenza vissuta. Porta la data del 23 ottobre 2013, festa di san Giovanni da Capestrano, patrono dei Cappellani Militari, e all’inizio vi collocai ancora una volta la frase di mio padre Nazareno, rimasta con me fin dall’infanzia: «Se proprio ti vuoi fare prete, fatti Cappellano Militare, perché quelli aiutano». Dopo dieci anni, quelle parole potevano finalmente essere rilette alla luce di uomini concreti, caserme, famiglie, partenze, difficoltà e incontri.

Sacerdote dentro una particolare condizione umana

Il volume è diviso in due parti. La prima riguarda la presenza istituzionale del cappellano e ne affronta l’identità; la seconda entra nella sua vita sacerdotale, ecclesiale e di caserma e arriva alle forme concrete della pastorale.

Il punto di partenza è l’umanità del militare. La vicenda storica dei cappellani viene riletta anche dentro le esperienze estreme della guerra, quando diventò particolarmente evidente che il soldato non poteva essere considerato semplicemente una componente di una macchina militare. Dentro questa condizione la presenza del sacerdote veniva interpretata come custodia dell’umanità della persona.

Da qui il libro passa alla domanda sull’identità del cappellano. Non lo considero semplicemente un ministro incaricato di assicurare alcune prestazioni religiose. La configurazione ecclesiale dell’Ordinariato colloca il suo ministero dentro una vera cura pastorale: il cappellano viene chiamato a essere pastore di un popolo che vive una condizione particolare. Il suo essere assimilato al rango degli Ufficiali rimane funzionale all’Ufficio e non modifica la natura sacerdotale della sua presenza.

«Diventare militare per i militari, per guadagnare i militari a Cristo».

Il riferimento è alla logica paolina del farsi tutto a tutti. Accettare la condizione militare aveva significato per me entrare nel mondo delle persone affidate senza perdere la ragione per la quale vi ero stato mandato.

Quando la chiesa sono le persone

Avevo conosciuto incarichi nei quali non disponevo di una chiesa o di una cappella. Quell’esperienza mi aveva insegnato a non identificare lo spazio sacerdotale anzitutto con un edificio.

«Non mi sono mai stancato di dire che la mia chiesa erano i militari, la loro vita, le loro situazioni e la loro condizione».

Lo spazio del sacerdote è l’uomo. La presenza pastorale consiste quindi nell’entrare nella vita reale delle persone, conoscendone gioie e difficoltà, offrendo ascolto e consiglio e accompagnandole verso quella familiarità con Dio che costituisce il fine proprio del ministero. Questo spiega anche perché il libro attribuisca tanta importanza alla vita quotidiana nel reparto. La continuità della presenza crea una familiarità che non può essere sostituita da interventi occasionali.

Il difficile equilibrio dell’«equiparato»

Una parte del volume affronta con particolare attenzione la condizione giuridica del cappellano, espressa dal termine «equiparato». Il cappellano è equiparato agli Ufficiali e nello stesso tempo rimane un sacerdote; nell’ordinamento ecclesiale esercita una cura pastorale assimilata a quella del parroco e contemporaneamente vive dentro una struttura militare.

La mia preoccupazione era soprattutto sacerdotale. L’assimilazione al grado non poteva trasformarsi in una seconda identità capace di ridurre quella ricevuta nell’Ordinazione. La disciplina e la condizione militare erano assunte in funzione del ministero, affinché il sacerdote potesse abitare realmente quel mondo e svolgervi il compito affidatogli dalla Chiesa. Il rischio opposto sarebbe stato conservare formalmente l’identità del sacerdote senza accettare realmente la condizione particolare delle persone alle quali era stato inviato.

La santità e la solitudine

Nelle ultime pagine emerge una convinzione che aveva accompagnato profondamente il mio servizio: il militare non doveva essere aiutato a percepire la propria professione come una condizione cristiana minore della quale scusarsi. La finalità pastorale rimaneva quella propria di ogni ministero della Chiesa, cioè accompagnare la persona verso Cristo e verso la santità nella situazione concreta nella quale vive.

Il volume termina con un argomento molto personale: la solitudine del cappellano. La conclusione riconosce come particolarmente dolorosa la possibilità che il sacerdote inserito nell’Istituzione Militare si senta incompreso o isolato, anche nell’ambiente ecclesiale dal quale dovrebbe attendersi maggiore sostegno. La riflessione si allarga quindi alla fraternità ecclesiale, nella quale chi cade dovrebbe trovare qualcuno disposto a fermarsi e aiutarlo a riprendere il cammino.

«Mi sento fiero e onorato di avervi servito come Cappellano Militare; di questo rendo grazie a Dio e ai miei superiori che mi hanno permesso di vivere questi dieci anni in mezzo a voi, come uno di voi e come uno per voi.»

Come uno di voi e come uno per voi

A distanza di anni, è proprio quell’espressione a restituirmi con maggiore precisione l’equilibrio che cercavo. Essere «uno di voi» indicava la condivisione di una condizione; essere «uno per voi» ricordava la ragione sacerdotale di quella condivisione. La prima senza la seconda avrebbe rischiato di farmi dimenticare perché ero entrato in quel mondo; la seconda senza la prima avrebbe potuto lasciarmi estraneo alle persone che mi erano state affidate. È dentro questa relazione che continuo a riconoscere il significato della presenza del cappellano militare.


Il Cappellano Militare fu concluso a Taranto il 23 ottobre 2013, festa di san Giovanni da Capestrano. È oggi esaurito.

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