don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Fra Giosafat Petrocchi. «La carità è la gran predica del Cristianesimo»


Tra i primi fratelli che abitarono la Casa di San Felice, fra Giosafat Petrocchi appartiene a quella schiera discreta di uomini senza i quali la vita quotidiana della prima comunità missionaria sarebbe stata semplicemente impossibile. Le lettere di san Gaspare del Bufalo non ci consegnano una lunga biografia. Ci permettono però di entrare negli ultimi mesi della sua vita e, attraverso la sua malattia, di vedere qualcosa di molto prezioso: il modo in cui la prima comunità era chiamata a vivere la carità fraterna.

Un fratello nella prima Casa

Giosafat era un fratello inserviente. La sua vocazione si esprimeva nel servizio ordinario della Casa, accanto ai sacerdoti impegnati nelle missioni popolari. San Gaspare lo aveva inviato a San Felice insieme con Bernardino Sardegna perché la comunità potesse contare anche sulla presenza di fratelli capaci di sostenere concretamente la vita comune. Nel 1823 il nome di Giosafat compare più volte nella corrispondenza del Fondatore, non per imprese clamorose, bensì dentro quella trama quotidiana di affetto, lavoro e preghiera nella quale una comunità religiosa impara a diventare famiglia.

Il 12 aprile 1823, scrivendo a fratel Sante Angelini, anch’egli presente a Giano, Gaspare gli affidava un saluto per Giosafat. È un cenno breve, quasi domestico, che acquista un significato particolare sapendo ciò che sarebbe accaduto pochi mesi dopo. Durante l’estate, infatti, la salute di Giosafat peggiorò e la malattia lo costrinse a letto nella Casa di San Felice.

«La carità è la gran predica del Cristianesimo»

Gaspare seguiva da lontano le sue condizioni e, scrivendo ancora a fratel Sante il 31 agosto 1823, trasformò la malattia del confratello in un richiamo rivolto a tutta la comunità: «Compatitevi, e confortatevi a vicenda. Sappiate operare con salvezza. Giosafat che sia assistito. La carità è la gran predica del Cristianesimo. Le spine, e le tribolazioni non angustino».

«La carità è la gran predica del Cristianesimo».

San Gaspare del Bufalo, lettera a fratel Sante Angelini, 31 agosto 1823

In poche parole si apre una finestra sulla vita di San Felice. Mentre i Missionari partivano per annunciare il Vangelo nei paesi, dentro la Casa c’era un’altra predicazione da compiere: assistere un fratello infermo, sopportarsi, confortarsi e imparare a riconoscere Cristo nella fragilità di chi viveva accanto. Gaspare non separava la missione dalla vita comune. La credibilità della parola annunciata fuori passava anche dalla carità praticata dentro la Casa.

«Quando andrai in Paradiso…»

Con l’avvicinarsi dell’inverno, le condizioni di Giosafat divennero sempre più gravi. Il 10 novembre 1823 Gaspare scrisse nuovamente a fratel Sante: «Siamo in questo mondo per farci santi, e le sole opere buone ci lavorano la bella Corona. A Giosafat abbiate gran Carità. Ve lo raccommando più che me stesso, e ditegli che preghi per me, e quando andrà in Paradiso baci per me la mano a Maria».

È difficile leggere queste parole come una semplice disposizione data da un superiore. Vi si avverte l’affetto per il confratello e la familiarità della fede con cui Gaspare guarda alla morte ormai vicina. Giosafat, immobilizzato dalla malattia, continua ad avere una missione: pregare per il Fondatore. E quando sarà giunto presso Dio, Gaspare gli affida perfino un saluto alla Vergine. La distanza tra San Felice e il cielo sembra per un momento ridursi alla semplicità di un gesto familiare.

20 dicembre 1823

Fra Giosafat Petrocchi morì a San Felice il 20 dicembre 1823. Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, san Gaspare scrisse a padre Vincenzo Giovannelli perché fossero celebrati i suffragi per il confratello defunto. Nel febbraio successivo tornò ancora sulla sua morte scrivendo a don Vincenzo Ceccacci. La comunità che lo aveva assistito durante la malattia continuava così ad accompagnarlo nella preghiera.

Più di un secolo dopo, quando durante i restauri degli anni Cinquanta fu aperta l’antica sepoltura dei Missionari, i resti di Giosafat conservavano ancora elementi sufficienti per essere riconosciuti e furono deposti separatamente nel vano sotto la nuova scala. Nel 2026 proprio quella memoria identificabile contribuì a ricostruire il destino dell’intera tomba dei primi confratelli. Oggi il suo nome è nuovamente custodito nella cripta della Casa nella quale visse, soffrì e morì.

Le poche lettere che parlano di lui bastano a restituirgli un posto preciso nella memoria di San Felice. Giosafat non ci viene incontro attraverso una grande opera o un incarico prestigioso. La sua figura rimane legata a una stanza della Casa, alla malattia e ai fratelli chiamati a prendersi cura di lui. Proprio lì san Gaspare pronunciò una frase capace di oltrepassare la circostanza che l’aveva generata: «La carità è la gran predica del Cristianesimo». La vita nascosta di un fratello inserviente diventava così una pagina della spiritualità dell’Istituto.


Per conoscere e approfondire

San Gaspare del Bufalo, Epistolario: lettera a fratel Sante Angelini, 12 aprile 1823, n. 700; lettera a fratel Sante Angelini, 31 agosto 1823, n. 762; lettera a fratel Sante Angelini, 10 novembre 1823, n. 794; lettera a padre Vincenzo Giovannelli, 29 dicembre 1823, n. 821; lettera a don Vincenzo Ceccacci, 1° febbraio 1824, n. 837.