don Mario Proietti, C.PP.S.

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«Là in Giano è il mio cuore»


San Gaspare del Bufalo e l’Abbazia di San Felice nella copertina del percorso «Là in Giano è il mio cuore».

San Gaspare e la Casa Madre di San Felice attraverso le sue lettere

Quando san Gaspare del Bufalo giunse per la prima volta a Giano, alla fine dell’ottobre 1814, San Felice non era ancora la Casa Madre dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Era un antico complesso religioso da visitare, una possibilità da valutare, un luogo che avrebbe potuto offrire una casa stabile a quell’opera missionaria che lentamente prendeva forma. Gaspare predicò a Giano, vide il convento già appartenuto ai Passionisti e ne intuì le possibilità. Poche settimane dopo, il 30 novembre, Pio VII avrebbe concesso l’immobile per la nuova fondazione.

Quando vi tornò nell’estate successiva, la prospettiva aveva ormai assunto i contorni della realtà. Il 29 luglio 1815 scriveva da Giano di essere appena arrivato; il 6 agosto spiegava a mons. Belisario Cristaldi di essere costretto a «passar stabilmente in S. Felice per sistemare ogni cosa per quanto è possibile». Il convento era povero, gli ambienti dovevano essere preparati, mancavano suppellettili e quanto occorreva per cominciare una vita comune. Intorno a lui si muovevano benefattori, sacerdoti e gente del luogo che cercavano di rendere abitabile quella casa.

Il 13 agosto arrivarono i primi missionari. Gaspare raccontò a Cristaldi l’accoglienza ricevuta dal clero e dalla popolazione e l’avvio immediato dell’osservanza comunitaria. San Felice cominciava a vivere.

«A me mi si divide il cuore fra Roma, e S. Felice. Qui vedo l’estremo bisogno di rimanere… Io starei qui fino alla morte, ma come ho da fare?»

Lettera n. 120, 17 agosto 1815, a don Luigi Gonnelli

La frase appartiene ai primissimi giorni della fondazione e sembra già contenere l’intera storia del rapporto di Gaspare con questa casa. San Felice sarebbe diventato il luogo nel quale desiderava fermarsi, mentre la sua vocazione apostolica continuava a spingerlo altrove.

In quei giorni tutto era ancora nuovo e faticoso. Eppure Gaspare riusciva a scrivere: «Qui si sta come Angeli». Non era la descrizione di un convento tranquillo nel quale ritirarsi lontano dai problemi. Lui stesso confessava che non c’era quasi tempo neppure per dormire. La pace di San Felice non coincideva con l’assenza di lavoro. Nasceva piuttosto da una vita ordinata attorno alla preghiera, alla fraternità e alla missione.

Quando il 9 settembre lasciò la casa, poteva scrivere di avere lasciato, «alla meglio», tutto ordinato e di partire con quiete di spirito. Era trascorso poco più di un mese dal suo arrivo. Sarebbe tornato molte volte.

Negli anni successivi San Felice entrò stabilmente nella geografia apostolica di Gaspare. Vi passò nel luglio 1819 e, al momento di lasciarla, parlò di quella «amatissima solitudine» nella quale alla vita raccolta si univa «tanto di vita operativa» per la gloria di Dio. L’espressione è importante perché spiega che cosa Gaspare cercasse qui: non una fuga dal ministero, ma un luogo nel quale contemplazione e apostolato potessero appartenersi.

Nel 1820 vi rimase in luglio per gli esercizi spirituali e vi tornò in agosto nel corso delle missioni umbre. Nell’estate del 1821 soggiornò nuovamente a San Felice per gli esercizi destinati ai secolari. Nel 1822 la sua presenza si prolungò dalla fine di luglio ai primi di settembre e lo vide impegnato nella vita della casa, nei lavori e nella sua organizzazione.

Le lettere lasciano intravedere anche un Gaspare molto concreto. Si interessa delle camere, dei letti e delle suppellettili, delle provviste e della disciplina comunitaria. Scrive degli orti, si preoccupa della pulizia, segue i lavori e l’economia domestica. In anni successivi arriverà a indicare con precisione quale camera debba rimanere disponibile per lui quando torna a San Felice e quale stanza possa essere destinata al suo inseparabile Bartolomeo.

Dentro questa vita regolata trovava anche piccoli spazi di ristoro. Nel 1821 scrive che durante un breve soggiorno avrebbe «rubato un’ora per le selve»; qualche mese dopo annuncia a Pierantoni che il pomeriggio lo avrebbe trascorso con loro «per le selve». Sono particolari minimi, e proprio per questo preziosi: ci restituiscono Gaspare che esce dalla casa e cammina nella vegetazione intorno a San Felice, sottraendo un poco di tempo alle continue occupazioni.

Anche la mensa apparteneva a questa normalità. Il vitto era semplice e legato a quanto offriva il territorio. Gaspare si occupava personalmente delle provviste quando occorreva e, negli anni, dalle sue lettere emergono prosciutti, salsicce, formaggi, baccalà, aringhe e persino una soma di mele chiesta per la comunità. Per sé conservava l’abitudine della cioccolata alla sera. Nelle sue disposizioni domestiche arrivò perfino a ricordare che i gatti dovevano rimanere fuori dal refettorio durante i pasti e fuori dalle camere durante la notte: anche la cura di una casa missionaria passava attraverso dettagli molto concreti.

Una casa che diventa «delizia»

Il rapporto con San Felice acquistò una profondità particolare negli anni 1825 e 1826. Nel settembre 1825 Gaspare vi si trovava per il nuovo Convitto ecclesiastico, destinato a giovani che, terminato il seminario, avrebbero trascorso un periodo di formazione spirituale e pastorale prima di affrontare pienamente il ministero.

Fu soprattutto dal 24 ottobre 1825 ai primi giorni di febbraio 1826 che San Felice divenne realmente la sua casa per un lungo periodo. Vi rimase per più di tre mesi.

«Appena giunto in S. Felice, Casa di mia special delizia nel Signore…»

Lettera n. 1268, 1° novembre 1825, a mons. Belisario Cristaldi

Qualche mese dopo, guardando i giovani del Convitto, avrebbe scritto: «Questo Convitto è un giardino. Non lascerei un minuto questa Casa». La parola «delizia» ritorna. «Il Convitto dei Giovani qui in S. Felice è la mia delizia… oh quanto ripromettono», scrive il 22 gennaio 1826. Quattro giorni dopo racconta a Cristaldi che la comunità comprende circa venticinque persone, tra giovani sacerdoti, diaconi e suddiaconi, e aggiunge ancora: «La mia delizia sono questi giovani».

Gaspare non si limitava a osservarli. Insegnava personalmente. La mattina teologia e Sacra Scrittura; nel pomeriggio riti, cerimonie, apologetica e materie utili alla predicazione. Il fondatore itinerante, conosciuto per le grandi missioni popolari, a San Felice diventava anche maestro di giovani preti.

È proprio in questi anni che il desiderio di rimanere a Giano diventa sempre più esplicito. Già nel 1824 aveva confidato a Cristaldi di pregare perché potessero sistemarsi le questioni temporali delle fondazioni, perché desiderava ritirarsi «Sagrestano a Giano, e sa Iddio quanto lo brami». Alla fine di quello stesso anno scriveva: «Spero poi in fine finire i miei giorni in Giano amata mia solitudine».

«Là in Giano è il mio cuore; là voglio ritirarmi al più presto per fare i miei esercizi.»

Lettera n. 1248, 10 settembre 1825, a mons. Belisario Cristaldi

Non pensava a San Felice come al luogo nel quale abbandonare l’apostolato. Lo dice chiaramente anche quando immagina per sé il semplice ruolo di sagrestano: desidera liberarsi dalle «ingerenze», mantenendo però quell’attività apostolica dalla quale, scrive, soltanto la morte lo avrebbe separato. Desiderava una vita più nascosta, non una vita inutile.

Negli anni arriverà persino a parlare della «vita di portinaro». Sono immagini quasi domestiche, lontane dal Gaspare che percorre città e paesi predicando davanti alle folle. Proprio per questo raccontano qualcosa di profondo. Dopo tante strade, decisioni e responsabilità, immaginava per sé una porta da custodire e una chiesa della quale occuparsi.

In questo legame con Giano entra anche la Madonna del Fosco. Il santuario non coincideva con San Felice, ma apparteneva al mondo spirituale che Gaspare viveva durante le sue permanenze in questa terra. Nel settembre 1825 scrive a Cristaldi: «La Madonna del Fosco è la mia delizia, e speciale unzione riceve il mio spirito in quel santuario». L’afflusso dei fedeli significava anche lavoro, confessioni e ministero, tanto che alcuni anni prima aveva osservato come, a causa del santuario, anche quella che sembrava una solitudine si trasformasse in luogo di «perpetua fatica».

Le preoccupazioni di una casa amata

Gaspare ritornò a San Felice nell’autunno del 1826. Vi era giunto per gli esercizi di regola e per occuparsi di diverse questioni della casa. Pensava di ripartire, ma una circostanza dolorosa lo trattenne più a lungo.

Bartolomeo Panzini, suo compagno di viaggio e fedele inserviente, si ammalò gravemente. Gaspare ne seguì con angoscia l’evoluzione e fece un voto alla Madonna. Il 19 dicembre scrisse di non riuscire a descrivere «l’angustia provata per la malattia mortale di Bartolomeo», aggiungendo che ormai lo vedeva libero «per vero prodigio di Maria Santissima».

Anche questo appartiene alla storia di Gaspare a San Felice: non soltanto fondazioni e decisioni, ma la paura di perdere una persona cara, la preghiera e il sollievo della guarigione.

Negli anni successivi San Felice continuò a rimanere presente anche quando Gaspare era lontano. Nel 1819 aveva già scritto che non avrebbe mai perso di vista gli affari della casa e che vi viveva «sempre in ispirito, e nei dolci vincoli di carità». Nel 1820 confessava da lontano: «Così Iddio mi facesse grazia di potermici ritirare! Utinam».

Il desiderio sarebbe rimasto in gran parte tale.

Nel 1830 Gaspare tornò ancora pensando di fermarsi soltanto qualche giorno. La chiesa, però, aveva subito seri danni e la permanenza si prolungò per più di un mese. Scriveva di essersi dovuto trattenere «più di quello che immaginavo» a causa di quanto era accaduto alla chiesa.

Con lui c’era Giovanni Merlini, che Gaspare coinvolse nel controllo dei lavori. Con il consueto pragmatismo spiegò che Merlini era abile in quelle cose e permetteva così al povero Istituto di risparmiare «la spesa di un Architetto». L’«amata solitudine» aveva bisogno anche di muratori.

Gli ultimi ritorni

Gaspare passò ancora per San Felice nell’ottobre 1833. Ormai gli anni delle permanenze lunghe erano trascorsi. La casa continuava a essere seguita, visitata, affidata a confratelli che ne assumevano la responsabilità.

L’ultimo viaggio arrivò nell’autunno dell’anno successivo.

Nel 1834 Gaspare aveva predicato in Romagna. Dopo Forlimpopoli, Meldola e Cesena, durante il viaggio verso Roma passò per Loreto e raggiunse Pievetorina. Il 31 ottobre scrisse a Camillo Possenti: «Scrivo da Pievetorina sulle mosse di partire per S. Felice di Giano».

Pochi giorni dopo era nuovamente nella Casa Madre. L’Epistolario non conserva una lettera scritta da San Felice durante quei giorni, ma la cronologia e le lettere che precedono e seguono il viaggio permettono di stabilire la sua presenza. Il 20 novembre era già tornato a Roma e scriveva «appena tornato».

Anche nell’ultimo passaggio riaffiorano le cose concrete di una casa da accudire. Nelle lettere di quei giorni si occupa della tela necessaria per i lenzuoli della comunità e precisa, davanti a un equivoco, che aveva chiesto cento braccia di tela, «e non mai per cinquanta lenzuola. Mai mai».

Non sappiamo dalle lettere tutto ciò che avvenne durante quella breve permanenza. Una memoria successiva, conservata dalla tradizione biografica attraverso Santelli e Colagiovanni, ci consegna però un episodio che acquista particolare valore proprio perché l’Epistolario permette di verificarne il contesto.

A San Felice era allora don Beniamino Romani. Al momento di partire, Gaspare gli confidò che quella sarebbe stata l’ultima volta che vedeva San Felice e che non vi sarebbe più tornato.

Non è una frase tratta da una lettera. È il ricordo di un colloquio, trasmesso dalla memoria biografica dell’Istituto. La storia successiva gli avrebbe dato ragione. Gaspare non tornò più.

La casa nella quale avrebbe voluto fermarsi

Tre anni dopo morì a Roma, il 28 dicembre 1837. Non finì dunque i suoi giorni a Giano, come aveva sperato. Non diventò il sagrestano di San Felice e neppure quel portinaio che qualche volta aveva immaginato di poter essere quando le responsabilità gli pesavano.

Continuò a predicare, governare, viaggiare e consumarsi nel ministero fino alla fine.

San Felice rimase così la casa alla quale tornava senza riuscire a fermarsi definitivamente, la «special delizia nel Signore», l’«amata solitudine» nella quale contemplazione e missione potevano incontrarsi, il luogo dei giovani che guardava con speranza e quello nel quale avrebbe voluto trascorrere l’ultima parte della propria vita.

«Là in Giano è il mio cuore».

Non era soltanto il cuore del fondatore rivolto verso la prima casa dell’Istituto. Era il cuore di un uomo che, dopo tante strade percorse per il Vangelo, aveva trovato un luogo nel quale avrebbe voluto finalmente rimanere.


Fonti principali

San Gaspare del Bufalo, Epistolario, con particolare riferimento alle lettere nn. 113–126, 211–212, 299–325, 432, 438, 442, 456–465, 614–636, 670–671, 1210, 1240–1316, 1528–1552, 1847, 2074–2093, 2606–2618, 2787–2789 e alle lettere relative alla sistemazione della Casa negli anni successivi. Per la memoria dell’ultimo saluto a don Beniamino Romani: tradizione biografica conservata da Santelli e Colagiovanni. Per la cronologia e l’apparato storico-critico: note di p. Beniamino Conti all’Epistolario.