don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

L’INFERNO E LA SERIETÀ DELLA LIBERTÀ

Meditazione nella cripta alla sera del 2 novembre

Anche questa commemorazione dei fedeli defunti volge al termine. Sono nella cripta di San Felice, davanti al tabernacolo, mentre la penombra avvolge le colonne di pietra e la fiamma del cero disegna una luce incerta.

Alle mie spalle riposano don Nicola e fratel Josafat, missionari vissuti due secoli fa. Le loro lapidi conservano parole semplici e solenni. Di don Nicola si ricorda una vita sacerdotale di virtù e una morte avvenuta in fama di santità.

Mentre sosto davanti al Signore, il capo sfiora la pietra sotto la quale sono deposte le loro spoglie. Oggi sentivo il dovere di pregare per loro e, attraverso di loro, per tutti i confratelli defunti. Ho immaginato quando percorrevano questi stessi ambienti e celebravano davanti all’altare dell’abbazia. Conobbero san Gaspare e condivisero la passione missionaria dei primi tempi della Congregazione. Ora la loro presenza silenziosa consegna a noi la speranza che essi hanno predicato.

Mi viene spontaneo pregare: «Concedi loro, Signore, il riposo eterno. E concedi a me la loro fede».

Ripercorro le celebrazioni della giornata e rivedo i volti incontrati accanto alle tombe. Tra le parole ascoltate me ne torna alla mente una, pronunciata da un uomo al termine della Messa: «Don Mario, l’inferno è un’invenzione della Chiesa. Dio è buono e non manda nessuno all’inferno. Non vado a Messa e mi confesso raramente, però amo il Signore a modo mio. Lui mi conosce e mi capisce».

Non ho sentito cattiveria in quelle parole. Vi ho riconosciuto una convinzione divenuta comune: la misericordia di Dio sarebbe una garanzia indipendente dalla risposta dell’uomo. Il peccato rimarrebbe una fragilità senza conseguenze definitive e la salvezza un esito praticamente dovuto.

Guardando il tabernacolo, mi sono domandato che cosa significhi amare Dio «a modo mio». L’amore cristiano riceve la propria forma da Cristo: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). L’uomo può arrivare a Dio con una storia ferita e una fede ancora debole. Non può trasformare la propria misura nel criterio del bene e chiedere al Signore di approvarla.

La misericordia è un dono gratuito e preveniente. Ci raggiunge mentre siamo peccatori e rende possibile la conversione. Proprio perché è misericordia, domanda di essere accolta. Dio può muovere il cuore e guarire la libertà; non costringe la creatura ad amarlo.

Il Catechismo insegna che «morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta». Definisce questa condizione «autoesclusione definitiva dalla comunione con Dio e con i beati».

Sono parole che custodiscono la serietà della libertà umana. Nessuno viene predestinato da Dio all’inferno. Perché si realizzi una separazione eterna è necessaria un’avversione volontaria a Dio attraverso il peccato mortale e la perseveranza in essa fino alla morte.

Questa scelta riceve un vero giudizio. Gesù parla del Figlio dell’uomo che verrà nella gloria e pronuncerà la sentenza. La dannazione non può essere descritta soltanto come un uomo che rimane prigioniero della propria coscienza. Cristo è il giudice dei vivi e dei morti, e il suo giudizio manifesta la verità della risposta data alla grazia.

La libertà e la sentenza divina non si escludono. Dio giudica l’uomo secondo gli atti liberamente compiuti e conosce perfettamente il grado della sua responsabilità. Nessuno di noi possiede questa conoscenza riguardo all’anima di un’altra persona. Per questo la Chiesa annuncia la possibilità dell’inferno e non indica chi vi sia condannato.

La pena principale consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la beatitudine per cui è stato creato. La Scrittura parla anche del fuoco eterno. Non ci è consentito ridurre con sicurezza questa immagine a un semplice sentimento interiore, come non possiamo descrivere materialmente una realtà che supera la nostra esperienza. La fede ci chiede di ricevere con serietà le parole di Cristo e di evitare curiosità che la Rivelazione non soddisfa.

Nella cripta, davanti all’Eucaristia, sento che parlare dell’inferno non significa attribuire crudeltà al Signore. Colui che giudicherà è lo stesso Cristo che ha versato il proprio sangue per i peccatori. Le piaghe del Risorto mostrano fino a quale punto Dio abbia voluto la nostra salvezza.

La Croce impedisce di accusare Dio di indifferenza. Impedisce anche di trattare il peccato come una cosa leggera. Se la riconciliazione ha richiesto il sacrificio del Figlio, allora il male dal quale veniamo liberati è terribilmente reale.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori insisteva sulla necessità di non rimandare la conversione. Non intendeva negare la pazienza di Dio. Voleva sottrarre il peccatore all’illusione di poter disporre della grazia e del tempo. Nessuno sa quale sarà l’ultima ora e la volontà, abituata a rifiutare il bene, può diventare sempre meno disponibile al pentimento.

La possibilità della conversione all’ultimo istante rimane reale. Il buon ladrone ne è testimone. Nessuno può trasformare questa speranza in un progetto spirituale e decidere di vivere lontano da Dio confidando in un futuro pentimento. Sarebbe presunzione, non fiducia.

Molti oggi non temono l’inferno perché hanno smesso di desiderare il Paradiso. Quando la vita eterna scompare dall’orizzonte, anche la fede rischia di ridursi a un aiuto per affrontare il presente. Cristo diventa una presenza consolante alla quale rivolgersi nei momenti difficili e cessa di essere il Signore verso il quale orientare l’intera esistenza.

L’annuncio dei Novissimi restituisce alla vita il suo peso. Ci ricorda che gli atti compiuti nel tempo contribuiscono a formare la persona che comparirà davanti a Dio. Ogni scelta buona, sostenuta dalla grazia, dispone il cuore alla carità. Ogni peccato deliberatamente custodito rende più profonda la resistenza.

Questo pensiero non deve produrre disperazione. Il tempo presente è ancora il tempo della misericordia. Posso confessare oggi ciò che ho nascosto e riparare il male che ho causato. Posso tornare all’Eucaristia e chiedere al Signore di liberarmi dalle abitudini che stanno restringendo la mia libertà.

La fiamma davanti al tabernacolo continua a vacillare. Alle mie spalle i confratelli attendono la risurrezione. Le loro lapidi non mi permettono di parlare della morte come di un argomento lontano.

Un giorno anche il mio corpo sarà affidato alla terra e il tempo delle scelte sarà compiuto. Rimarrà davanti a Dio ciò che la sua grazia avrà operato in me e la risposta che avrò liberamente dato.

Mi alzo e faccio una riverenza davanti al Santissimo. Prima di uscire, mi volto ancora verso don Nicola e fratel Josafat. La memoria della loro vita mi affida una consegna: prendere sul serio la salvezza senza perdere la pace.

L’inferno esiste e il sacerdote ha il dovere di non tacerlo. Deve parlarne secondo il Vangelo, senza compiacersi della paura e senza utilizzare la minaccia per dominare le coscienze. L’annuncio della dannazione appartiene alla chiamata alla conversione e rimane sempre sotto la luce della Croce.

Esco dalla cripta. Il vento muove i cipressi e il buio accompagna il sentiero verso la casa. Peppino mi sta aspettando e affretto il passo.

Dentro di me ritorna la frase ascoltata al mattino: «Dio mi conosce e mi capisce».

È vero. Dio conosce ogni uomo più profondamente di quanto ciascuno conosca se stesso. Proprio questa conoscenza rende il suo giudizio perfettamente giusto. La misericordia che oggi ci offre non è il permesso di restare lontani. È la grazia che ci chiama a tornare.

Mentre cammino, la mia preghiera diventa semplice:

Signore Gesù,
tu hai versato il sangue
per liberarmi dal peccato
e condurmi alla comunione con il Padre.
Non permettere che io usi la tua misericordia
per rinviare la conversione.
Donami un pentimento sincero
e custodiscimi nella grazia.
Ricordati dei confratelli defunti
che riposano nella cripta.
Porta a compimento in loro
l’opera della tua redenzione.
Quando verrà la mia ultima ora,
fa’ che io possa consegnarmi a te
e ascoltare la parola
che apre la gioia del Regno.

Amen.

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