don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

La morte di Emma Bonino ha provocato, anche nel mondo cattolico, reazioni molto diverse. Ne ho scritto cercando di tenere insieme ciò che, almeno per me, non dovrebbe mai essere separato: il giudizio morale sulle battaglie che hanno segnato la sua vita pubblica, soprattutto quella condotta a favore dell’aborto, e l’impossibilità di trasformare quel giudizio in una sentenza sulla sua persona e sulla sua destinazione eterna.

Dopo quella riflessione ho letto diversi commenti e mi sono confrontato con alcune persone. Tra le molte osservazioni, una in particolare ha continuato a interrogarmi: davanti a responsabilità tanto gravi si potrebbe arrivare a considerare qualcuno persino indegno della nostra preghiera.

Comprendo da dove possa nascere una simile reazione, soprattutto quando il pensiero corre alle vittime e, nel caso dell’aborto, a quelle vite alle quali è stato impedito di venire alla luce. Comprendo anche la fatica umana di pregare per chi ha sostenuto pubblicamente e per lungo tempo qualcosa che riconosciamo come un grave male. Eppure proprio quell’espressione, «indegno della preghiera», ha finito per spostare la mia riflessione altrove. A quel punto la questione non riguardava più soltanto Emma Bonino. Riguardava il mio sacerdozio e quella parola che porto accanto al mio nome da tanti anni: missionario.

Mi sono domandato che razza di missionario sarei se arrivassi a pensare che esistano uomini per i quali non valga più la pena pregare, persone talmente compromesse con il male da non poter essere raggiunte neppure dal mio desiderio della loro salvezza. Per me la domanda diventa ancora più seria perché appartengo ai Missionari del Preziosissimo Sangue e ho trascorso buona parte della mia vita annunciando che quel Sangue è stato versato per la redenzione dell’uomo. Sarebbe una contraddizione piuttosto grave predicarne l’infinito valore e poi arrogarmi il diritto di stabilire davanti a quale peccatore esso debba fermarsi.

Pensando a questo sono tornato al Calvario. Gli uomini stanno crocifiggendo Gesù e noi sappiamo chi è Colui che stanno mettendo a morte. Loro non sembrano conoscere fino in fondo ciò che stanno facendo, ed è Gesù stesso ad aprire uno spazio misterioso dentro la loro responsabilità quando prega: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

Quel «non sanno» mi interroga profondamente.

Il male che stanno compiendo rimane terribile e Gesù non lo rende meno grave per poter perdonare. Eppure, mentre lo subisce, vede nei suoi carnefici qualcosa che noi dall’esterno non siamo in grado di misurare pienamente: ciò che conoscono realmente, ciò che comprendono, il grado di consapevolezza con cui stanno esercitando la loro libertà. Non li assolve dichiarando irrilevante ciò che fanno; li consegna alla misericordia del Padre proprio mentre stanno compiendo quel male.

È qui che incontro uno dei punti più delicati della teologia morale cattolica. Perché vi sia peccato mortale occorrono insieme materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso. La materia dell’atto può essere conosciuta e giudicata; possiamo avere anche elementi molto seri per riconoscere una decisione liberamente assunta e a lungo perseguita. Resta infinitamente più difficile stabilire dall’esterno quale sia stata la reale consapevolezza di una coscienza davanti alla gravità di ciò che stava facendo.

Una persona può conoscere perfettamente ciò che la Chiesa insegna e avere costruito dentro di sé una visione della realtà nella quale quel medesimo male viene percepito come un bene da difendere. L’ideologia, le passioni, l’ambiente nel quale ci si è formati, la propria storia e le scelte compiute negli anni possono arrivare a deformare profondamente il giudizio morale. Questo non trasforma il male in bene e neppure rende automaticamente innocente chi lo compie, perché anche della formazione e della deformazione della propria coscienza possiamo essere responsabili. Ci ricorda però qualcosa che troppo facilmente dimentichiamo: noi vediamo gli atti, ascoltiamo le parole, conosciamo le battaglie pubbliche; Dio solo conosce fino in fondo il luogo nel quale conoscenza, libertà e responsabilità si incontrano nella coscienza di una persona.

Per questo posso e devo formulare un giudizio morale sull’atto senza pretendere di possedere il giudizio definitivo sulla persona. Posso chiamare l’aborto un male gravissimo, riconoscere l’orrore di un crimine, oppormi a un’ideologia e spendere tutte le energie che possiedo perché altri non percorrano quella strada. Posso anche alzare la voce, e nella mia vita l’ho fatto molte volte, quando ritengo che tacere significherebbe abbandonare qualcuno all’errore. La fermezza diventa cristiana, però, soltanto finché dentro di essa continua a vivere il desiderio che l’altro riconosca la verità, cambi strada e si salvi. Se questo desiderio scompare, la battaglia per la verità rischia di trasformarsi nel bisogno di sconfiggere qualcuno.

Ed è precisamente qui che la parola di Gesù diventa esigente: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». La misura non viene presa dalla gravità del peccato dell’altro, dalla simpatia che proviamo nei suoi confronti e neppure dalla valutazione che diamo della sua vita. Gesù indica il Padre e consegna alla nostra misericordia una proporzione che supera inevitabilmente la nostra.

Per questo faccio fatica a comprendere come possa diventare un principio cristiano l’affermazione secondo cui qualcuno sarebbe ormai indegno della nostra preghiera. Posso comprendere la persona ferita che non riesce ancora a pregare per chi le ha fatto del male; posso rispettarne il dolore e attendere i tempi di un cammino che nessuno ha il diritto di forzare. Altra cosa è elevare quella fatica a criterio e concludere che esistano uomini per i quali un cristiano non debba pregare. Sul Calvario trovo Gesù che prega per coloro che lo stanno crocifiggendo, e davanti a quella scena mi diventa difficile stabilire quale peccatore potrebbe essere troppo peccatore per la mia preghiera.

San Gaspare del Bufalo esprimeva questa passione con parole che sento profondamente mie: «Oh, come vorrei che tutte le anime si salvassero!». Non è la negazione della libertà umana e neppure l’affermazione che tutti necessariamente si salveranno. La possibilità del rifiuto definitivo di Dio appartiene seriamente alla fede cristiana. Proprio perché quella possibilità è terribile, il missionario desidera con tutte le sue forze che nessuna anima percorra quella strada fino alla fine.

Forse è anche per questo che, ripensando alla mia vita sacerdotale, comprendo meglio tante volte nelle quali ho insistito quando sarebbe stato più semplice tacere, ho resistito quando sarebbe stato più comodo adeguarmi e ho ricominciato quando sembrava inutile continuare. La gioia della missione non consiste nell’aver dimostrato che l’altro aveva torto. Consiste nella speranza di poter concorrere, per grazia di Dio, alla salvezza anche di una sola anima. Si può vincere magnificamente una discussione e perdere l’uomo per il quale si stava discutendo; per un missionario sarebbe una vittoria piuttosto amara.

Quando poi quell’uomo muore, anche il mio rapporto con lui necessariamente cambia. Il tempo nel quale potevo parlargli, correggerlo, contraddirlo, esortarlo e cercare di convincerlo si è concluso. Non conosco ciò che è avvenuto nel segreto della sua coscienza prima della morte e non so quale sia stata l’ultima risposta della sua libertà alla grazia. Posso conoscere molto della sua vita e dei suoi atti pubblici; non possiedo quell’ultimo segreto nel quale una creatura sta davanti a Dio.

È allora che la mia battaglia finisce e comincia la preghiera di suffragio. Affido quella persona a Colui che l’ha conosciuta interamente, senza cancellare nulla del bene e del male della sua esistenza, e che l’ha amata più di quanto io sia capace di amare qualunque anima affidata al mio ministero.

Qui comprendo anche perché non posso desiderare l’inferno per nessuno.

Credo nella sua reale possibilità e non ho alcun bisogno di attenuarla. Dio prende terribilmente sul serio la libertà dell’uomo, fino alla possibilità del rifiuto definitivo del suo amore. Proprio perché credo che una simile perdita sia reale, non riesco a desiderarla per nessuno, neppure per chi abbia compiuto il male più terribile. Posso desiderare giustizia, chiedere che il male venga chiamato con il suo nome, custodire la memoria delle vittime e rifiutare ogni falsa assoluzione della storia. Nessuna di queste cose mi chiede di desiderare la dannazione del colpevole.

Se un giorno, davanti a Dio, dovessi scoprire che la sua misericordia ha raggiunto proprio colui che ritenevo più lontano e che quell’uomo, nel mistero della sua libertà, si è lasciato finalmente raggiungere dalla grazia, non potrei esserne deluso. Dovrei gioirne. Altrimenti dovrei ammettere che, per tutta la vita, ho annunciato il valore infinito del Sangue di Cristo sperando segretamente che per qualcuno non fosse abbastanza.

Ed è questo pensiero che mi riconduce alla domanda da cui sono partito. Se arrivassi a considerare un peccatore troppo colpevole perché io possa pregare per lui, se smettessi di desiderarne la conversione mentre vive e la salvezza quando è morto, oppure se provassi quasi fastidio nello scoprire che Dio gli ha usato una misericordia più grande della mia, dovrei interrogarmi seriamente su quanto abbia compreso del Crocifisso.

Per me, però, la domanda diventerebbe ancora più personale.

Ho scelto di spendere la vita annunciando il Sangue versato da Cristo per la redenzione dell’uomo. È questa speranza che mi porta ancora ad alzare la voce, a resistere, a non desistere e a spendermi fino alla fine, perché dietro l’errore che combatto cerco di non dimenticare mai l’uomo che spero si salvi.

Se un giorno smettessi di desiderarlo, dovrei davvero chiedermi: che cosa ci sto a fare come Missionario del suo Preziosissimo Sangue?

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