don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

EMMA BONINO È MORTA. E ADESSO TOCCA A NOI ESSERE CATTOLICI

Avrei preferito non scrivere nulla sulla morte di Emma Bonino. Lo dicevo ancora ieri a un mio confratello, mentre parlavamo delle prime reazioni alla notizia: davanti alla morte di una persona la cui vicenda pubblica è stata segnata anche da battaglie apertamente contrarie alla morale cristiana, mi sembrava che la scelta più dignitosa fosse il silenzio. Un silenzio che non significa approvazione, né quella strana forma di amnesia che talvolta accompagna i necrologi, quando la morte sembra improvvisamente rendere buono tutto ciò che una persona ha pensato e compiuto. Pensavo piuttosto al silenzio cristiano davanti al mistero di una vita che si è conclusa e al giudizio di Dio che comincia, lasciando alla preghiera personale e riservata ciò che ormai nessuna discussione pubblica può cambiare.

Poi ho cominciato a leggere sui social e da una parte sono apparsi ricordi nei quali la vicenda di Emma Bonino veniva progressivamente ricondotta alle categorie dell’impegno civile, delle relazioni personali, delle battaglie umanitarie e degli incontri avuti con uomini di Chiesa, mentre il suo ruolo nella lunga battaglia politica e culturale per l’aborto sembrava diventare quasi una circostanza biografica da registrare. Dall’altra sono arrivate le reazioni di chi ha trovato proprio in quei silenzi e in quelle ambiguità l’occasione per riaccendere la propria militanza, fino a parlare della morte di una persona come se fosse diventata l’ultima puntata di una guerra combattuta tra cattolici.

È questo spettacolo che mi ha fatto cambiare idea. Da molti anni assistiamo a una comunicazione ecclesiale nella quale ogni avvenimento rischia di diventare materiale per confermare una lettura già stabilita della Chiesa e del mondo. Una parte tende a privilegiare le categorie sociologiche e relazionali, temendo quasi che un giudizio morale troppo chiaramente pronunciato possa compromettere la possibilità dell’incontro; la reazione opposta si alimenta precisamente di quelle reticenze e le utilizza per radunare i propri fedeli attorno alla convinzione di essere rimasti gli ultimi custodi della verità. Alla fine, persino la morte di una donna diventa occasione per reclutare militanti, eccitare sentimenti e consolidare appartenenze. I più semplici, che avrebbero bisogno di essere aiutati a pensare cristianamente, vengono invece consegnati alle emozioni più immediate: indignazione, entusiasmo, disprezzo, identificazione con il proprio campo.

A quel punto il silenzio che avevo scelto ha cominciato a sembrarmi insufficiente. Non perché sentissi il bisogno di aggiungere un’altra sentenza su Emma Bonino alle molte che già circolavano, bensì perché la sua morte stava facendo emergere qualcosa che riguarda noi cattolici e il modo in cui abbiamo imparato, o disimparato, a guardare una persona quando la verità sulle sue azioni ci pone davanti a un dissenso radicale.

La morte di Emma Bonino mi ha riportato anche molto indietro negli anni, alla mia giovinezza, quando seguivo Radio Radicale e ascoltavo volentieri lei e Marco Pannella. Le loro battaglie erano spesso lontanissime da ciò che credevo e continuo a credere; proprio per questo li ascoltavo. Ho sempre pensato che anche gli avversari debbano essere ascoltati, perché non si può confutare seriamente qualcuno senza avergli prima riconosciuto la dignità di comprenderne le ragioni.

Appartenevano anche a una generazione politica nella quale distanze enormi lasciavano ancora qualche spazio all’interlocuzione. Le idee potevano essere combattute duramente senza che diventasse indispensabile rendere moralmente spregevole chi le sosteneva. Forse è anche per questo che alcuni commenti comparsi dopo la morte di Emma Bonino mi hanno colpito: vi ho trovato la sicurezza di chi sembra sapere che per lei sia finalmente arrivato il momento dei conti e parla dell’inferno quasi fosse la conferma definitiva di avere avuto ragione.

Il giudizio cristiano sulle battaglie che Emma Bonino ha condotto non ha bisogno di questa durezza per essere chiaro. L’aborto procurato rimane un male gravissimo e nessuna rilettura affettuosa della sua biografia può modificarne la natura morale. Bonino ha avuto un ruolo pubblico importante nella battaglia per la sua legalizzazione e questo appartiene alla sua storia. Proprio la chiarezza del giudizio sull’atto ci consente di non trasformarlo in una sentenza definitiva sulla persona, perché nessun uomo coincide interamente con il male che ha compiuto, sostenuto o contribuito a diffondere.

Per me, sacerdote e Missionario del Preziosissimo Sangue, c’è una ragione ancora più profonda per custodire questa distinzione: Emma Bonino è costata il Sangue di Gesù Cristo. Se prendiamo sul serio queste parole, non possiamo considerarle una concessione sentimentale. Il Sangue di Cristo è stato versato per liberare l’uomo dal peccato e rivela nello stesso momento quanto sia terribile il male e quanto rimanga preziosa davanti a Dio la creatura ferita dal male.

In queste ore comprendo anche da dove nasca una parte della reazione che vediamo negli ambienti cattolici più radicalmente ostili alla stagione ecclesiale degli ultimi anni. Basta leggere alcuni ricordi pubblicati dopo la morte della Bonino. Vatican News ne ripercorre la biografia ricordando che fu protagonista delle campagne radicali che portarono alla legalizzazione dell’aborto e del divorzio, per poi soffermarsi sulle altre battaglie politiche e umanitarie e sugli incontri avuti con Giovanni Paolo II e Francesco. La notizia dell’aborto c’è; ciò che manca è una parola che permetta al lettore di comprendere quale sia il giudizio morale della Chiesa su quella battaglia.

Qualcuno obietterà che si tratta di una notizia biografica e non di un documento del Magistero. È vero. Rimane però una domanda legittima: quando un organo d’informazione della Santa Sede racconta una personalità la cui vicenda pubblica è stata così profondamente legata alla legalizzazione dell’aborto, è sufficiente registrare il fatto con il linguaggio neutro della cronaca? Sarebbe bastata una frase sobria per ricordare che quella battaglia si pone in radicale contrasto con l’insegnamento cattolico sulla dignità della vita umana.

Anche il ricordo di padre Antonio Spadaro privilegia comprensibilmente un altro registro: l’incontro personale, la malattia, le due carrozzine, i fiori e i cioccolatini portati da Francesco. Spadaro precisa che sull’aborto e sull’eutanasia le loro posizioni rimasero opposte e sarebbe scorretto accusarlo di avere nascosto questa divergenza. La sproporzione narrativa rimane significativa: il dissenso morale viene ricordato rapidamente, mentre il peso del racconto cade sulla relazione e sull’affetto.

È un modo di raccontare la realtà ecclesiale che negli ultimi anni è diventato molto diffuso e che merita di essere interrogato senza trasformarlo nell’ennesimo processo al pontificato di Francesco. Quando le categorie prevalenti diventano l’incontro, l’ascolto, la relazione e l’inclusione, può accadere che il giudizio morale rimanga formalmente presente e perda progressivamente la capacità di illuminare il racconto. Il problema allora non riguarda la misericordia, che appartiene al cuore del Vangelo, bensì una lettura prevalentemente sociologica dell’uomo nella quale la Chiesa rischia di utilizzare lo stesso vocabolario con cui il mondo racconta se stesso.

Ed è precisamente dentro questo spazio che prospera la reazione opposta. L’articolo pubblicato dal Distretto italiano della Fraternità San Pio X dopo la morte di Emma Bonino parte proprio dal silenzio o dalla debolezza che attribuisce ai mezzi d’informazione cattolici. Alcune osservazioni meritano di essere prese sul serio. L’autore richiama il «timore e tremore» davanti al giudizio di Dio, ricorda che saremo giudicati con la misura con cui giudichiamo e chiede ai cattolici di essere anzitutto severi con se stessi. Sono affermazioni che un cattolico può riconoscere senza difficoltà.

Poi il linguaggio cambia. Emma Bonino diventa «nemica giurata di ogni ordine naturale prima che soprannaturale» e la sua eredità una «voragine di devastazione morale, civile, umana»; dedicare ulteriori parole alla sua persona sarebbe addirittura «tempo sprecato». La denuncia della debolezza del linguaggio ecclesiale finisce così per produrre un linguaggio di segno contrario, nel quale la persona scompare quasi completamente dentro il male che le viene attribuito.

Qui si manifesta il meccanismo che mi ha convinto a rompere il silenzio. Una comunicazione ecclesiale racconta la persona con categorie prevalentemente biografiche e relazionali, lasciando troppo sullo sfondo il giudizio morale; la reazione denuncia quella debolezza e, per compensarla, esaspera la condanna fino a rendere quasi sospetta la compassione. Ciascuna parte finisce per offrire all’altra la prova che cercava: gli uni mostrano la durezza tradizionalista come dimostrazione della necessità di un cristianesimo più inclusivo, gli altri mostrano l’ambiguità del linguaggio ecclesiale come conferma dell’apostasia che denunciano da anni. In mezzo rimane il fedele, al quale viene chiesto soprattutto di scegliere il campo.

Forse dovremmo uscire da questo gioco e tornare a una disciplina molto più antica dell’intelligenza cattolica. La Scolastica aveva imparato a prendere sul serio l’obiezione prima di confutarla. San Tommaso espone le ragioni dell’avversario con una precisione che qualche volta le rende persino più forti, poi distingue, argomenta e risponde, perché la verità non ha bisogno di deformare l’interlocutore per dimostrare la propria consistenza.

Trovo perciò singolare che proprio alcuni ambienti che rivendicano con maggiore insistenza la Tradizione abbiano talvolta smarrito questa sostanza profondamente tradizionale del pensare cattolico. Custodire la forma della Tradizione e perdere la capacità di distinguere sarebbe un paradosso piuttosto amaro. Allo stesso modo, una Chiesa che desiderasse essere vicina all’uomo contemporaneo al prezzo di una crescente timidezza nel giudicare gli atti finirebbe per avere molte parole di prossimità e sempre meno ragioni per spiegare perché l’uomo abbia bisogno di essere salvato.

Un cristiano può portare delle rose a Emma Bonino e dirle, guardandola negli occhi, che la battaglia condotta per l’aborto ha sostenuto un grave male. Le due cose possono stare nello stesso gesto cristiano perché la carità verso una persona non esige di tacere la verità sul suo operato, e la verità non acquista maggiore forza quando viene pronunciata senza carità.

Credo che il sacerdote impari qualcosa di tutto questo ogni volta che entra in confessionale. Davanti a lui c’è una persona che porta realmente il proprio peccato e che proprio per questo può essere chiamata alla conversione, perdonata e riconciliata. Se l’uomo coincidesse definitivamente con il male compiuto, il sacramento stesso della Penitenza diventerebbe incomprensibile.

Ora Emma Bonino è morta. I suoi atti pubblici appartengono alla storia e possono essere giudicati; il giudizio sulla sua persona appartiene a Dio. Nessuno di noi conosce l’ultimo movimento della sua coscienza, ciò che può essere accaduto nel segreto di una libertà posta davanti all’ultima chiamata della grazia. Qui termina ciò che possiamo conoscere e comincia ciò che, da cristiani, possiamo affidare.

Ed è proprio a questo punto che il mio pensiero va a quei bambini non nati la cui breve esistenza appartiene alla storia dolorosa dell’aborto, una pratica per la cui legittimazione culturale e politica Emma Bonino combatté apertamente.

Quei bambini non furono grumi di sangue dei quali la storia possa semplicemente smarrire la memoria. Furono vite umane chiamate all’esistenza da Dio, creature che non conobbero la luce del giorno e quella singolare avventura che chiamiamo vita, capace di offrire una sorprendente bellezza e di distribuire le proprie prove con una generosità che qualche volta sembra quasi diabolica. La Chiesa li affida alla misericordia di Dio e ci consente di nutrire una fondata speranza nella loro salvezza.

Per questo mi riesce difficile immaginarli come un tribunale schierato davanti a Dio per reclamare vendetta. Sarebbe proiettare nell’eternità i nostri risentimenti terreni. Se questi piccoli vivono nella comunione di Dio, come speriamo, partecipano di quella carità nella quale il rancore non può trovare dimora. Ed è proprio alla loro innocenza che oso affidare anche l’anima di Emma Bonino.

Qualcuno forse preferisce pensarli come accusatori severissimi, pronti a ricordare a Dio il sangue innocente versato e quasi a restare deluso qualora la sua misericordia avesse trovato, nell’ultimo segreto di quella coscienza, anche la più piccola apertura alla grazia. Io desidero che quell’apertura ci sia stata e che Dio l’abbia raggiunta, perché un cristiano non dovrebbe mai provare delusione davanti alla possibilità che venga salvata una creatura per la quale Cristo ha versato il suo Sangue.

Non conosco il giudizio di Dio su Emma Bonino e non ho alcun diritto di anticiparlo. Posso giudicare le sue battaglie alla luce della fede che professo e, proprio mentre lo faccio senza attenuarne la gravità, affidare a Dio la donna che le ha combattute.

È questo che oggi mi sembra più difficile e, proprio per questo, più cattolico. Emma Bonino riposi in pace.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere