don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

ABITUARSI ALLA PRESENZA

Questa mattina, durante una passeggiata solitaria lungo il viale dell’abbazia, con il tempo finalmente clemente, mi è capitato un incontro inatteso. Da dietro l’edicola della Via Crucis è spuntato un volpacchiotto. Era ancora lontano e avrebbe avuto tutto il tempo di fuggire. Invece si è fermato a guardarmi.

Ha cominciato a girare su se stesso. Dopo qualche movimento tornava a fissarmi, quasi volesse capire chi fossi e che cosa intendessi fare. Sembrava persino che mi stesse facendo festa.

Sono rimasto immobile per non spaventarlo. Poi ho cominciato ad avanzare lentamente. La cosa sorprendente era la sua curiosità, più forte per qualche istante della paura. A un certo punto si è steso a terra come farebbe un cane e, con la testa abbassata, ha seguito ogni mio passo. Sono arrivato a pochi metri da lui e mi sono chinato, cercando quasi di mettermi alla sua altezza.

Siamo rimasti a guardarci. Io aspettavo e lui mi studiava.

Quando ho provato ad avvicinarmi ancora, è scappato.

Ho provato insieme meraviglia e dispiacere. Per un momento avevo immaginato che fosse quasi domestico e che mi avrebbe lasciato arrivare più vicino. Forse avrei potuto persino accarezzarlo. Era stata una mia illusione. Quella piccola creatura aveva tollerato la mia presenza finché la distanza le aveva permesso di sentirsi al sicuro. Un passo in più era ancora troppo.

Mi sono seduto ai piedi dell’edicola della Via Crucis, mentre il viale tornava al suo silenzio. Ho riaperto il breviario e ho ripreso la seconda lettura dell’Ufficio, tratta da sant’Ireneo. Ci sono parole che arrivano nel momento preciso in cui un fatto appena accaduto ha reso il cuore più disposto ad ascoltarle.

Sant’Ireneo scrive: «Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell’uomo, per abituare l’uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo secondo la volontà del Padre».

Mi sono fermato su quel verbo: abituare.

Ci stiamo preparando al Natale e torna spontanea la domanda: come devo prepararmi, Signore? Che cosa attendi da me? Spesso immaginiamo la preparazione come una serie di cose da aggiungere alle nostre giornate, già abbastanza affollate. Sant’Ireneo mi conduce verso una prospettiva più profonda. Il Figlio di Dio assume la nostra umanità e viene ad abitare tra noi perché l’uomo impari gradualmente ad accogliere la vicinanza divina.

L’Incarnazione rivela una delicatezza che sorprende. Il Signore non si impone alla creatura attraverso una manifestazione irresistibile della propria grandezza. Entra nel mondo come un bambino affidato alle braccia di una madre. Cresce dentro la vita ordinaria di Nazaret e accetta lunghi anni di nascondimento. La sua presenza si fa vicina rispettando la condizione dell’uomo, perché la libertà possa riconoscerlo e affidarsi a Lui.

Forse siamo anche noi come quella volpe incontrata lungo il viale. Avvertiamo un’attrazione verso Dio e, quando la sua presenza raggiunge zone troppo profonde della vita, ci ritraiamo. Desideriamo che il Signore sia vicino, finché la sua vicinanza non ci chiede di abbandonare una sicurezza. Lo cerchiamo nella preghiera e ci spaventiamo quando la sua parola diventa concreta, quando illumina una scelta o domanda la consegna di qualcosa che tratteniamo gelosamente.

Il Signore conosce questa nostra esitazione. La sua grazia non violenta la libertà. Ci raggiunge e attende una risposta, tornando a chiamarci attraverso la Parola e i sacramenti. Anche dopo le nostre fughe, continua a offrirci la possibilità dell’incontro.

Dio non ha bisogno di abituarsi a noi come se ignorasse la fragilità della creatura. L’espressione di sant’Ireneo vuole farci contemplare il mistero del Verbo che assume realmente la nostra condizione e pone la sua dimora tra gli uomini. In Cristo, Dio entra nella consuetudine della vita umana, mentre l’uomo viene reso capace di accogliere la comunione con Dio. È una familiarità che nasce dall’Incarnazione e tende al suo compimento nella gloria.

Forse anche l’Avvento serve ad abituarci alla presenza. Dio ha già preso l’iniziativa e viene incontro all’uomo. A noi è chiesto di imparare a restare, senza fuggire quando la sua vicinanza diventa reale.

Possiamo infatti ridurre Dio a un pensiero rassicurante, lasciandolo a una distanza che non disturba i nostri progetti. Possiamo parlare di Lui, studiarlo e predicarlo, continuando a sottrarci all’incontro personale. Il Natale ci conduce davanti a una presenza concreta: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Questa mattina, lungo il viale, avrei voluto che il volpacchiotto superasse subito la propria paura. Avrei desiderato una confidenza che ancora non poteva offrirmi. Anch’io, qualche volta, vorrei sentire Dio immediatamente familiare, quasi fosse possibile entrare nel mistero senza attraversare il tempo della fedeltà e dell’attesa.

La familiarità con il Signore cresce frequentando la sua presenza. Nasce tornando alla preghiera anche quando sembra arida e sostando davanti all’Eucaristia senza pretendere ogni volta una consolazione. Si approfondisce quando la Parola può entrare nella vita e modificarla.

La fede comprende certamente l’adesione dell’intelligenza alla verità rivelata. Essa coinvolge anche la lenta educazione del cuore, che impara a non temere Colui al quale ha affidato se stesso. Dio rimane sempre più grande di ciò che possiamo comprendere. In Cristo si è fatto realmente vicino e ci prepara, giorno dopo giorno, a quella comunione per la quale siamo stati creati.

Il volpacchiotto è fuggito nel bosco e il viale è rimasto vuoto. Le parole di sant’Ireneo, invece, hanno continuato ad accompagnarmi.

Forse oggi il Signore non mi chiede di compiere qualcosa di straordinario. Mi domanda di restare un poco più vicino e di non fuggire davanti alla sua presenza.

Di lasciarmi abituare a Lui.

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