Nella Messa celebrata da mons. Renato Boccardo per la conclusione del Giubileo della Speranza nel penitenziario, le macerie del terremoto sono diventate immagine delle vite ferite che possono ancora essere ricostruite. Il sogno di Giuseppe, le parole di Leone XIV e il Bariona di Sartre hanno mostrato che la speranza cristiana non cancella ciò che è accaduto, ma impedisce che il passato diventi l’ultima parola.
Ci sono luoghi nei quali alcune parole cristiane riacquistano improvvisamente il loro peso, perché la realtà impedisce di pronunciarle con leggerezza. La Casa di Reclusione di Spoleto è uno di questi. Quando si parla di libertà dentro un carcere, di speranza davanti a uomini che conoscono il peso di una condanna, di futuro a persone per le quali il tempo stesso ha assunto una misura diversa, il linguaggio religioso viene quasi costretto a ritrovare la propria verità.
È accaduto il 20 dicembre 2025, durante la Messa celebrata dal nostro Arcivescovo, mons. Renato Boccardo, per la conclusione del Giubileo della Speranza nella Casa di Reclusione di Spoleto. La liturgia si avvicinava ormai al Natale e le letture conducevano verso Giuseppe, l’uomo che riceve nel sogno una parola capace di cambiare il corso della sua vita proprio quando ciò che aveva immaginato sembrava essersi spezzato.
L’Arcivescovo ha scelto di parlare ai detenuti partendo da un’immagine che nella nostra terra possiede ancora una forza concreta: le macerie del terremoto del 2016. In questi anni abbiamo visto chiese e paesi feriti, edifici che sembravano perduti e pietre raccolte pazientemente perché potessero tornare a occupare il loro posto. La riapertura della Basilica di San Benedetto a Norcia ha reso visibile quanto una ferita possa rimanere dentro la memoria e, nello stesso tempo, diventare parte di una ricostruzione.
Portare questa immagine dentro il carcere significava parlare a uomini che conoscono altre macerie, meno visibili e spesso più difficili da ricomporre. Una scelta sbagliata può lasciare conseguenze che attraversano anni; una colpa può ferire chi l’ha commessa e chi l’ha subita; una condanna può diventare lentamente una definizione della persona, fino a farle credere che tutto ciò che è stata e tutto ciò che potrà essere coincida ormai con l’atto che l’ha condotta lì.
Mons. Boccardo non ha alleggerito questo peso e non ha cercato scorciatoie consolatorie. Ha parlato di una identità «ferita e sanguinante», riconoscendo che le ferite della vita non scompaiono attraverso qualche parola rassicurante. Proprio dentro quella ferita, però, ha chiesto ai detenuti di conservare la capacità di guardare ancora avanti.
Il Salmo 24, proclamato durante la celebrazione, offriva una domanda particolarmente esigente: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro». In un carcere quelle parole potrebbero facilmente assumere il tono di un giudizio pronunciato da chi sta fuori verso chi sta dentro. L’Arcivescovo ha invece ricondotto tutti alla stessa verità davanti a Dio, ricordando che nessuno può presumere di presentarsi con mani sempre innocenti e con un cuore mai attraversato dal male.
Questa consapevolezza non annulla la responsabilità personale e non rende equivalenti tutte le colpe. Toglie però al cristiano la possibilità di osservare l’altro dall’alto di una presunta innocenza assoluta. Le ferite possono essere diverse e differenti sono le conseguenze delle nostre azioni, mentre rimane comune il bisogno di misericordia con il quale ogni uomo si presenta davanti al Signore.
È dentro questa verità che il Vangelo di Giuseppe ha aperto uno spazio ulteriore. Giuseppe si trova davanti a una storia che non comprende e che sembra contraddire ciò che aveva sperato. Proprio mentre cerca una via per affrontare quella situazione, il sogno diventa il luogo nel quale Dio gli permette di vedere più lontano.
Sognare, nella Scrittura, non significa rifugiarsi fuori dalla realtà. Giuseppe si sveglia e deve compiere una scelta, assumere una responsabilità, accogliere Maria e dare un nome al bambino. Il sogno ricevuto da Dio lo riconduce alla storia con uno sguardo nuovo.
Per questo l’immagine scelta dall’Arcivescovo era particolarmente adatta a uomini la cui libertà fisica è limitata. Il primo sogno di un detenuto, ha riconosciuto con grande concretezza, è comprensibilmente quello di uscire. Per alcuni questa possibilità può essere vicina, per altri lontana, per altri ancora quasi irraggiungibile. Sarebbe crudele fingere che questa differenza non esista, e sarebbe altrettanto crudele far credere che, finché quella porta rimane chiusa, ogni altra possibilità di futuro debba essere sospesa.
«Credo invece che dovete coltivare i vostri sogni, perché il bene è sempre possibile», ha detto l’Arcivescovo, riprendendo anche un pensiero espresso da Papa Leone XIV durante il Giubileo del mondo carcerario: la storia di una persona non coincide interamente con ciò che ha fatto e nessun uomo può essere identificato definitivamente con le azioni che ha compiuto.
È una affermazione che richiede molta attenzione, soprattutto quando si parla di carcere. Dire che una persona è più grande della propria colpa non significa diminuire il male commesso e neppure dimenticare le vittime, la cui sofferenza merita rispetto e giustizia. Significa riconoscere che la responsabilità per il passato e la possibilità di un futuro possono abitare la stessa persona.
Il cristianesimo può dirlo perché conosce la conversione. Se l’uomo coincidesse definitivamente con il peggio che ha compiuto, gran parte del Vangelo diventerebbe incomprensibile. Pietro rimarrebbe l’uomo del rinnegamento, Paolo il persecutore, il ladrone crocifisso accanto a Gesù soltanto un condannato. La grazia non cancella la storia che precede; entra in quella storia e rende possibile qualcosa che prima non c’era.
È per questo che la frase pronunciata da mons. Boccardo nella cappella del carcere conserva una forza particolare: «La vostra identità è ferita e sanguina, questo peso deve diventare uno slancio in avanti. Sognare è possibile anche dentro questa casa dove la libertà è limitata».
La speranza cristiana trova qui una delle sue forme più concrete. Non consiste nell’immaginare che domani ogni conseguenza sia cancellata, e neppure nel costruire un futuro irreale per sopportare meglio il presente. Consiste nel rifiutare che il male già compiuto possa esercitare sul futuro un diritto assoluto.
Persino dentro una condizione nella quale molte decisioni quotidiane vengono prese da altri, rimane uno spazio nel quale l’uomo può ancora scegliere che cosa fare della propria ferita. Può lasciare che essa diventi risentimento, rassegnazione o ulteriore violenza; può anche cominciare lentamente a trasformarla in consapevolezza, richiesta di perdono e desiderio di bene.
La ricostruzione evocata attraverso le immagini del terremoto acquista allora il proprio significato più profondo. Nessuno ricostruisce una chiesa fingendo che il terremoto non sia avvenuto. Le pietre vengono raccolte proprio perché sono cadute, vengono esaminate e, quando possibile, tornano a far parte dell’edificio. Alcune portano ancora i segni della frattura.
Anche nella vita umana la guarigione conserva una memoria. Ciò che è avvenuto appartiene alla nostra storia e può continuare a chiederci responsabilità, mentre smette progressivamente di possedere l’intera definizione di ciò che siamo.
Il Natale entra precisamente qui. Il Figlio di Dio non sceglie una umanità ideale nella quale incarnarsi; assume la nostra storia concreta e viene dentro un mondo nel quale esistono violenza, paura e ingiustizia. La genealogia di Gesù custodisce vicende luminose e vicende ferite, perché Dio non attende che la storia diventi degna di lui prima di entrarvi.
La nascita di Cristo rende quindi possibile parlare di speranza anche in carcere senza trasformarla in sentimentalismo natalizio. Dio entra nei luoghi nei quali l’uomo sperimenta il limite e apre dentro di essi una possibilità che non dipende semplicemente dalle condizioni esterne.
Verso la conclusione della visita, un altro elemento ha reso quella giornata particolarmente singolare. È stata proposta la lettura di Bariona o il figlio del tuono, il testo teatrale che Jean-Paul Sartre scrisse durante la prigionia nello Stalag XII-D di Treviri e che fu rappresentato alla vigilia di Natale del 1940.
La presenza di Sartre dentro una celebrazione natalizia potrebbe apparire quasi paradossale, se la storia di quel testo non dicesse qualcosa di sorprendentemente adatto al luogo. Bariona nasce dietro il filo spinato, dentro l’esperienza di uomini privati della libertà e attraversati dalla guerra. Sartre, che certamente non può essere trasformato retroattivamente in uno scrittore cristiano per farci stare più tranquilli, costruì attorno alla nascita di Cristo una storia nella quale il tema della speranza riesce a parlare a credenti e non credenti proprio dentro una situazione segnata dalla prigionia.
Riportare quelle parole dentro il carcere di Spoleto, ottantacinque anni dopo, crea un collegamento che non ha bisogno di essere forzato. Un testo nato in prigionia torna a essere ascoltato da uomini detenuti, e ancora una volta il Natale diventa lo spazio nel quale la domanda sul futuro resiste a condizioni che sembrerebbero smentirla.
La previsione di mettere in scena integralmente l’opera nel Natale 2026 aggiunge inoltre una dimensione importante. Preparare una rappresentazione significa lavorare per qualcosa che ancora non esiste, imparare un testo, assumere un ruolo, attendere una data. In un luogo nel quale il tempo rischia di essere vissuto soprattutto come qualcosa da consumare fino alla fine della pena, un progetto restituisce al tempo la forma dell’attesa.
Prima di lasciare il carcere, l’Arcivescovo ha incontrato anche i detenuti sottoposti al regime del 41 bis. È forse uno dei passaggi che più facilmente possono essere fraintesi, perché basta poco per trasformare un gesto pastorale in una presa di posizione sulla pena o sui reati commessi.
La presenza della Chiesa accanto a un detenuto non dichiara innocente chi è stato giudicato colpevole e non sostituisce la misericordia alla giustizia. Nasce da qualcosa che precede entrambe: nessuna condizione giuridica può sottrarre un uomo all’annuncio del Vangelo.
Cristo stesso ha indicato il carcere tra i luoghi nei quali attende di essere incontrato: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Questa parola non contiene una teoria penitenziaria e non decide quali pene siano necessarie per proteggere la società. Stabilisce però un limite preciso per il cristiano: anche dietro una porta chiusa continua a esserci una persona.
È questa convinzione che permette alla Chiesa di entrare nel carcere senza negare la verità della colpa e senza trasformare la colpa nell’ultima identità dell’uomo. La stessa persona che deve rispondere del male commesso può ancora ascoltare il Vangelo, pregare, domandare perdono e compiere gesti di bene.
Forse il Natale celebrato nella Casa di Reclusione di Spoleto ci consegna proprio questa immagine della speranza. Le macerie rimangono reali e alcune pietre continueranno a portarne il segno, eppure una rovina può diventare il luogo dal quale ricomincia una costruzione. Giuseppe si addormenta davanti a una storia che sembra crollata e si rialza capace di accoglierla in modo nuovo. Un testo scritto da un prigioniero nel 1940 torna a essere ascoltato da altri prigionieri mentre si prepara un Natale futuro.
Dentro queste storie diverse corre la stessa intuizione: finché un uomo rimane capace di ricevere una parola che lo chiama oltre ciò che è stato, il futuro non è completamente chiuso.
Il Natale cristiano annuncia che Dio ha scelto precisamente questa condizione umana per venirci incontro. Non una umanità senza ferite, bensì quella che conosciamo, con le sue cadute e la sua ostinata capacità di ricominciare quando si lascia raggiungere dalla grazia.
Per questo, anche in carcere, è possibile sognare. Non perché le porte siano improvvisamente scomparse, ma perché nessuna porta chiusa può impedire a Dio di raggiungere un uomo e nessun passato, per quanto grave, può arrogarsi il diritto di stabilire da solo tutto ciò che quell’uomo potrà ancora diventare.
Questo commento nasce dalla Messa celebrata da mons. Renato Boccardo nella Casa di Reclusione di Spoleto il 20 dicembre 2025 ed è stato originariamente pubblicato sul sito dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia.
Leggi la pubblicazione ufficiale dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia
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