Avendita di Cascia, 18 dicembre 2025. Il secondo verbo del cammino del clero di Spoleto-Norcia
Il 18 dicembre 2025 il clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si è ritrovato ad Avendita di Cascia per il secondo ritiro del percorso dedicato ai «verbi del prete». Erano presenti quarantadue sacerdoti. L’Arcivescovo mons. Renato Boccardo, dopo la preghiera dell’Ora Terza, ha richiamato il significato particolare del luogo che ospitava l’incontro: un centro di comunità realizzato dopo il terremoto grazie all’impegno della Caritas della diocesi di Cagliari e dedicato alla memoria di mons. Ottorino Pietro Alberti. In una zona ancora segnata dalle ferite del sisma, quel luogo continua a offrire uno spazio concreto per la preghiera e per la vita comunitaria.
Dentro questa cornice il Vescovo ha introdotto il verbo «accompagnare», affidandone la meditazione a padre Roberto Cecconi, Rettore del Santuario della Madonna della Stella. La scelta del Vangelo di Emmaus, Lc 24,13-35, ha dato immediatamente alla riflessione una direzione precisa. L’accompagnamento spirituale non è stato presentato come una generica disponibilità affettiva, quanto come una forma della cura pastorale modellata sulla pedagogia stessa di Cristo risorto.
Nel racconto di Emmaus Gesù incontra due uomini che si stanno allontanando da Gerusalemme con il volto triste, portando dentro di sé una speranza delusa. Il Risorto non li ferma dall’esterno e non impone immediatamente la propria lettura degli eventi. Si avvicina e comincia a camminare con loro. Questo primo movimento contiene già una indicazione decisiva per il ministero: accompagnare comincia dall’uscire da sé e dal farsi prossimo alla storia concreta dell’altro.
Padre Roberto ha insistito sulla sequenza evangelica: Gesù prima si avvicina, poi cammina con. La prossimità viene prima della parola. Anche l’impegno apostolico può diventare una forma di ripiegamento quando assorbe a tal punto il sacerdote da impedirgli di vedere le persone che Dio gli pone accanto. L’accompagnamento comincia allora dalla capacità di accorgersi, interrompere il proprio percorso e raggiungere qualcuno sulla strada che sta realmente percorrendo.
Il «camminare con» costituisce il cuore di questa pedagogia. Chi accompagna non osserva la vita altrui da una posizione esterna e superiore. Rimane egli stesso discepolo, consapevole che mentre sostiene il cammino di un’altra persona continua a essere formato dal Signore. Per il presbitero questo significa riscoprire la paternità spirituale come una dimensione feconda del ministero, vissuta con competenza e con quella umiltà che nasce dal sapere di essere tutti alla sequela dell’unico Maestro.
Sulla strada Gesù pone delle domande. Sono domande semplici, quasi sorprendenti sulle labbra di Colui che conosce ogni cosa, e proprio per questo permettono ai discepoli di raccontare la propria delusione. L’accompagnamento chiede allora l’arte di porre domande capaci di aprire uno spazio interiore. Il sacerdote non deve avere necessariamente una risposta immediata. Molte volte è l’ascolto stesso a consentire alla persona di mettere ordine dentro di sé e di riconoscere ciò che realmente sta vivendo.
L’ascolto non esaurisce però l’accompagnamento. Padre Roberto ha sottolineato la necessità di una maturità umana che permetta di entrare nelle storie delle persone senza confondere vicinanza e dipendenza. La grazia non elimina il lavoro umano della crescita e il ministero spirituale non dispensa dalla formazione della persona. Gesù stesso, nel Vangelo di Luca, viene descritto nella sua crescita in sapienza, età e grazia: il cammino umano e quello spirituale si compenetrano e chiedono tempo.
Per questo accompagnare comporta anche una certa fermezza. Il colloquio spirituale non può ridursi a una conversazione piacevole che lascia tutto immutato. Quando Gesù incontra la ferita dell’uomo la conduce verso una trasformazione concreta. Chi accompagna è chiamato ad aiutare la persona a riconoscere passi possibili, verificabili e reali, sapendo che la libertà dell’altro rimane sempre inviolabile.
Questa serietà dell’accompagnamento porta naturalmente alla preghiera. Il pastore non smette di custodire una persona quando il colloquio termina. La porta con sé davanti al Signore, la ricorda nella celebrazione e la affida all’intercessione. Padre Roberto ha presentato questa dimensione quasi come una lotta spirituale: accompagnare significa lasciarsi coinvolgere fino al punto di pregare realmente per la libertà e la salvezza dell’altro.
A questo si lega il dono della vita. Il tempo speso, la fatica accettata, la memoria dei passaggi compiuti e l’attenzione al cammino concreto di una persona danno alla paternità spirituale una forma incarnata. Il sacerdote accompagna quando l’altro percepisce che la propria storia non è una pratica da archiviare, bensì una vita custodita con discrezione e responsabilità.
Emmaus mostra anche che l’accompagnamento conosce il momento della verità. Gesù ascolta a lungo i due discepoli e a un certo punto pronuncia una parola forte sulla loro incapacità di comprendere. La franchezza appartiene alla carità pastorale. Chi accompagna deve rimanere sufficientemente libero da non aver bisogno di trattenere la persona presso di sé e sufficientemente coinvolto da poterle dire ciò che può aiutarla a crescere, anche quando quella parola risulta esigente.
La svolta del racconto avviene quando il Risorto apre le Scritture. Le esperienze dei discepoli vengono illuminate dalla Parola e ciò che appariva soltanto come fallimento entra finalmente dentro il disegno della salvezza. Padre Roberto ha riconosciuto il valore delle competenze umane necessarie nell’accompagnamento, conservando con chiarezza il primato della Scrittura. La finalità della direzione spirituale non è produrre analisi sempre più raffinate della persona, è condurla a leggere la propria vita dentro la luce di Cristo.
Il cammino raggiunge il vertice nello spezzare il pane. Gli occhi dei discepoli si aprono e riconoscono il Signore. L’Eucaristia diventa così la meta dell’accompagnamento, perché il direttore spirituale non conduce a sé e non crea una dipendenza dalla propria persona. Egli accompagna verso Cristo e verso quel mistero nel quale la vita viene progressivamente conformata alla morte e risurrezione del Signore.
Proprio qui appare uno dei criteri più importanti per valutare la qualità di una paternità spirituale. Un accompagnamento riuscito rende progressivamente libera la persona. Padre Roberto lo ha espresso con grande concretezza: quando chi era abituato a chiedere incontri frequenti impara a camminare con maggiore autonomia, significa che la paternità ha generato vita invece di creare dipendenza. Il compito del padre spirituale non è legare a sé, è aiutare l’altro a stare in piedi davanti a Dio.
Emmaus termina infatti con un paradosso eloquente. Nel momento in cui i discepoli riconoscono Gesù, Egli scompare dalla loro vista. I due non rimangono fermi a rimpiangere la sua presenza visibile. Tornano a Gerusalemme, ritrovano la comunità e diventano annunciatori di ciò che hanno incontrato.
Il frutto dell’accompagnamento è dunque un cuore che torna ad ardere, una persona che ritrova il proprio posto nella comunità e una vita che diventa capace di missione. La direzione spirituale raggiunge il proprio scopo quando restituisce alla Chiesa discepoli più liberi, maturi e capaci a loro volta di avvicinarsi agli altri.
La conclusione della mattinata ha reso visibile questa stessa logica. Dopo la meditazione, i sacerdoti hanno vissuto un tempo di Adorazione eucaristica, quasi ripercorrendo interiormente la strada appena contemplata nel Vangelo. Il cammino di Emmaus tornava così alla sua sorgente: il Risorto che si avvicina, apre la Parola e si lascia riconoscere nello spezzare il pane.
Dentro il percorso dei «verbi del prete», il passaggio da «accogliere» ad «accompagnare» appare allora naturale. Chi ha riconosciuto di essere stato accolto da Dio può imparare a camminare accanto a un altro senza possederlo. Il sacerdote diventa padre quando sa avvicinarsi, condividere una strada e, al momento giusto, lasciare che sia Cristo a occupare tutto lo spazio.
È forse questa l’immagine più limpida consegnata dall’incontro di Avendita: un accompagnatore autentico è un compagno di viaggio che conduce al Signore e sa anche scomparire.
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