don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Roma, 28 dicembre 1837. Nelle ultime ore di san Gaspare non troviamo una scena costruita per la devozione, ma la conclusione coerente di una vita consumata nella missione: i confratelli, la famiglia, i sacramenti, la preoccupazione per la Congregazione e quel semplice «Sì, sì» con cui il fondatore dei Missionari del Preziosissimo Sangue sembra raccogliere, davanti alla morte, l’intera obbedienza della propria esistenza.

Il 28 dicembre 1837 Gaspare del Bufalo è ormai alla fine. Da tempo il suo corpo porta i segni di una vita nella quale le energie sono state impiegate senza particolare risparmio: viaggi, missioni popolari, predicazioni, preoccupazioni per le case dell’Istituto e un ministero che negli ultimi mesi aveva continuato a esercitare anche mentre la salute si aggravava. La malattia che lo avrebbe condotto alla morte lo trova a Roma, nel palazzo Orsini presso il Teatro di Marcello, circondato da alcune delle persone che gli erano state più vicine.

Tra queste vi è Giovanni Merlini, il discepolo che aveva incontrato Gaspare a San Felice di Giano nel 1820 e che negli anni era diventato uno dei suoi collaboratori più fidati. Merlini appartiene a coloro che ci hanno lasciato una memoria particolarmente preziosa di quelle ultime ore, e proprio attraverso la sua testimonianza la morte del fondatore acquista la concretezza di una vicenda familiare, lontana da certe ricostruzioni agiografiche nelle quali ogni gesto sembra già compiuto pensando alla futura canonizzazione.

Accanto al letto ci sono anche Paolina e Gigia, familiari che hanno accompagnato Gaspare durante la malattia. Nei loro confronti egli conserva fino alla fine quella particolare attenzione che gli impediva di chiudersi nella propria sofferenza. Le testimonianze ricordano le parole rivolte a chi gli stava vicino e la sua insofferenza verso una tristezza che potesse diventare disperazione, quasi che anche nell’ora estrema Gaspare sentisse il bisogno di proteggere gli altri dal peso della propria morte.

Il giorno precedente aveva ricevuto la visita del cardinale Pietro Francesco Galleffi Fransoni, protettore della Congregazione, e aveva affidato alla sua benevolenza le persone di famiglia che gli erano care. Anche questo piccolo gesto appartiene alla verità del suo transito: Gaspare sa che sta lasciando questo mondo e continua a pensare a coloro che rimarranno.

Quando Merlini torna presso di lui nella mattina del 28 dicembre, apprende che durante la sua assenza Gaspare ha fatto chiamare don Giacomo Traversa, parroco di Sant’Angelo in Pescheria, per ricevere l’Estrema Unzione. Alla domanda se fosse stato davvero necessario anticipare quel momento, Gaspare risponde semplicemente di essere ormai contento. Non vi è nel racconto dei testimoni una ricerca della morte e nemmeno la volontà di trasformarla in una prova eroica; vi è piuttosto la disponibilità di chi comprende che il tempo si sta compiendo e desidera ricevere dalla Chiesa ciò che accompagna il cristiano nell’ultimo passaggio.

Giunge anche Vincenzo Pallotti, che in quegli ultimi tempi era stato confessore e amico di Gaspare. La testimonianza di Pallotti è importante proprio perché proviene da un uomo che la Chiesa avrebbe a sua volta riconosciuto santo. Egli descriverà Gaspare come perfettamente disposto alla morte, raccolto e interiormente pacificato, in contrasto con alcune voci che in quei giorni avevano cercato perfino di insinuare che il fondatore non fosse rassegnato a morire.

La malattia non aveva infatti sottratto Gaspare alle incomprensioni che avevano accompagnato molti anni della sua vita. Anche nell’ultima stagione rimanevano tensioni attorno alla Congregazione, alla sua forma giuridica e al futuro delle case missionarie. In mezzo a queste preoccupazioni compare persino una questione apparentemente secondaria e che, per i suoi figli, possedeva invece un significato affettivo molto concreto: il luogo della sepoltura.

La Confraternita dei Sacconi Bianchi, alla quale Gaspare era legato, avrebbe potuto rivendicare il diritto di seppellirlo nella propria chiesa di San Teodoro al Palatino. Merlini e i Missionari desideravano invece che il corpo del fondatore potesse riposare nella casa di San Paolo ad Albano. Anche nell’ora della morte, quindi, la realtà ecclesiale conserva la sua consueta capacità di presentare questioni pratiche proprio quando sembrerebbe opportuno concedere una tregua.

Gaspare viene informato della situazione attraverso Bartolomeo, il servitore che lo assiste. La sua risposta, secondo la testimonianza trasmessa, è essenziale: «Fate come volete». Viene allora preparato un codicillo con il quale dispone la possibilità della sepoltura ad Albano. È un particolare che dice molto sul rapporto tra il fondatore e i suoi Missionari: ormai privo di forze, Gaspare accetta di modificare le proprie disposizioni perché comprende il desiderio di coloro che hanno condiviso con lui la nascita e le fatiche dell’opera.

Nel primo pomeriggio le condizioni precipitano. La stanza si riempie delle persone che gli sono accanto da giorni. Merlini accompagna le ultime preghiere, Paolina e Gigia rimangono presso il letto, Pallotti è nuovamente presente.

È in questo contesto che la tradizione documentaria conserva le ultime parole attribuite a Gaspare. Mentre viene invitato ad abbandonarsi alla volontà di Dio, egli riesce ancora a pronunciare un semplice: «Sì, sì».

Due sillabe che non hanno bisogno di essere trasformate in una formula preparata per i posteri. Proprio la loro semplicità le rende coerenti con ciò che Gaspare aveva cercato di vivere. Il sacerdote che aveva rifiutato il giuramento imposto da Napoleone pagando con l’esilio la propria fedeltà alla Chiesa, il missionario che aveva attraversato città e campagne per predicare la riconciliazione, il fondatore che aveva difeso fino allo sfinimento la propria Congregazione arriva davanti alla morte senza un ultimo discorso da consegnare ai discepoli.

Rimane un assenso.

Pallotti prende parte alla raccomandazione dell’anima e ricorderà in seguito la serenità con cui Gaspare attraversò l’agonia. Le testimonianze insistono sulla pace del volto e sull’assenza di agitazione, quasi che l’ultima lotta non fosse più quella di un uomo che cerca di trattenersi alla vita, ma quella di chi si lascia accompagnare verso ciò per cui aveva preparato tutta l’esistenza.

Gaspare muore nel pomeriggio del 28 dicembre 1837, intorno alle due e mezza.

Ha cinquantuno anni.

È un’età che oggi appare sorprendentemente breve, soprattutto se si guarda alla quantità di vita concentrata in quegli anni: il rifiuto del giuramento napoleonico e l’esilio, la fondazione della Congregazione nel 1815, le missioni popolari, il lavoro nelle zone segnate dal brigantaggio, la direzione di sacerdoti e laici, l’accompagnamento di Maria De Mattias e le continue fatiche per assicurare futuro all’Istituto.

Il medico che lo aveva seguito, il dottor Mazzucchielli, attribuì la morte alla grave compromissione polmonare, dentro un organismo ormai indebolito dalle fatiche e da una vita che aveva spesso anteposto il ministero alla cura di sé. Anche questo dato va letto senza trasformare la trascuratezza della salute in una virtù spirituale da imitare. Racconta però concretamente il prezzo pagato da un uomo che aveva conosciuto molto poco il riposo.

Nelle testimonianze raccolte successivamente compare anche un particolare riguardante Vincenzo Pallotti. Merlini ricordò di averlo visto, nel momento della morte, alzare lo sguardo e accompagnare con il gesto delle mani ciò che sembrava percepire interiormente, pronunciando parole di benedizione verso l’anima di Gaspare. Pallotti avrebbe poi confidato di aver avuto la percezione spirituale di Cristo che veniva incontro all’anima dell’amico.

Un racconto simile appartiene alla testimonianza personale e deve essere conservato precisamente come tale. Non abbiamo bisogno di trasformarlo in una cronaca oggettiva di ciò che avveniva invisibilmente nella stanza. Ha però un valore dentro il rapporto tra due uomini che si erano conosciuti nella fede e che la Chiesa avrebbe successivamente riconosciuto entrambi come santi.

Gaspare muore mentre la sua opera è ancora fragile. La Congregazione non possiede ancora quella stabilità che i decenni successivi le avrebbero dato e molte questioni rimangono aperte. Giovanni Merlini, che in quelle ore gli sta accanto, sarebbe diventato uno degli uomini decisivi per custodirne l’eredità e avrebbe contribuito a portare l’Istituto verso una maggiore definizione.

Anche per questo il transito del fondatore non può essere letto come la conclusione perfettamente ordinata di un progetto già compiuto. Gaspare lascia un’opera ancora affidata alla libertà e alla responsabilità degli altri. È forse una delle forme più vere della paternità: arrivare a un momento nel quale bisogna accettare che ciò che si è generato continui senza di noi.

Nel suo caso questa consegna possiede un significato particolare, perché il carisma che aveva predicato per tutta la vita era quello del Sangue di Cristo. Gaspare aveva imparato a guardare il Sangue versato sulla Croce come il segno del valore dell’uomo davanti a Dio e della misura dell’amore con cui Cristo aveva voluto redimerlo. Alla fine della propria vita egli stesso deve entrare personalmente dentro quel mistero che per anni aveva annunciato agli altri.

Non possiede più la voce del grande predicatore e non può più percorrere le strade nelle quali aveva portato le missioni. Gli rimane soltanto ciò che in realtà aveva sostenuto tutto il resto: affidarsi.

Quel «Sì, sì» può essere accolto proprio in questa prospettiva. Non come una frase costruita per diventare epigrafe, quanto come l’ultimo movimento di una volontà che aveva attraversato molte resistenze, conflitti e prove cercando di rimanere disponibile alla volontà di Dio.

Il 28 dicembre 1837 i Missionari perdono il loro fondatore. Non sanno ancora quale forma avrà il futuro della Congregazione e non possono immaginare che più di un secolo dopo, nel 1954, Pio XII proclamerà santo quel sacerdote romano morto in una stanza presso il Teatro di Marcello.

Possono soltanto raccogliere una eredità.

Dentro quella eredità vi sono le missioni popolari, le case fondate, le lettere, la predicazione e la spiritualità del Preziosissimo Sangue. Vi è anche quella stanza nella quale, nell’ultima ora, il missionario che aveva parlato tanto durante la propria vita non lascia un grande discorso conclusivo.

Lascia un assenso.

Ed è forse difficile trovare una conclusione più coerente per l’esistenza di Gaspare del Bufalo.

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