don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Nel discorso rivolto all’ANCI il 29 dicembre 2025, Leone XIV ha ricordato che «si diventa sindaci giorno dopo giorno». È una frase semplice, dietro la quale si intravede una concezione molto esigente dell’autorità politica: il primo cittadino non governa da lontano, perché incontra quotidianamente i volti sui quali ricadono le decisioni pubbliche e impara il proprio servizio dentro una comunità concreta.

Tra le figure della vita pubblica, quella del sindaco conserva qualcosa di particolare. È forse il livello nel quale l’autorità politica mantiene ancora più visibilmente un volto umano, perché chi amministra una città continua ad abitare gli stessi luoghi nei quali le sue decisioni producono conseguenze, incontra per strada le persone che gli chiedono conto di ciò che accade e difficilmente può rifugiarsi nella distanza che spesso accompagna le istituzioni più grandi.

Papa Leone XIV lo ha ricordato il 29 dicembre 2025 incontrando i rappresentanti dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Il suo discorso non proponeva una teoria dell’amministrazione locale e non entrava nelle competenze tecniche dei Comuni. Partiva da una considerazione più profonda sul potere, collegandola al Natale appena celebrato.

Davanti alla prepotenza di Erode, il Papa ha indicato nella nascita di Cristo una rivelazione del significato autentico dell’autorità. Il potere diventa umano quando assume la forma della responsabilità e del servizio, e proprio per questo richiede persone capaci di ascoltare le necessità concrete delle famiglie e di coloro che vivono condizioni di maggiore fragilità.

Applicato alla figura del sindaco, questo principio acquista una particolare evidenza. Il primo cittadino riceve certamente un mandato politico, lavora dentro maggioranze e opposizioni, deve prendere decisioni che inevitabilmente incontrano approvazione e dissenso. La responsabilità che assume, però, supera la semplice appartenenza che lo ha condotto all’elezione, perché dal momento in cui governa una comunità le conseguenze delle sue decisioni raggiungono anche coloro che non lo hanno votato e coloro che continueranno a contestarlo.

È dentro questa realtà che acquista senso la frase di Leone XIV: «si diventa sindaci giorno dopo giorno».

Un’elezione attribuisce un incarico e conferisce poteri definiti dalla legge, mentre la qualità dell’amministratore si costruisce molto più lentamente. Nasce nel modo in cui affronta le questioni che non aveva previsto durante la campagna elettorale, nel rapporto con persone che non appartengono al proprio ambiente politico e nella capacità di conservare il senso della misura quando l’esercizio dell’autorità diventa faticoso.

Un sindaco governa infatti dentro una prossimità che raramente concede tregua. Le persone possono incontrarlo durante una festa pubblica e poche ore dopo fermarlo per una strada dissestata, una famiglia in difficoltà, un problema di sicurezza, la mancanza di un servizio o una situazione personale che nessun bilancio comunale riuscirà mai a descrivere completamente.

Questa esposizione quotidiana rende il ruolo particolarmente delicato. Molti problemi che raggiungono un Comune nascono da dinamiche sulle quali il sindaco possiede un controllo limitato: decisioni nazionali, trasformazioni economiche, movimenti demografici, emergenze ambientali o mutamenti sociali più ampi. Eppure è spesso proprio al Comune che il cittadino si rivolge quando quelle dinamiche diventano esperienza concreta.

Il sindaco si trova così nel punto nel quale la politica generale incontra la vita ordinaria.

È una posizione che richiede competenza amministrativa e, insieme, una forma di sapienza pratica che nessun manuale può produrre da solo. Occorre conoscere norme, bilanci e procedure, ma occorre anche saper comprendere che dietro una richiesta apparentemente semplice può esserci una storia molto più complessa, e che la stessa decisione giuridicamente corretta può essere comunicata o applicata in modi profondamente diversi.

Leone XIV ha richiamato a questo proposito Giorgio La Pira, riportando alcune parole rivolte dal sindaco di Firenze ai consiglieri comunali. La Pira riconosceva loro il diritto di negargli la fiducia politica, mentre rifiutava l’idea che potessero chiedergli di non occuparsi dei disoccupati, degli sfrattati, degli anziani, dei malati e dei bambini. La cura di chi soffre apparteneva, nella sua comprensione del mandato, al cuore stesso del dovere amministrativo.

Il riferimento è importante perché impedisce di leggere la prossimità come semplice cordialità personale. Un sindaco può essere affabile e restare un cattivo amministratore, così come può possedere un temperamento poco espansivo ed esercitare con grande serietà il proprio servizio. La vicinanza politica non si misura dalla capacità di piacere, bensì dalla disponibilità a lasciarsi raggiungere dalle condizioni reali delle persone e a tradurle, per quanto possibile, in responsabilità pubblica.

Questa disponibilità diventa particolarmente necessaria davanti ai più fragili. Leone XIV ha parlato della crisi demografica, delle difficoltà delle famiglie e dei giovani, della solitudine degli anziani, della povertà e delle forme di emarginazione che attraversano le città. Ha ricordato inoltre che esse non sono luoghi anonimi, perché sono composte da «volti e storie da custodire come tesori preziosi».

Questa espressione offre forse una delle chiavi migliori per comprendere il governo locale. Le amministrazioni hanno necessariamente bisogno di dati, statistiche e programmi, perché nessuna politica seria può essere costruita soltanto sulle impressioni. Il rischio comincia quando il dato diventa sufficiente a se stesso e la persona scompare dietro la categoria alla quale appartiene.

Un anziano solo può diventare una voce dentro una statistica demografica, una famiglia sfrattata un problema abitativo, un giovane senza lavoro una percentuale di disoccupazione. Tutte queste definizioni sono utili, e nessuna di esse riesce a contenere completamente la vita che descrive.

Il sindaco incontra proprio questa eccedenza della realtà rispetto alle categorie amministrative.

Da qui nasce anche una delle fatiche più profonde del ruolo. Governare significa scegliere e ogni scelta lascia qualcuno insoddisfatto. Le risorse sono limitate, le priorità spesso si sovrappongono e ciò che appare urgente a una parte della popolazione può essere percepito come secondario da un’altra.

Per questo essere «sindaco di tutti» non può significare ottenere l’approvazione di tutti. Una simile pretesa renderebbe impossibile governare e trasformerebbe ogni decisione in ricerca del consenso immediato. Essere sindaco di tutti significa piuttosto ricordare che nessun cittadino perde il diritto a essere considerato parte della comunità perché appartiene all’opposizione, perché protesta o perché rappresenta una minoranza poco influente.

Questa responsabilità riguarda però anche i cittadini.

La vita democratica si impoverisce quando il sindaco viene trasformato alternativamente in idolo o capro espiatorio. Chi amministra deve rispondere delle proprie decisioni e può essere criticato con grande severità, mentre una comunità matura conserva la capacità di distinguere il giudizio politico dalla delegittimazione personale e riconosce che non ogni problema presente sul territorio nasce direttamente dalla volontà dell’amministrazione.

Il rapporto tra autorità e comunità diventa allora una scuola reciproca di responsabilità. Il sindaco è chiamato a non ridurre la città alla parte che lo sostiene; i cittadini sono chiamati a non ridurre il sindaco alla caricatura costruita dalla propria appartenenza politica.

Dentro questa relazione l’ascolto assume un valore molto concreto.

Leone XIV lo presenta come una dinamica capace di mantenere umana l’autorità. Ascoltare non significa accogliere automaticamente ogni richiesta e nemmeno rinunciare alla responsabilità della decisione. Significa permettere che la realtà dell’altro entri nel processo attraverso il quale si decide.

Un amministratore che ascolta potrà comunque dire di no, e talvolta dovrà farlo. La qualità di quel rifiuto dipenderà però anche dal fatto che la persona abbia avuto la possibilità di essere riconosciuta e che la decisione non sia nata semplicemente dalla distanza.

Questa prossimità espone inevitabilmente il sindaco anche alla sofferenza. Lo si vede nei momenti delle calamità, negli incidenti, nelle morti improvvise, nelle crisi sociali e nelle vicende nelle quali il primo cittadino diventa quasi spontaneamente il rappresentante della comunità davanti al dolore.

In quelle circostanze l’autorità perde ogni ornamento.

Rimane una persona chiamata a stare accanto ad altre persone e a dare una forma pubblica a un lutto, a una paura o a una speranza condivisa.

È forse per questo che il ruolo del sindaco conserva ancora una dimensione simbolica che supera le competenze amministrative. La fascia tricolore non rappresenta soltanto un ufficio; rende visibile, in determinati momenti, la presenza della comunità intera.

Questo valore simbolico diventa però credibile solo quando rimane collegato alla vita quotidiana. Il sindaco che compare nelle cerimonie e scompare davanti ai problemi perde progressivamente quella funzione di rappresentanza che il simbolo dovrebbe esprimere.

Leone XIV ha indicato anche un’altra dimensione interessante, richiamando don Primo Mazzolari. Un paese, osservava il sacerdote lombardo, non ha bisogno soltanto di strade, case, acquedotti e servizi; ha bisogno anche di un modo di vivere insieme e di guardarsi reciprocamente.

È una osservazione che mantiene una forte attualità.

La buona amministrazione deve certamente realizzare opere, organizzare servizi e rendere efficienti le strutture pubbliche. Una città perfettamente amministrata sotto il profilo tecnico può però diventare un luogo umanamente povero se aumentano la solitudine, la diffidenza reciproca e l’incapacità di percepirsi come parte di una storia comune.

Il governo locale incontra perciò anche una dimensione culturale. Non può produrre artificialmente la coesione sociale, ma può favorire luoghi, occasioni e scelte capaci di renderla possibile. Può custodire la memoria di una comunità, sostenere forme associative, creare spazi nei quali generazioni e condizioni sociali differenti abbiano ancora la possibilità di incontrarsi.

Questa responsabilità diventa particolarmente importante nei piccoli Comuni, nei quali il tessuto comunitario conserva spesso una forza che le grandi città hanno in parte perduto e, proprio per questo, appare ancora più vulnerabile quando lo spopolamento, l’invecchiamento o la progressiva scomparsa dei servizi cominciano a modificarlo.

Anche qui il sindaco si trova sulla soglia.

Deve governare ciò che esiste e nello stesso tempo immaginare ciò che potrebbe non esserci più tra qualche anno. Deve rispondere all’urgenza della giornata senza perdere completamente la possibilità di progettare il futuro.

Leone XIV conclude il proprio discorso chiedendo agli amministratori di diventare «maestri di dedizione al bene comune». È una formula impegnativa, perché il bene comune non coincide con la somma delle richieste individuali e non può nemmeno essere utilizzato come parola nobile per giustificare decisioni già prese.

Cercarlo significa assumere la comunità nella sua interezza, riconoscendo le esigenze presenti e la responsabilità verso coloro che verranno dopo.

Forse proprio qui il sindaco mostra la forma più interessante dell’autorità politica. Governa uno spazio relativamente piccolo, eppure dentro quello spazio incontra quasi tutti i grandi problemi della società contemporanea nella loro forma più concreta.

La demografia diventa la scuola che chiude o il paese che invecchia. La povertà diventa il volto di una famiglia conosciuta. La crisi economica diventa il negozio che abbassa la serranda. L’integrazione diventa il vicino di casa. La fragilità psichica diventa una persona che i servizi faticano a raggiungere. La politica nazionale arriva infine davanti alla porta del Comune e assume un nome.

È questa prossimità a rendere il ruolo tanto prezioso quanto faticoso.

Il sindaco non possiede il potere necessario per risolvere ogni problema che raggiunge il suo ufficio, mentre conserva la responsabilità di non permettere che quei problemi diventino completamente anonimi.

Forse «si diventa sindaci giorno dopo giorno» proprio per questo. Perché l’autorità locale non si apprende soltanto amministrando norme e risorse. Si impara lasciando che una città, con le sue ferite e le sue attese, insegni lentamente a chi la governa che il potere vale nella misura in cui riesce ancora a servire persone reali.

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