don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

QUANDO FINISCE CIÒ CHE SEMBRAVA TUTTO

Una sera nella cripta, alla scuola di sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Le tenebre sono calate su questo giorno e il silenzio della cripta avvolge ogni cosa come una veste antica. È l’ora nella quale la solennità di Tutti i Santi comincia a congiungersi con la memoria dei fedeli defunti. Poco fa ho benedetto le tombe nel cimitero di Bastardo. Tra i cipressi si levavano le preghiere, talvolta interrotte dal pianto. C’erano madri raccolte davanti alla tomba di un figlio e figli ormai adulti tornati accanto ai propri genitori. Una donna piangeva la morte dolorosa della mamma, custodendo un ricordo che il tempo non riesce ad allontanare.

Abbiamo pregato e affidato ogni nome alla misericordia di Dio. Ora, nella solitudine dell’abbazia, la memoria ritorna alla morte e raggiunge anche la mia. Tra le mani tengo l’Apparecchio alla morte di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La luce trema sulle pietre della cripta e, in questo silenzio capace quasi di far male ai timpani, sento che tutto passa. Dio rimane.

Viene allora la domanda che nessun uomo può eludere per sempre: che cosa resta di noi quando tutto finisce?

La Chiesa oggi ha contemplato la moltitudine dei suoi figli giunti alla gloria. Tra poco ci farà sostare davanti alle tombe e pregare per coloro che attendono il pieno compimento della purificazione. La liturgia ci accompagna così a guardare la morte dentro la luce della santità. La fine della vita terrena appare per ciò che realmente è: il termine del tempo affidato alla nostra libertà e l’ingresso nel giudizio di Dio.

Sant’Alfonso possiede il realismo di chi desidera la salvezza delle anime e per questo rifiuta di addolcire artificialmente la morte. Descrive il corpo che ha cessato di vivere e osserva il dissolversi di ciò che un tempo suscitava ammirazione. Il suo linguaggio può sembrare duro alla nostra sensibilità. La sua intenzione nasce dalla carità pastorale: vuole spezzare l’incantesimo delle apparenze prima che sia troppo tardi.

La seconda considerazione dell’Apparecchio alla morte porta un titolo che non concede vie di fuga: «Colla morte finisce tutto». Sant’Alfonso parla di tutto ciò che appartiene alla scena presente del mondo. Finisce il prestigio cercato con tanta fatica e si dissolve il possesso di quanto avevamo accumulato. Le parti che abbiamo interpretato davanti agli altri cadono insieme ai titoli attraverso i quali pretendevamo di definire noi stessi. Rimane la persona davanti a Dio.

Il corpo deposto nella terra resta custodito dalla promessa della risurrezione. La morte separa l’anima dal corpo e ferisce l’unità naturale della persona; Cristo risorto richiamerà l’uomo intero alla vita. La polvere del sepolcro non costituisce dunque l’ultima parola sulla carne che Dio ha creato e che il Verbo ha assunto. Anche il corpo attende il giorno del compimento.

La meditazione di sant’Alfonso conserva intatta la propria forza quando mi costringe a chiedermi quale consistenza abbiano le cose per le quali consumo le giornate. Quante preoccupazioni che oggi sembrano enormi, viste dalla soglia della morte, perderebbero improvvisamente il loro peso. Quanti risentimenti apparirebbero per quello che sono: un tempo sottratto alla carità. Quanto poco rimarrebbe di certe battaglie combattute soltanto per avere ragione.

Qui, nella cripta, ci sono i confratelli che hanno abitato questa stessa casa e hanno pregato nella medesima chiesa. Le stanze nelle quali vivevano sono passate ad altri. Gli incarichi che esercitavano sono stati affidati a nuovi sacerdoti. Molte delle loro fatiche forse non sono più ricordate da nessuno. Eppure ogni gesto vissuto nella carità rimane davanti a Dio. Neppure un bicchiere d’acqua offerto nel nome di Cristo sarà dimenticato.

La morte compie uno smascheramento che durante la vita cerchiamo spesso di rinviare. Rivela la fragilità della considerazione umana e mostra quanto poco possediamo di ciò che chiamiamo nostro. Anche il nome inciso sulla pietra, con il passare degli anni, può diventare il nome di uno sconosciuto. Dio conosce quella persona e custodisce la verità della sua storia.

Sant’Alfonso scrive perché il peccatore si converta. Sa che il pensiero della morte può diventare una grazia quando restituisce alla vita la sua giusta direzione. La severità delle sue pagine nasce dallo zelo di chi desidera che nessuno si perda. Per questo egli non consente al lettore di rifugiarsi nell’idea di una misericordia ridotta all’indifferenza verso il peccato. Dio prende sul serio la nostra libertà perché ci ha creati per partecipare eternamente alla sua vita.

La misericordia ci raggiunge nel tempo che ci è concesso. Oggi possiamo confessare il peccato che continuiamo a nascondere e cercare la persona dalla quale ci siamo allontanati. Possiamo restituire ciò che abbiamo ingiustamente trattenuto. Verrà un’ora nella quale il tempo della scelta sarà concluso e resterà l’orientamento dato alla nostra esistenza.

Anche l’antica espressione «salvare l’anima», tanto cara alla predicazione alfonsiana, merita di essere compresa nel suo significato autentico. Essa ricorda che l’uomo possiede una vocazione eterna e che nessun successo terreno può compensare la perdita della comunione con Dio. Non contiene alcun disprezzo per il corpo, destinato alla risurrezione, né per la vita presente, nella quale si decide il nostro rapporto con il Signore.

La domanda del Vangelo attraversa i secoli e questa sera sembra risuonare tra le pietre della cripta: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26).

La santità è la vocazione rivolta da Dio a ogni battezzato. Comincia quando permettiamo alla grazia di ordinare concretamente la nostra esistenza verso il suo vero fine. I santi hanno preso sul serio l’eternità e proprio per questo hanno saputo amare le realtà terrene secondo la loro giusta misura. Hanno ricevuto ogni bene come un dono e lo hanno riconsegnato al Signore attraverso la carità.

Prepararsi alla morte significa allora imparare a vivere davanti a Dio. Chi sa di essere pellegrino accoglie con gratitudine ciò che gli viene affidato e attraversa con maggiore libertà l’ora nella quale gli viene chiesto di lasciarlo. La buona morte si prepara vivendo nella grazia, tornando al sacramento della riconciliazione e nutrendosi dell’Eucaristia. Si prepara consegnando al Signore la giornata presente, perché nessuno di noi possiede quella di domani.

Questa sera i confratelli sepolti nella cripta sembrano ricordarmi che anch’io un giorno lascerò la mia stanza e i libri accumulati negli anni. Qualcun altro celebrerà all’altare e percorrerà il viale dell’abbazia. Forse pronuncerà ancora il mio nome. Poi anche quel ricordo si consegnerà lentamente al silenzio.

Resterà ciò che Dio avrà compiuto in me e quanto avrò liberamente affidato alla sua grazia. Resterà l’amore purificato da ogni ombra. Soprattutto resterà Cristo, che oggi mi chiama a seguirlo e un giorno mi chiamerà per nome.

Prima di risalire dalla cripta, la domanda diventa preghiera.

Signore, insegnami a vivere
riconoscendo che il tempo mi è affidato
e che ogni giorno mi avvicina all’incontro con te.
Liberami dall’illusione
di poter rimandare sempre la conversione.
Rendimi fedele alla grazia presente
e vigilante nella carità.
Ricordati dei confratelli
che hanno abitato questa casa
e ora riposano nell’attesa della risurrezione.
Accogli nella tua misericordia
tutti i fedeli defunti.
Quando verrà anche per me l’ultima sera,
fa’ che possa consegnarmi nelle tue mani
e riconoscere finalmente il volto
che avrò cercato lungo tutta la vita.

Amen.

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