don Mario Proietti, C.PP.S.

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NEWMAN DOTTORE DELLA CHIESA: QUANDO EDUCARE SIGNIFICA ACCENDERE UNA LUCE

Nel Giubileo del Mondo Educativo, Leone XIV ha proclamato san John Henry Newman Dottore della Chiesa e lo ha indicato, insieme a san Tommaso d’Aquino, come co-patrono di quanti partecipano al processo educativo. L’omelia del 1° novembre 2025 ha restituito così all’educazione cristiana il suo orizzonte più profondo: accompagnare l’intelligenza nella ricerca della verità, custodire la speranza e aiutare ogni persona a riconoscere la propria vocazione davanti a Dio.

La solennità di Tutti i Santi del 1° novembre 2025 ha consegnato alla Chiesa una decisione che riguarda molto più della storia della teologia. In Piazza San Pietro, durante il Giubileo del Mondo Educativo, Leone XIV ha proclamato san John Henry Newman Dottore della Chiesa e, nello stesso momento, lo ha indicato insieme a san Tommaso d’Aquino come co-patrono di tutti coloro che partecipano al processo educativo.

La scelta possiede una forza particolare proprio perché avviene dentro una celebrazione dedicata ai santi. Newman non viene proposto anzitutto come un intellettuale brillante da collocare accanto agli altri grandi nomi della cultura cattolica, bensì come un cristiano nel quale la ricerca della verità è diventata progressivamente una forma della santità.

Leone XIV ha aperto l’omelia con l’invito paolino a «risplendere come astri nel mondo» e lo ha rivolto agli educatori, alle scuole, alle università e alle istituzioni formative. Ha così collegato la conoscenza a una responsabilità che supera l’acquisizione delle competenze, perché l’educazione cristiana viene compresa come servizio alla crescita della persona e alla sua capacità di orientarsi dentro la complessità del presente.

La figura di Newman appare particolarmente adatta a questa missione. La sua vita intellettuale fu attraversata da una ricerca lunga, talvolta dolorosa, nella quale la fedeltà alla coscienza non significò mai chiusura nella soggettività. Newman cercò la verità lasciandosi raggiungere dalle sue esigenze e accettando che quella ricerca modificasse concretamente la propria vita, fino alla decisione di entrare nella Chiesa cattolica.

È forse proprio questo il motivo per cui la sua testimonianza continua a parlare al mondo dell’educazione. Studiare davvero significa esporsi alla possibilità che ciò che comprendiamo ci chieda qualcosa, perché una conoscenza ridotta alla semplice informazione può arricchire la memoria senza trasformare la persona.

Leone XIV ha richiamato nell’omelia uno dei testi più conosciuti di Newman, Lead, kindly Light, l’inno della «luce gentile» che guida nella notte quando il cammino non appare ancora completamente visibile. L’immagine ha permesso al Papa di descrivere l’educazione come un accompagnamento nel quale non tutto viene consegnato immediatamente e nel quale la persona impara progressivamente a orientarsi.

La luce di cui parla Newman non elimina l’oscurità con un gesto improvviso. Offre abbastanza chiarore per compiere il passo successivo, ed è forse questa una delle metafore più vere dell’educazione, perché nessun maestro può vivere al posto dell’allievo e nessuna istituzione formativa può sostituire il lavoro personale attraverso il quale ciascuno impara a comprendere, scegliere e assumere responsabilmente la propria libertà.

Dentro questa prospettiva Leone XIV ha definito scuole e università «laboratori di profezia», luoghi nei quali la speranza viene custodita e continuamente riproposta. La formula acquista un significato particolare in un tempo nel quale l’educazione viene spesso valutata soprattutto per la sua capacità di preparare al mercato del lavoro, sviluppare competenze immediatamente spendibili e offrire strumenti per affrontare una società altamente competitiva.

Sono esigenze reali, e sarebbe ingenuo ignorarle. Una scuola deve offrire conoscenze solide e una università deve formare persone professionalmente competenti. Il problema nasce quando l’educazione smette di interrogarsi sul significato della vita per la quale quelle competenze vengono acquisite.

Una persona può diventare estremamente competente e rimanere incapace di comprendere per quale ragione valga la pena utilizzare bene ciò che ha imparato. Può possedere strumenti sofisticati e non avere un criterio morale con cui orientarne l’uso. Può accumulare conoscenze e continuare a sentirsi interiormente priva di una direzione.

L’educazione cristiana incontra precisamente questa domanda, perché riconosce che la persona possiede una vocazione più ampia della funzione sociale che potrà svolgere. Leone XIV ha insistito sulla necessità che al centro dei percorsi educativi rimangano persone concrete, con una storia, una fragilità e una dignità che precedono qualsiasi rendimento.

Il riferimento ai giovani più poveri assume allora un valore decisivo. Una concezione cristiana dell’educazione non può limitarsi a formare le élite o a perfezionare coloro che possiedono già gli strumenti per riuscire. Deve interrogarsi anche su chi rimane ai margini, su chi parte da condizioni più fragili e su coloro per i quali l’accesso alla cultura continua a essere difficile.

È qui che la conoscenza può diventare realmente una forma di carità. Aiutare una persona a comprendere il mondo, a sviluppare la propria intelligenza e a scoprire possibilità che prima non riusciva a vedere significa restituirle una parte della libertà che l’ignoranza, la povertà o l’esclusione possono restringere.

La presenza di san Tommaso d’Aquino accanto a Newman rende ancora più interessante il gesto compiuto da Leone XIV. I due santi appartengono a epoche molto diverse e non possono essere ridotti a una formula nella quale uno rappresenterebbe la ragione e l’altro la coscienza. La loro vicinanza indica piuttosto due grandi testimonianze della tradizione cattolica nelle quali l’intelligenza non viene mai separata dalla ricerca di Dio.

In Tommaso la fiducia nella ragione nasce dalla convinzione che la realtà possieda un ordine intelligibile e che la fede non tema ciò che la ragione scopre quando opera rettamente. In Newman la coscienza appare come il luogo nel quale la persona riconosce una chiamata che la precede e impara a rispondervi con libertà.

Entrambi ricordano che l’educazione cristiana non può avere paura del pensiero. Una fede che teme le domande finisce per educare persone fragili, continuamente bisognose che qualcuno protegga le loro convinzioni dalla complessità della realtà. Una intelligenza che rifiuta ogni apertura alla trascendenza rischia invece di ridurre la conoscenza a ciò che può essere misurato, controllato o utilizzato.

La formazione cattolica nasce dall’incontro tra queste dimensioni e cerca di aiutare la persona a diventare capace di pensare dentro una relazione con la verità che non dipende semplicemente dalle preferenze individuali.

Da questo punto di vista Newman continua a essere un maestro particolarmente attuale. La coscienza, nel suo pensiero, non coincide con la facoltà di decidere autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. È piuttosto il luogo nel quale l’uomo avverte di trovarsi davanti a una verità morale che non ha inventato e alla quale è chiamato a rispondere.

Questa comprensione della coscienza può offrire molto anche al dibattito educativo contemporaneo, nel quale spesso si oscilla tra modelli fortemente direttivi, incapaci di riconoscere la libertà dell’allievo, e modelli che interpretano l’educazione quasi esclusivamente come accompagnamento dell’autodeterminazione individuale.

Educare richiede invece di rispettare la libertà abbastanza da non manipolarla e di credere nella verità abbastanza da non abbandonare l’altro alla solitudine delle proprie preferenze.

Leone XIV ha collegato tutto questo alla speranza. Il Giubileo del Mondo Educativo viene presentato come un pellegrinaggio nel quale insegnanti e studenti sono chiamati a riconoscere che il futuro non è semplicemente qualcosa che accade, perché viene anche preparato attraverso il modo in cui oggi formiamo le nuove generazioni.

Ogni educatore conosce il carattere lento di questo lavoro. Molti dei risultati più profondi non sono immediatamente visibili e talvolta emergono anni dopo, quando una parola ascoltata, un libro letto o un incontro vissuto durante il tempo della formazione acquista improvvisamente un significato nuovo.

La speranza educativa nasce anche dalla capacità di accettare questa distanza tra il seme e il frutto. Chi educa non possiede completamente ciò che nascerà dal proprio lavoro e proprio per questo deve imparare a servire un processo che supera i risultati immediatamente misurabili.

La figura di Newman offre ancora una volta un riferimento prezioso, perché tutta la sua esistenza mostra quanto lentamente possa maturare una coscienza. Le grandi decisioni che hanno segnato il suo itinerario religioso non nacquero dall’impulso del momento, ma da anni di studio, preghiera, confronto e progressiva chiarificazione.

L’educazione cristiana dovrebbe conservare questa pazienza anche oggi, soprattutto davanti alla pressione che spinge a produrre continuamente risultati, certificazioni e competenze. Una persona non cresce secondo la velocità di una procedura amministrativa e l’intelligenza ha bisogno di tempo per assimilare ciò che apprende.

Questa prospettiva permette di comprendere anche il legame stabilito dal Papa tra educazione e santità. Leone XIV ha richiamato la vocazione universale alla santità ricordando che il compito educativo raggiunge la propria profondità quando aiuta la persona a riconoscere la chiamata di Dio dentro la propria storia.

La scuola cristiana e l’università cattolica non hanno quindi il compito di produrre una particolare categoria di professionisti religiosamente qualificati. Devono formare uomini e donne capaci di abitare il mondo con competenza, libertà interiore e responsabilità, riconoscendo che ciò che hanno ricevuto attraverso lo studio è chiamato a diventare servizio.

In questa visione la santità smette di apparire come qualcosa di separato dalla cultura. Un medico può vivere santamente la propria professione, così come un insegnante, un ricercatore, un giurista o un artigiano, quando il sapere acquisito viene assunto dentro una vocazione che cerca il bene dell’altro e riconosce in ogni persona una dignità che nessuna utilità sociale può esaurire.

Newman Dottore della Chiesa entra così nel nostro tempo con una parola che riguarda direttamente anche la formazione ecclesiale. Seminari, istituti teologici, scuole di formazione e università pontificie possono moltiplicare programmi e titoli accademici senza raggiungere necessariamente il cuore del compito educativo, perché una persona veramente formata non è semplicemente qualcuno che ha completato un percorso.

È qualcuno nel quale ciò che è stato studiato ha progressivamente acquistato unità, fino a diventare criterio di giudizio e forma della vita.

Per questo la cultura cristiana ha bisogno di maestri più che di semplici trasmettitori di contenuti. Il maestro consegna conoscenze e, nello stesso tempo, mostra con la propria vita che quelle conoscenze possiedono un significato. Non chiede all’allievo di copiarlo e non pretende di diventare indispensabile, perché il suo compito consiste nell’aiutarlo a diventare abbastanza libero da poter continuare il cammino.

La «luce gentile» di Newman descrive forse proprio questo stile. Non abbaglia e non costringe, perché accompagna senza sottrarre alla persona la responsabilità del proprio passo.

Il gesto compiuto da Leone XIV nel Giubileo del Mondo Educativo non consegna dunque alla Chiesa soltanto un nuovo Dottore da aggiungere all’elenco. Offre una figura attraverso la quale tornare a pensare il rapporto tra verità, coscienza, speranza ed educazione in un tempo nel quale la conoscenza aumenta rapidamente e diventa sempre più urgente comprendere quale uomo vogliamo formare attraverso di essa.

San John Henry Newman ha trascorso la propria vita cercando quella luce e accettando che lo conducesse lungo strade che non aveva previsto. La sua proclamazione a Dottore della Chiesa ricorda che anche l’educazione cristiana deve conservare la stessa fiducia: la verità non impoverisce la libertà quando viene cercata con sincerità, perché può diventare la luce dentro la quale una persona impara finalmente a riconoscere il proprio cammino.

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