La nomina di Sarah Mullally a Canterbury, la dottrina cattolica sull’Ordine e il significato di un’unità cristiana che cresce nella verità
Oggi è stata annunciata una scelta destinata a lasciare un segno nella storia della Comunione anglicana. Sarah Mullally, vescovo di Londra, è stata designata come prossima arcivescovo di Canterbury, prima donna chiamata a occupare quella sede. La decisione possiede evidentemente un grande rilievo per la Chiesa d’Inghilterra e avrà conseguenze anche nei rapporti interni a una Comunione anglicana da tempo attraversata da sensibilità molto differenti sul ministero ordinato, sulla morale e sull’autorità ecclesiale. (Diocese in Europe, 3 ottobre 2025)
La notizia è stata presentata anche dalla stampa cattolica dentro l’orizzonte ecumenico, e proprio questo può suscitare qualche domanda nei fedeli. Se una scelta riguarda una comunità cristiana con la quale la Chiesa cattolica mantiene un dialogo ormai pluridecennale, in che modo dobbiamo leggerla? Il fatto di congratularsi con la nuova arcivescovo significa approvare la disciplina anglicana sull’ordinazione delle donne? L’ecumenismo chiede forse di attenuare ciò che divide per salvaguardare ciò che unisce?
Sono domande legittime e meritano qualcosa di più di una reazione istintiva.
La prima cosa da ricordare è che l’ecumenismo cattolico non nasce dall’idea secondo cui le differenze confessionali sarebbero diventate irrilevanti. Il decreto Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II parte da una convinzione opposta: la divisione tra i cristiani contraddice la volontà di Cristo, ferisce la testimonianza della Chiesa e rende più difficile l’annuncio del Vangelo. Il movimento ecumenico esiste proprio perché la comunione attuale è reale e insieme incompleta. (Unitatis redintegratio)
Il Concilio riconosce infatti che coloro che credono in Cristo e hanno ricevuto validamente il Battesimo sono in una certa comunione, benché imperfetta, con la Chiesa cattolica. Li chiama fratelli nel Signore e riconosce che nelle loro comunità possono trovarsi la Parola di Dio, la fede, la speranza, la carità e altri doni dello Spirito. Questa affermazione non relativizza l’identità cattolica. Permette piuttosto di comprendere perché il dialogo con gli altri cristiani non sia una cortesia diplomatica rivolta a estranei, bensì un rapporto tra battezzati che già condividono realmente qualcosa del mistero di Cristo e desiderano raggiungere quella pienezza di comunione che ancora manca.
Proprio per questo il Concilio parla con altrettanta chiarezza delle differenze dottrinali, sacramentali ed ecclesiologiche che costituiscono «non pochi impedimenti, e talvolta gravi» alla piena comunione. L’ecumenismo non consiste nel guardarli meno attentamente. Richiede semmai di conoscerli meglio, di esporre con lealtà la dottrina di ciascuna comunità e di evitare caricature che renderebbero il dialogo più semplice soltanto perché lo renderebbero falso.
La nomina di Sarah Mullally ci mette davanti precisamente a una di queste differenze.
Per la Chiesa cattolica la questione dell’ordinazione sacerdotale femminile non appartiene al campo delle discipline ecclesiastiche che possono essere modificate con il mutare delle circostanze storiche. Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, dopo aver richiamato la pratica costante della Chiesa e il significato della scelta compiuta da Cristo, dichiarò che «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale» e che tale giudizio deve essere tenuto in modo definitivo da tutti i fedeli. (Giovanni Paolo II, Ordinatio sacerdotalis)
La distanza con la prassi anglicana è dunque reale.
Già Paolo VI, quando negli anni Settanta cominciò a profilarsi la possibilità dell’ordinazione femminile nella Comunione anglicana, spiegò all’allora arcivescovo di Canterbury che una simile scelta avrebbe introdotto un serio ostacolo nel cammino verso l’unità. In seguito il tema divenne effettivamente una delle questioni aperte nel dialogo anglicano-cattolico. Il cardinale William Levada ricordava nel 2010 che, mentre le prime commissioni ARCIC avevano raggiunto convergenze significative sul ministero, l’introduzione dell’ordinazione delle donne aveva creato una difficoltà nuova e sostanziale. (Card. William Levada, 6 marzo 2010)
La designazione di una donna alla sede di Canterbury porta inevitabilmente questa divergenza fino al livello più visibile della Comunione anglicana.
Riconoscerlo non significa mancare di rispetto a Sarah Mullally. Sul piano personale e umano nulla impedisce di riconoscere la sua storia di fede, il servizio svolto nel mondo sanitario prima del ministero ecclesiale e le responsabilità che la Chiesa d’Inghilterra ha deciso di affidarle. La chiarezza cattolica riguarda un’altra questione: il significato sacramentale del ministero ordinato e l’autorità che la Chiesa ritiene di aver ricevuto da Cristo.
È significativo che il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, abbia accolto la nomina con parole cordiali, manifestando il desiderio di continuare insieme a rispondere alla preghiera di Gesù «perché tutti siano una cosa sola» e di sviluppare ulteriormente i legami di amicizia e di missione condivisa.
Qualcuno potrebbe vedere in questa cordialità un’ambiguità. A me sembra invece che offra l’occasione per comprendere meglio che cosa sia l’ecumenismo.
Ci si può congratulare con una persona senza trasformare la congratulazione in un’approvazione dottrinale. Si può lavorare insieme nella carità, nella difesa della dignità umana e nella testimonianza cristiana dentro una società secolarizzata, conservando nello stesso tempo una divergenza profonda sulla natura dell’Ordine. Si può pregare per l’unità senza fingere che essa sia già pienamente realizzata.
Se questo equilibrio viene perduto, si producono due caricature opposte.
Da una parte l’ecumenismo può essere ridotto a una cordialità nella quale nessuno osa più nominare le differenze perché ogni precisazione viene percepita come una minaccia al dialogo. A quel punto l’unità viene cercata attraverso l’indeterminatezza e finisce per diventare un sentimento di reciproca simpatia privo della consistenza ecclesiale per la quale Cristo ha pregato.
Dall’altra parte si può difendere la verità cattolica in modo tale da rendere quasi incomprensibile il fatto che la Chiesa riconosca negli altri battezzati veri fratelli in Cristo e nelle loro comunità autentici beni spirituali. Una polemica che riducesse l’anglicanesimo soltanto ai suoi errori sarebbe altrettanto distante dal Vaticano II quanto un ecumenismo che fingesse che gli errori non esistano.
Unitatis redintegratio tiene insieme entrambe le dimensioni con una precisione che merita di essere recuperata. Il dialogo chiede che ciascuno presenti con chiarezza la propria dottrina; nello stesso tempo invita i cattolici a riconoscere con gioia i valori autenticamente cristiani presenti presso gli altri e persino ad accettare che ciò che lo Spirito opera in essi possa contribuire alla nostra edificazione. La verità cattolica non viene difesa impoverendo ciò che Dio ha seminato fuori dei nostri confini visibili.
Lo stesso documento compie poi un passaggio ancora più esigente: prima di chiedere agli altri di cambiare, i cattolici devono esaminare la propria fedeltà a Cristo e rinnovare ciò che nella loro vita impedisce al volto della Chiesa di risplendere con maggiore chiarezza. Il Concilio arriva ad affermare che «non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione». L’unità cristiana, quindi, non viene costruita da una parte che possiede tutto e da un’altra che deve semplicemente cedere. La Chiesa cattolica crede di aver ricevuto la pienezza dei mezzi di salvezza e proprio questa grazia aumenta la responsabilità dei suoi membri davanti a Dio.
San Giovanni Paolo II ha sviluppato questo punto in Ut unum sint. La via ecumenica, scrive, è diventata un impegno irreversibile della Chiesa cattolica. L’unità ricercata possiede però una forma concreta: riguarda la professione della fede, la vita sacramentale e la comunione ecclesiale. Per questo il dialogo non può risolversi in un compromesso nel quale ciascuno rinunci a una parte della propria convinzione per incontrarsi in una zona intermedia. (Giovanni Paolo II, Ut unum sint)
Qui si trova il criterio per leggere anche la scelta di Canterbury.
Dal punto di vista cattolico, l’ordinazione femminile costituisce un ostacolo ulteriore alla piena comunione sacramentale. Dirlo appartiene alla lealtà del dialogo. La presenza di quell’ostacolo non annulla il Battesimo condiviso, la preghiera di Cristo per l’unità, la possibilità di collaborazione e quanto di autenticamente cristiano continua a vivere nella tradizione anglicana.
Qualche settimana fa abbiamo già visto quanto la questione della successione apostolica renda necessario distinguere tra Chiese orientali separate da Roma, Comunione anglicana e comunità nate dalla Riforma. «CHI HA DAVVERO LA SUCCESSIONE APOSTOLICA?» La dichiarazione Dominus Iesus ha successivamente ribadito che le comunità che non hanno conservato l’episcopato valido e l’integrità del mistero eucaristico non sono Chiese nel senso teologico proprio, pur ricordando nello stesso passaggio che i loro battezzati sono incorporati a Cristo e vivono una comunione reale, benché imperfetta, con la Chiesa cattolica. (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Iesus)
Ed è proprio questa formulazione che impedisce di cadere nei due estremi.
Non possediamo ancora la piena comunione.
Possediamo già una comunione.
Tra queste due affermazioni vive l’ecumenismo.
Per questo la nomina di Sarah Mullally non può essere letta dal cattolico come un «progresso» verso l’unità sacramentale, perché rende ancora più visibile una divergenza seria sul ministero ordinato. Nello stesso tempo sarebbe scorretto trasformarla nel fallimento dell’intero cammino ecumenico. Il dialogo serve precisamente quando le differenze rimangono, perché permette di comprenderle senza deformarle e di continuare a cercare insieme la volontà di Cristo.
Nel nostro precedente articolo dedicato al messaggio di Leone XIV alla Settimana ecumenica di Stoccolma avevamo già incontrato questa esigenza: «LEONE XIV E IL MESSAGGIO ALLA SETTIMANA ECUMENICA: TRA RICORDO STORICO E FEDELTÀ ALLA VERITÀ». La ricerca dell’unità appartiene alla missione della Chiesa e non richiede di rendere secondaria la verità che essa ha ricevuto.
Forse il caso di Canterbury ci ricorda proprio questo.
La carità ecumenica non consiste nel sorridere evitando gli argomenti difficili.
La chiarezza dottrinale non consiste nel trasformare ogni divergenza in un motivo per interrompere il rapporto.
Quando verità e carità restano unite, diventa possibile guardare una scelta che ci divide, riconoscerne con precisione il significato e continuare a chiamare fratello chi non condivide ancora con noi la piena comunione ecclesiale.
È una strada più lenta delle semplificazioni.
È anche quella indicata dal Concilio.
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