La statua imbrattata a Roma e una parola che perde significato quando viene usata per sostituire il giudizio
Questa sera una fotografia proveniente da Roma mi ha costretto a fermarmi. La statua di san Giovanni Paolo II che si trova in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini, è stata imbrattata con una scritta offensiva che lo definisce «fascista» e con il simbolo della falce e martello. I Carabinieri hanno avviato gli accertamenti per individuare gli autori, mentre il Campidoglio ha predisposto la rimozione delle scritte. Il gesto è avvenuto nell’area nella quale nei giorni precedenti si era svolto un presidio a sostegno della popolazione palestinese. (ANSA, 4 ottobre 2025)
Conviene fermarsi subito su un dettaglio, perché la precisione è già una forma di giustizia. Non sappiamo chi abbia materialmente compiuto l’atto. La presenza della falce e martello dice qualcosa sull’immaginario politico utilizzato dal responsabile, mentre non consente di attribuire il gesto a un’intera parte politica, a tutti coloro che hanno manifestato per Gaza o a un movimento nel suo complesso. Sarebbe curioso denunciare l’abuso delle etichette cominciando noi stessi con un’etichetta collettiva.
Il problema mi sembra più profondo.
Quando la parola «fascista» viene scritta sulla statua di Giovanni Paolo II, non assistiamo soltanto a un atto vandalico contro un monumento. Vediamo una parola storica che sta perdendo il proprio contenuto e viene utilizzata come puro marchio di delegittimazione. A quel punto non serve più a identificare il fascismo, la sua ideologia, il suo regime o la sua storia; serve semplicemente a dichiarare che qualcuno appartiene al campo del nemico.
Proprio la persona colpita rende il meccanismo quasi grottesco.
Karol Wojtyła aveva diciannove anni quando la Germania nazista invase la Polonia. L’Università Jagellonica di Cracovia, nella quale studiava, venne chiusa dalle forze occupanti. Per evitare la deportazione in Germania lavorò prima in una cava e poi nella fabbrica chimica Solvay; quando maturò la vocazione sacerdotale, dovette frequentare clandestinamente il seminario diretto dall’arcivescovo Adam Stefan Sapieha. La sua formazione umana e cristiana attraversò dunque direttamente uno dei sistemi totalitari ai quali il termine fascismo appartiene storicamente per parentela ideologica e politica. (Biografia di san Giovanni Paolo II)
Quando la guerra terminò, la libertà non arrivò nella forma sperata. La Polonia entrò nell’orbita sovietica e Wojtyła conobbe un altro sistema totalitario, costruito questa volta sul marxismo-leninismo, nel quale la religione veniva considerata un residuo destinato a scomparire e la Chiesa viveva sotto controllo e pressione politica. Da sacerdote, vescovo e poi arcivescovo di Cracovia imparò a misurarsi con un potere che pretendeva di educare la coscienza, regolare gli spazi della fede e definire quale parte della persona potesse avere diritto di esistere pubblicamente.
È difficile immaginare una biografia meno adatta all’etichetta che qualcuno ha scritto oggi sul suo monumento.
Questo non significa trasformare Giovanni Paolo II in un’icona politica dell’anticomunismo occidentale. Sarebbe un’altra semplificazione, speculare alla prima. La storia del suo pontificato è molto più ampia e il suo giudizio sui sistemi politici non coincide mai semplicemente con la divisione tra destra e sinistra.
Giovanni Paolo II combatté con decisione il comunismo perché ne aveva conosciuto dall’interno la negazione della libertà religiosa, la concezione materialistica dell’uomo e il controllo totalitario della società. Allo stesso tempo non consacrò il capitalismo come risposta cristiana definitiva. In Centesimus annus, scritta proprio dopo il crollo dei regimi comunisti europei, avvertì che il fallimento del marxismo non autorizzava a considerare automaticamente vincente qualsiasi forma di capitalismo e ricordò che il mercato deve rimanere inserito dentro un quadro giuridico, morale e sociale capace di custodire la dignità della persona e i bisogni che il mercato da solo non riesce a soddisfare. (Giovanni Paolo II, Centesimus annus)
Questo dettaglio è importante, perché ci impedisce di appropriarci di Giovanni Paolo II per una nuova battaglia di schieramento.
Il Papa polacco non appartiene alla destra perché contribuì alla crisi del comunismo e non diventa di sinistra quando denuncia il consumismo, l’assolutizzazione del mercato o l’emarginazione dei poveri. Il suo criterio era antropologico e cristiano: qualunque sistema riduca l’uomo, ne calpesti la libertà, ne deformi la coscienza o trasformi il potere in misura assoluta entra in conflitto con la dignità della persona.
Per questo, nel 1995, ricordando la fine della Seconda guerra mondiale, Giovanni Paolo II parlò del totalitarismo come di una realtà capace di distruggere le libertà fondamentali, manipolare l’opinione pubblica attraverso la propaganda e alimentare la violenza mediante la negazione progressiva della responsabilità personale. Il riferimento riguardava anzitutto il nazismo e la tragedia della guerra, mentre l’esperienza biografica del Papa gli permetteva di leggere con la stessa lucidità anche la successiva oppressione comunista.
È precisamente qui che l’insulto scritto oggi a Roma assume un significato che va oltre il monumento.
Quando chiunque venga percepito come avversario può essere definito fascista, la parola smette progressivamente di aiutarci a riconoscere il fascismo vero. Una categoria storica precisa diventa una forma di scomunica politica. Il rischio non consiste soltanto nell’ingiustizia compiuta verso la persona colpita; riguarda la nostra capacità collettiva di distinguere.
Le democrazie hanno bisogno di parole che conservino un significato.
Se «fascista» indica semplicemente qualcuno che non ci piace, qualcuno che rappresenta un’autorità contestata o una figura che non rientra nella nostra visione politica, finiamo per impoverire proprio la memoria del fascismo storico. Le dittature reali diventano metafore, mentre gli avversari contemporanei vengono caricati di un peso che rende impossibile il confronto.
È un fenomeno che non appartiene a una sola parte politica. Anche parole come «comunista», «nazista», «globalista», «sovranista», «woke», «reazionario» o «estremista» vengono spesso utilizzate con la stessa funzione: non descrivere una posizione, bensì chiudere la discussione prima che cominci. Quando l’etichetta arriva, il lavoro del pensiero può essere dichiarato concluso.
Qualche giorno fa, riflettendo sulle piazze e sul rapporto tra protesta, radicalizzazione e violenza, abbiamo ricordato quanto sia importante che la passione politica rimanga accompagnata dalla capacità di giudizio. «DAL SESSANTOTTO ALLE PIAZZE DI OGGI: CHE COSA INSEGNA DAVVERO LA MEMORIA». L’episodio della statua di Giovanni Paolo II aggiunge una precisazione: prima della violenza fisica può esistere una violenza del linguaggio, nella quale l’altro viene progressivamente ridotto a un simbolo del male.
La memoria storica serve proprio a impedirlo.
Giovanni Paolo II non fu soltanto un uomo che visse sotto due regimi totalitari. Da Papa contribuì in modo decisivo a restituire ai popoli dell’Europa orientale la coscienza della propria dignità. Sarebbe altrettanto scorretto trasformarlo nell’uomo che da solo «fece cadere il comunismo». Il crollo del sistema sovietico nacque da una complessa convergenza di crisi economiche, cambiamenti politici, pressioni sociali e trasformazioni internazionali. Il pontificato di Wojtyła ebbe dentro quel processo una forza particolare perché mostrò ai polacchi che il potere politico non possedeva l’ultima parola sulla loro identità.
Nel 1990, guardando agli avvenimenti dell’anno precedente, Giovanni Paolo II ricordò che la trasformazione pacifica del blocco comunista aveva avuto una delle sue origini in Solidarność, nata in Polonia nel 1980. Parlò di una liberazione che aveva restituito alle comunità credenti diritti negati dal sistema marxista e riconobbe nella Chiesa uno dei fattori che avevano contribuito a liberare l’uomo da una forma di asservimento totale. (Giovanni Paolo II, 5 giugno 1990)
Questa storia rende ancora più amaro ciò che è accaduto oggi a Roma.
Un uomo che vide il nazismo occupare la propria patria e il comunismo dominarla per decenni viene trasformato, con una bomboletta spray, nell’esatto contrario della propria esperienza. Non perché qualcuno abbia formulato un giudizio storico documentato, bensì perché l’insulto permette di evitare la fatica della storia.
E qui forse la questione tocca anche noi cattolici.
Sarebbe troppo facile utilizzare l’episodio per confermare l’idea che l’ignoranza appartenga sempre agli altri. Anche nel dibattito ecclesiale siamo capaci di trasformare parole complesse in armi: «modernista», «tradizionalista», «progressista», «integralista» diventano spesso modi rapidissimi per non leggere ciò che una persona ha scritto e non ascoltare ciò che ha realmente detto.
Il meccanismo è identico.
Una parola nata per distinguere comincia a servire per evitare di distinguere.
E quando questo accade, il problema non riguarda soltanto l’educazione politica. Riguarda la verità.
La verità chiede tempo, memoria e capacità di riconoscere che una persona può sfuggire alle nostre categorie. Giovanni Paolo II sfuggiva a molte di esse. Fu radicalmente antitotalitario senza diventare il cappellano di un sistema economico; difese la libertà senza separarla dalla verità; parlò dei diritti dell’uomo e nello stesso tempo ricordò che la libertà perde se stessa quando pretende di non avere alcun riferimento al bene.
È forse per questo che continua a risultare difficile ridurlo a una parte.
La statua di Termini verrà ripulita. La vernice sparirà e il monumento tornerà al suo colore. Sarebbe più difficile ripulire il linguaggio pubblico dalla convinzione che una parola gridata possa sostituire la conoscenza.
La lezione di questa sera, allora, non consiste nell’individuare una parte politica da condannare.
Consiste nel ricordare che la memoria è una forma di libertà.
Chi conosce davvero la storia può giudicare, criticare, dissentire e anche condannare.
Ha soltanto meno bisogno di inventarsi il passato per colpire il presente.
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