don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

DAL SESSANTOTTO ALLE PIAZZE DI OGGI: CHE COSA INSEGNA DAVVERO LA MEMORIA

Lo sciopero per Gaza, la stagione della contestazione e il compito educativo di una società che deve distinguere partecipazione, radicalizzazione e violenza

Le immagini che arrivano oggi dalle piazze italiane hanno qualcosa che inevitabilmente richiama altre stagioni della nostra storia. Studenti nelle università, cortei, bandiere palestinesi, occupazioni, slogan gridati nelle strade, uno sciopero generale che coinvolge settori molto diversi della società: chi possiede memoria sufficiente per ricordare gli anni Sessanta e Settanta avverte facilmente una somiglianza. È comprensibile. Diventa però pericoloso quando la somiglianza viene trasformata immediatamente in identità e il presente viene spiegato semplicemente come ripetizione del passato.

La storia raramente concede questa comodità.

Il 3 ottobre 2025 l’Italia ha vissuto una giornata di mobilitazione molto ampia dopo l’intercettazione della Global Sumud Flotilla da parte delle forze israeliane. Lo sciopero generale promosso da CGIL e USB ha interessato trasporti, scuola e altri settori, mentre cortei si sono svolti in moltissime città. La CGIL ha parlato di oltre due milioni di persone complessivamente scese in piazza e di circa cento manifestazioni; sono cifre fornite dal sindacato e vanno quindi riportate come tali. In alcune città si sono verificati blocchi, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine. La maggior parte delle manifestazioni, però, è rimasta pacifica. È importante dirlo, perché una riflessione sulla violenza comincia già dal rifiuto di attribuire a una moltitudine il comportamento di alcune sue componenti. (ANSA, 3 ottobre 2025)

La domanda interessante nasce altrove: che cosa accade quando un sentimento moralmente forte, soprattutto tra i giovani, entra dentro una mobilitazione collettiva?

Il dolore davanti alle immagini provenienti da Gaza è reale. L’indignazione davanti alla sofferenza dei civili è comprensibile. Il desiderio di fare qualcosa, quando ci si sente impotenti davanti a una guerra che continua a mostrare morti, feriti e popolazioni stremate, appartiene alla parte migliore della coscienza umana. Proprio per questo occorre avere molto rispetto verso i giovani che scendono in piazza. Liquidarli tutti come manipolati sarebbe ingiusto quanto trasformare automaticamente ogni forma della loro protesta in testimonianza di giustizia.

Tra l’indignazione e la violenza esiste infatti uno spazio nel quale si decide la qualità morale di una protesta.

È qui che il ricordo del Sessantotto può diventare utile, purché la storia venga rispettata. Quel movimento nacque in un contesto molto diverso dal nostro e attraversò numerosi Paesi. La guerra del Vietnam, la crescita della popolazione universitaria, la critica delle istituzioni tradizionali e la diffusione di nuove correnti politiche alimentarono una contestazione che mise in discussione università, famiglia, rapporti sociali e forme di autorità. In Italia il movimento studentesco si intrecciò progressivamente con le mobilitazioni operaie e aprì una stagione di conflitti sociali che sarebbe durata diversi anni. (Treccani, «Sessantotto»)

Quel passaggio modificò profondamente la società italiana. Sarebbe difficile negarlo. Cambiarono linguaggi, rapporti familiari, università, concezione dell’autorità e costume. Alcune trasformazioni liberarono energie che da tempo chiedevano di essere ascoltate; altre introdussero fratture sulle quali ancora oggi discutiamo. Una lettura storica seria non ha bisogno di canonizzare quella stagione e neppure di trasformarla nell’origine di ogni male contemporaneo.

Lo stesso vale per il terrorismo.

Gli anni di piombo non furono semplicemente il Sessantotto diventato armato. Dentro quella stagione agirono organizzazioni terroristiche di estrema sinistra, gruppi neofascisti responsabili dello stragismo e dinamiche legate al clima internazionale della Guerra fredda; entrarono in gioco radicalizzazioni ideologiche, apparati clandestini e strategie differenti. Tra il movimento del Sessantotto e alcune successive esperienze della lotta armata esistono connessioni storiche che gli studiosi hanno analizzato, e proprio questa connessione diventa incomprensibile quando viene trasformata in una genealogia automatica: manifestazione, contestazione, terrorismo. La realtà fu molto più tragica e molto più complessa. (Treccani, «Anni di piombo»)

Questa precisazione non indebolisce il monito che la storia può consegnarci. Lo rende più credibile.

La violenza politica raramente compare dal nulla. Ha bisogno di un linguaggio che cominci a giustificarla, di una rappresentazione dell’avversario che lo trasformi progressivamente in qualcuno al quale non riconosciamo più la stessa dignità e di ambienti nei quali la radicalità diventi prova di purezza. Quando l’altro smette di essere un cittadino con il quale si combatte una battaglia politica e diventa semplicemente il nemico da abbattere, qualcosa nella democrazia ha già cominciato a deteriorarsi, anche se nessuno ha ancora lanciato una pietra.

È questo il punto sul quale le piazze di oggi meritano attenzione.

Bloccare una strada, occupare uno spazio universitario, proclamare uno sciopero e partecipare a un corteo appartengono a forme differenti di mobilitazione sociale che una democrazia può conoscere e regolare. Non possiedono tutte lo stesso valore giuridico e non possono essere giudicate semplicemente in blocco. La protesta appartiene alla vita democratica; una società nella quale nessuno possa contestare il potere sarebbe assai più inquietante di una società attraversata da manifestazioni rumorose.

Il problema comincia quando la protesta ritiene di acquistare legittimità proprio nel momento in cui oltrepassa ogni limite.

Nelle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto folle immense che hanno manifestato pacificamente e gruppi più piccoli che hanno cercato lo scontro, danneggiato beni o forzato blocchi. Distinguere è essenziale anche qui. Attribuire la violenza a tutti significa fare un torto alla verità; considerarla una componente quasi inevitabile della protesta significa fare un torto alla democrazia.

Papa Leone XIV, parlando pochi mesi fa ai movimenti popolari impegnati per la pace, ha offerto un criterio che mi sembra particolarmente utile. Ha ricordato che i giovani hanno bisogno di sperimentare una cultura della vita, del dialogo e del rispetto reciproco e, soprattutto, di incontrare adulti capaci di mostrare una via diversa da quella della violenza. La nonviolenza, ha aggiunto, deve diventare un metodo e uno stile che caratterizza le nostre decisioni e le nostre azioni. (Leone XIV, Discorso ai movimenti impegnati per la pace, 30 maggio 2025)

Questa parola impedisce una facile contrapposizione tra partecipazione e pace.

Un giovane cristiano non viene educato a restare lontano dalle ferite del mondo per paura di compromettersi. La fede non produce indifferenza politica e non chiede di osservare la sofferenza da una distanza protetta. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre riconosciuto il valore della partecipazione, delle associazioni dei lavoratori e persino dello sciopero quando esso diventa necessario per perseguire un bene proporzionato. Allo stesso tempo ricorda che lo sciopero deve rimanere pacifico, che i sindacati non possono perdere la propria identità trasformandosi in partiti e che ogni forma di pressione sociale deve misurarsi con il bene comune. (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa)

Mi sembra una posizione molto più esigente delle appartenenze politiche alle quali siamo abituati.

Chi guarda con simpatia una manifestazione deve conservare la libertà di condannarne gli atti violenti. Chi considera sbagliata la causa o la modalità di uno sciopero deve riuscire a riconoscere che migliaia di persone possono parteciparvi mosse da una sincera preoccupazione morale. Quando la nostra interpretazione dei fatti viene decisa interamente dalla parte nella quale ci troviamo, smettiamo di discernere e cominciamo semplicemente a distribuire assoluzioni e condanne.

Il compito educativo verso i giovani nasce proprio da questa libertà.

Ogni generazione adulta corre il rischio di utilizzare i giovani per completare le proprie battaglie incompiute. Li cerca quando servono numeri nelle piazze, energia nelle campagne elettorali o entusiasmo nelle mobilitazioni, salvo poi dimenticarli quando occorrerebbe accompagnarli nell’ingresso nel lavoro, nella costruzione di una famiglia e nell’assunzione di responsabilità durature. La strumentalizzazione comincia quando al giovane viene consegnata una causa senza offrirgli gli strumenti per giudicarla.

Un giovane realmente educato alla libertà dovrebbe poter porre domande anche alla propria parte.

Dovrebbe poter chiedere se una notizia sia vera prima di condividerla, se una parola d’ordine rappresenti davvero la complessità del problema, se un gesto violento possa essere giustificato dalla bontà della causa proclamata. Dovrebbe poter scoprire che la compassione per il popolo palestinese non richiede l’odio verso gli israeliani e che il dolore per le vittime israeliane non autorizza a ignorare la sofferenza palestinese. La coscienza matura proprio quando rifiuta di farsi semplificare dal nemico che qualcuno le consegna.

Forse è qui che il confronto con il Sessantotto diventa davvero fecondo.

Quella generazione mise in discussione autorità che talvolta avevano smesso di spiegare le ragioni della propria autorevolezza. Il problema nacque quando, in alcune correnti, la critica all’autorità si trasformò nel sospetto verso ogni autorità e la lotta politica cominciò a interpretarsi secondo categorie rivoluzionarie nelle quali il conflitto non conosceva più un limite condiviso. Non tutti imboccarono quella strada, naturalmente, e la storia degli anni successivi lo dimostra. Proprio per questo dovremmo evitare di consegnare ai giovani di oggi una caricatura del passato.

Abbiamo bisogno di memoria, non di fantasmi.

La memoria ci dice che una democrazia può attraversare conflitti molto duri senza rinunciare alle proprie istituzioni e che il linguaggio può preparare tanto la riconciliazione quanto la violenza. Ci ricorda che una buona causa non santifica automaticamente ogni mezzo impiegato per servirla e che l’energia giovanile diventa feconda quando incontra adulti che non la utilizzano come massa di manovra.

Qui sento particolarmente forte la responsabilità della Chiesa.

Non credo che il nostro compito consista nel trasformare le parrocchie in zone neutrali dalle quali osservare la storia, né nell’aggiungere una bandiera ecclesiale al corteo che in quel momento ci sembra più giusto. La Chiesa serve i giovani quando offre loro un luogo nel quale la passione per la giustizia possa essere educata dalla verità, la compassione venga liberata dall’odio e il desiderio di cambiare il mondo impari la disciplina paziente della costruzione.

Il Vangelo conosce una radicalità persino più esigente di quella delle rivoluzioni.

Chiede di amare il nemico, di cercare la giustizia senza diventare ingiusti e di costruire la pace senza fingere che i conflitti non esistano. Questa radicalità non produce ragazzi docili al potere e non produce militanti disponibili alla violenza. Produce uomini e donne capaci di resistere tanto all’indifferenza quanto alla manipolazione.

Di fronte alle piazze di oggi, allora, la domanda che mi resta non è se stiamo assistendo a un nuovo Sessantotto.

La storia non si ripete con questa precisione e il nostro presente possiede dinamiche proprie.

La domanda riguarda piuttosto gli adulti.

Che cosa stiamo consegnando a questi giovani insieme alla loro indignazione? Gli stiamo offrendo memoria, strumenti di giudizio e responsabilità, oppure ci limitiamo a riconoscere in loro la possibilità di vedere finalmente tornare in piazza le battaglie che appartengono alla nostra storia?

Ogni generazione ha diritto di trovare la propria voce.

Ha anche diritto a incontrare adulti che non abbiano bisogno di prenderla in prestito.

Una risposta

  1. CHIAMARE «FASCISTA» GIOVANNI PAOLO II: QUANDO L’ETICHETTA CANCELLA LA STORIA – Due palmi sopra il cuore

    […] quanto sia importante che la passione politica rimanga accompagnata dalla capacità di giudizio. «DAL SESSANTOTTO ALLE PIAZZE DI OGGI: CHE COSA INSEGNA DAVVERO LA MEMORIA». L’episodio della statua di Giovanni Paolo II aggiunge una precisazione: prima della violenza […]

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