don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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GLI ANGELI CUSTODI: LA PREMURA DI DIO CHE CI ACCOMPAGNA

Nel giorno della loro memoria liturgica, riscoprire la presenza degli angeli senza ridurla a devozione infantile o protezione magica

Prima che questa giornata del 2 ottobre si chiuda, mi piace tornare a una presenza discreta che la tradizione cristiana ha custodito con grande affetto e che, proprio per la familiarità con cui l’abbiamo conosciuta da bambini, rischiamo talvolta di lasciare confinata nell’infanzia della fede: gli Angeli Custodi.

Molti di noi hanno imparato quasi insieme alle prime preghiere le parole dell’«Angelo di Dio». Le abbiamo recitate accanto al letto, forse accompagnati dalla voce di una madre o di una nonna, e per questo possono essere rimaste legate a una stagione della vita nella quale la fede aveva ancora il linguaggio semplice della casa. Crescendo, però, alcune devozioni vengono abbandonate non perché ne abbiamo compreso il significato più profondamente, bensì perché continuiamo a pensarle nella forma in cui le abbiamo ricevute da bambini.

La memoria degli Angeli Custodi offre una buona occasione per fare il contrario.

La fede della Chiesa negli angeli non appartiene al folklore religioso e non nasce dal bisogno umano di immaginare creature invisibili che ci difendano dai pericoli. La Scrittura li presenta come esseri spirituali creati da Dio, suoi servitori e messaggeri, interamente ordinati al compimento della sua volontà. Dal libro dell’Esodo, dove il Signore promette al popolo un angelo che lo custodisca nel cammino, fino al Salmo 91, che canta la protezione degli angeli lungo le vie dell’uomo, la loro presenza rimane sempre riferita a Dio: non sono piccoli dèi personali messi a nostra disposizione, bensì creature attraverso le quali la Provvidenza può manifestare la propria cura.

Questo diventa ancora più chiaro nel Nuovo Testamento. Gesù, parlando dei piccoli, afferma che i loro angeli vedono continuamente il volto del Padre; negli Atti degli Apostoli Pietro viene liberato dal carcere attraverso l’intervento di un angelo; la Lettera agli Ebrei definisce gli angeli «spiriti incaricati di un ministero» inviati a servizio di coloro che erediteranno la salvezza. La loro missione non crea quindi uno spazio parallelo rispetto all’opera di Cristo. La serve.

Forse è proprio questo il punto che permette di recuperare oggi la devozione agli Angeli Custodi senza trasformarla in qualcosa di ingenuo.

L’angelo non prende il posto di Dio. Non sostituisce la grazia, non annulla la libertà dell’uomo, non garantisce che nulla di doloroso possa accaderci. La vita dei santi basterebbe da sola a impedire una lettura simile: molti uomini e donne profondamente uniti a Dio hanno attraversato persecuzioni, malattie, solitudini e persino il martirio. Se la custodia angelica significasse essere preservati da ogni sofferenza, la storia cristiana sarebbe difficilmente comprensibile.

La custodia di Dio possiede una profondità diversa.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che «dal suo inizio fino all’ora della morte» la vita umana è circondata dalla protezione e dall’intercessione degli angeli e riprende una bella espressione di san Basilio: accanto a ogni fedele sta un angelo come protettore e pastore, orientato a condurlo alla vita. Non viene promessa un’esistenza sottratta alla prova. Viene affermato che la nostra esistenza si svolge dentro una Provvidenza più grande di ciò che riusciamo a vedere. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 328-336)

Benedetto XVI, proprio il 2 ottobre 2011, chiamò gli Angeli Custodi «ministri della divina premura per ogni uomo». L’espressione mi sembra particolarmente bella, perché sposta immediatamente l’attenzione dall’angelo a Dio. La premura è di Dio; l’angelo la serve. La custodia appartiene al Padre; la creatura angelica ne diventa ministro. (Benedetto XVI, Angelus del 2 ottobre 2011)

Questo ci permette anche di comprendere perché la fede negli angeli non allontani dal centro cristologico della vita cristiana. Gli angeli non chiedono di essere contemplati al posto di Cristo. Tutta la loro esistenza conduce verso Dio. Nel Vangelo li troviamo attorno ai grandi momenti del mistero di Gesù: annunciano la sua nascita, lo servono dopo le tentazioni, sono presenti nell’ora della Pasqua e proclamano la Risurrezione. Il Catechismo ricorda che la vita stessa del Verbo incarnato è circondata dal loro servizio e che anche la vita della Chiesa beneficia del loro aiuto misterioso e potente. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 328-336)

La devozione all’Angelo Custode diventa allora una scuola molto concreta contro una tentazione che attraversa facilmente la nostra fede: immaginare di essere soli davanti alla vita.

Ci sono momenti nei quali questa sensazione diventa quasi fisica. Una decisione difficile, una prova che nessuno può affrontare al nostro posto, una notte nella quale i pensieri acquistano un peso sproporzionato, la fragilità di una persona amata, la consapevolezza dei propri limiti. Anche quando siamo circondati da molte persone, esistono passaggi dell’esistenza nei quali comprendiamo che una parte del cammino appartiene soltanto alla nostra coscienza davanti a Dio.

La fede negli Angeli Custodi non elimina questa solitudine umana, però impedisce di trasformarla in abbandono.

Dio rimane vicino anche quando non percepiamo nulla. La sua Provvidenza non dipende dalle nostre emozioni e la realtà invisibile non cessa di esistere perché i nostri sensi non possono raggiungerla. La presenza angelica diventa così uno dei modi attraverso i quali la Chiesa ci educa a non ridurre il reale a ciò che vediamo.

È forse una delle lezioni più necessarie al nostro tempo.

Viviamo immersi in una cultura che tende a considerare reale soprattutto ciò che può essere misurato, fotografato, registrato o verificato immediatamente. La fede cristiana non disprezza affatto il mondo visibile; proprio perché crede nella creazione, lo prende molto sul serio. Sa però che la realtà non termina dove termina la percezione dei nostri occhi.

Nel Credo professiamo Dio creatore «di tutte le cose visibili e invisibili». Gli angeli appartengono a questo mondo invisibile che non è meno reale per il fatto di non poter essere sottoposto ai nostri strumenti. La loro presenza ci ricorda che la creazione è più vasta della porzione di realtà che cade sotto i sensi e che l’uomo vive dentro una comunione che supera ciò che riesce a percepire.

Pochi giorni fa, nella festa dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, abbiamo riflettuto sulla domanda contenuta nel nome di Michele: «Chi è come Dio?». Anche gli Angeli Custodi prolungano, in una forma più quotidiana e silenziosa, la stessa confessione. «CHI È COME DIO? SAN MICHELE E L’ORA DELLA VERITÀ»

L’angelo custodisce proprio perché rimane creatura. Non occupa il posto di Dio, non pretende il centro, non richiama a sé. Serve.

Forse per questo la tradizione cristiana ha visto nella presenza angelica anche una pedagogia spirituale. L’uomo impara lentamente che la propria vita non è autosufficiente, che riceve molto più di quanto controlli e che spesso viene sostenuto da una grazia della quale riconosce il passaggio soltanto dopo molto tempo. Non occorre attribuire automaticamente a un angelo ogni coincidenza favorevole o ogni pericolo evitato; una fede matura non ha bisogno di trasformare la Provvidenza in una collezione di episodi straordinari.

È sufficiente sapere che la nostra vita è nelle mani di Dio.

E che quelle mani possono servirsi anche di creature invisibili che lo adorano e compiono la sua volontà.

Questo rende particolarmente bella la preghiera tradizionale che molti di noi conoscono a memoria. Quando chiediamo all’Angelo di Dio di illuminarci, custodirci, reggerci e governarci, non stiamo consegnando la nostra libertà a una forza misteriosa. Stiamo riconoscendo che la nostra libertà ha bisogno di essere accompagnata verso il bene e che Dio, nella sua Provvidenza, non ci lascia senza aiuto.

Anche la sera assume allora un significato differente.

La notte resta notte. Non scompare perché abbiamo pregato e non ci viene promessa una vita immune dal timore. La fede permette però di attraversarla sapendo che l’oscurità non possiede l’ultima parola e che ciò che non vediamo non coincide con ciò che non esiste.

La memoria degli Angeli Custodi, celebrata mentre il giorno lentamente si chiude, può lasciarci proprio questa certezza.

Non siamo i proprietari del cammino e non ne conosciamo ogni svolta.

Siamo custoditi dentro una storia che Dio vede interamente.

E forse questa sera possiamo tornare a pregare, con la semplicità con cui lo facevamo da bambini, parole che da adulti comprendiamo finalmente un poco meglio:

Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen.

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