don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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LEONE XIV, IL GHIACCIO DI GROENLANDIA E LA CONVERSIONE CHE VIENE PRIMA DELLE IDEOLOGIE

Un gesto discusso a Castel Gandolfo e un discorso che riporta la questione ecologica dentro il rapporto con Dio, con l’uomo e con il creato

Il 1° ottobre, al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha partecipato alla conferenza internazionale Raising Hope for Climate Justice, organizzata nel decimo anniversario della pubblicazione di Laudato si’. Attorno a lui erano riuniti esponenti del mondo ecclesiale, scientifico, civile e politico, chiamati a riflettere sul cammino compiuto in questi dieci anni e sulle responsabilità ancora aperte davanti alle trasformazioni ambientali. Nel corso dell’incontro un grande blocco di ghiaccio proveniente dalla Groenlandia è diventato il centro di un momento simbolico che, come prevedibile, ha attirato quasi immediatamente più attenzione del discorso pronunciato dal Papa.

Il ghiaccio proveniva dal fiordo di Nuup Kangerlua, nei pressi di Nuuk, ed era stato portato a Castel Gandolfo con il coinvolgimento dell’artista Olafur Eliasson e del geologo Minik Rosing. Rappresentanti di diversi Paesi avevano versato acqua proveniente dalle loro terre in un bacile comune; Leone XIV si è poi avvicinato al blocco glaciale e ha pronunciato una benedizione sull’acqua e sui presenti, chiedendo che l’impegno umano possa contribuire alla fioritura del creato. Nei giorni successivi il ghiaccio si è progressivamente sciolto e l’acqua è stata raccolta dai partecipanti come memoria dell’esperienza vissuta.

La scena, isolata dal proprio contesto, si prestava perfettamente alle semplificazioni del nostro tempo. Per alcuni diventava la prova di una Chiesa ormai convertita all’ambientalismo; per altri poteva essere celebrata come una sorta di consacrazione religiosa dell’agenda climatica. Entrambe le letture dicono molto del modo con cui oggi riceviamo i gesti pubblici e sorprendentemente poco di ciò che Leone XIV ha realmente detto. Ancora una volta il simbolo, perché visivamente efficace, rischia di divorare la parola che dovrebbe interpretarlo.

Conviene allora tornare al discorso.

Leone XIV non ha presentato la questione ambientale come un nuovo centro della fede cristiana e non ha costruito il proprio intervento attorno a statistiche climatiche o programmi politici. Ha ringraziato per l’eredità di Laudato si’ e ha affermato che le sfide indicate dieci anni prima rimangono ancora più attuali, precisando subito che esse possiedono certamente una dimensione sociale e politica, mentre sono «prima di tutto» di natura spirituale perché chiedono conversione. È un passaggio decisivo, perché impedisce di interpretare l’ecologia integrale come semplice trasferimento del cristianesimo dentro il linguaggio dell’attivismo ambientale. (Leone XIV, Discorso alla conferenza “Raising Hope for Climate Justice”, 1° ottobre 2025)

La conversione evocata dal Papa riguarda infatti il modo con cui l’uomo abita la propria relazione con Dio, con gli altri, con il creato e con se stesso. Riprendendo il ritratto di san Francesco d’Assisi offerto da Papa Francesco, Leone XIV ha ricordato queste dimensioni come inseparabili. La preoccupazione per la natura viene così sottratta tanto alla riduzione materialistica quanto a una spiritualizzazione che consideri irrilevante ciò che accade alla terra, ai poveri e alle generazioni future. Il creato interessa alla fede perché è creato, cioè perché precede il nostro possesso e ci viene affidato dentro una relazione con il Creatore e con gli altri uomini.

Questo significa che un cristiano non ha bisogno di scegliere tra la difesa della centralità dell’uomo e la cura della casa comune, come se l’una dovesse necessariamente sacrificare l’altra. L’ecologia integrale proposta da Laudato si’ nasce proprio dalla convinzione che l’uomo non possa essere compreso separandolo dalla rete di relazioni nella quale vive e che la natura non debba essere trasformata in una realtà sacra indipendente da Dio. La creazione non è divina e proprio per questo può essere ricevuta come dono; l’uomo non è un intruso da rimuovere e proprio per questo porta una responsabilità particolare nel custodire ciò che non ha creato.

Mi sembra che il gesto del ghiaccio vada letto dentro questo orizzonte, senza caricarlo di un significato teologico che non possiede e senza ridicolizzarlo come se fosse una nuova liturgia. Era un simbolo utilizzato all’interno di una conferenza dedicata al clima, pensato per rendere fisicamente percepibile qualcosa che altrimenti resta facilmente confinato nei grafici e nei rapporti scientifici. La benedizione cristiana non trasforma un oggetto naturale in una divinità e non certifica tutte le interpretazioni politiche collegate a quell’oggetto; riconduce piuttosto ciò che viene benedetto alla relazione con Dio e chiede che l’agire dell’uomo possa essere ordinato al bene.

Su questo punto mi sembra utile evitare anche una difesa troppo precipitosa del gesto. Non abbiamo bisogno di sostenere che ogni simbolo utilizzato in un contesto ecclesiale sia necessariamente riuscito o che ogni modalità comunicativa scelta attorno al Papa debba essere sottratta alla discussione. È perfettamente legittimo domandarsi se un blocco glaciale trasportato dalla Groenlandia a Castel Gandolfo sia stato il modo più efficace per esprimere il messaggio, così come è possibile discutere il rischio che immagini di questo genere vengano immediatamente assorbite dalla comunicazione politica e perdano il loro significato religioso.

Una critica seria, però, dovrebbe partire da ciò che è realmente accaduto.

Non eravamo davanti a un Papa che celebrava il ghiaccio, né a una nuova forma di culto della natura. Eravamo davanti a un Pontefice che, partecipando a un incontro costruito con il linguaggio simbolico proprio di quell’ambiente, ha provato a collocare la questione dentro una visione cristiana e ha parlato insistentemente di Dio, conversione, famiglia umana, poveri e bene comune.

Il passaggio forse più interessante arriva quando Leone XIV domanda che cosa resti ancora da fare dopo dieci anni di Laudato si’. Il Papa si chiede come impedire che la cura della casa comune e l’ascolto del grido della terra e dei poveri vengano percepiti come una moda passeggera o, peggio, come questioni divisive. La formulazione riconosce implicitamente qualcosa che conosciamo bene: il tema climatico è diventato uno dei terreni sui quali le appartenenze politiche precedono frequentemente il giudizio sui fatti. Alcuni assumono quasi automaticamente il linguaggio dell’emergenza; altri reagiscono con un sospetto altrettanto automatico appena sentono pronunciare parole come riscaldamento globale o giustizia climatica.

La fede dovrebbe renderci un poco meno disponibili a queste obbedienze preventive.

Un cristiano non è chiamato a credere a una teoria scientifica perché la propone un Papa, poiché non è questo il compito del Magistero; allo stesso modo non dovrebbe rifiutare un problema scientifico perché determinate forze politiche se ne sono appropriate. Le questioni sul clima devono essere studiate con gli strumenti propri delle scienze, le politiche ambientali devono essere valutate secondo efficacia, proporzionalità, conseguenze sociali e bene comune, mentre la fede offre una luce sulla responsabilità morale con cui l’uomo utilizza i beni ricevuti e considera coloro che subiranno le conseguenze delle sue decisioni.

Questa distinzione permette anche di comprendere meglio la continuità tra Francesco e Leone XIV.

Il nuovo Papa non sembra avere alcuna intenzione di cancellare Laudato si’ dalla memoria ecclesiale; nell’incontro di Castel Gandolfo l’ha definita un dono ricevuto da Papa Francesco e ha invitato a passare dalla comprensione alla sua concreta attuazione. Nello stesso discorso, però, il linguaggio scelto mostra quale chiave desideri privilegiare: la conversione, la presenza di Dio nella storia, il Padre comune, il bene di tutti e la responsabilità davanti alle generazioni future. Non è un ambientalismo al quale venga successivamente aggiunta qualche parola religiosa. È il tentativo di leggere un problema del mondo a partire da una visione cristiana dell’uomo e della creazione.

È qui che anche chi nutre legittime perplessità verso alcune forme dell’ecologismo contemporaneo potrebbe trovare un terreno sul quale incontrare il testo del Papa senza dover rinunciare al discernimento. Esistono visioni ecologiche nelle quali l’essere umano viene descritto quasi esclusivamente come minaccia per il pianeta, prospettive nelle quali le esigenze ambientali vengono utilizzate per giustificare politiche discutibili e strategie comunicative che trasformano ogni dubbio in colpa morale. Criticare queste derive non obbliga a negare la responsabilità umana verso il creato, così come riconoscere tale responsabilità non richiede l’adesione a ogni programma che si presenti sotto l’etichetta verde.

La dottrina cattolica possiede una strada più ampia.

L’uomo riceve il mondo e non ne è il padrone assoluto; nello stesso tempo possiede una dignità che impedisce di trattarlo come una variabile ambientale da sacrificare. I poveri non possono essere utilizzati come argomento retorico per politiche che poi ricadono soprattutto su di loro, e neppure possono essere dimenticati quando i danni ambientali compromettono terra, acqua, lavoro e condizioni di vita. L’ecologia diventa veramente integrale quando rifiuta di dividere ciò che nella realtà rimane connesso.

Per questo il blocco di ghiaccio, a distanza di qualche giorno, mi interessa meno delle parole pronunciate davanti ad esso.

Il ghiaccio si scioglierà, come era previsto fin dall’inizio. Anche l’immagine che ha attraversato i social verrà presto sostituita da un’altra. Rimane invece la domanda posta dal Papa alla conclusione del discorso: Dio ci chiederà se abbiamo coltivato e custodito il mondo che ha creato a beneficio di tutti e delle generazioni future, e se ci siamo presi cura dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

È una domanda biblica prima che climatica.

Rimanda a Genesi, dove l’uomo riceve il giardino da coltivare e custodire, e alla domanda rivolta a Caino: «Dov’è tuo fratello?». La cura della terra e la responsabilità verso l’uomo si incontrano così dentro la stessa vocazione, impedendoci di costruire un’ecologia che dimentichi la persona o un antropocentrismo che trasformi la creazione in materiale illimitatamente disponibile.

Forse è proprio questo il contributo che la Chiesa può offrire dentro un dibattito tanto polarizzato.

Non consegnare il creato a un’ideologia religiosa alternativa e neppure consegnarlo all’indifferenza di chi considera ogni domanda ecologica una moda.

Ricordare piuttosto che il mondo non comincia da noi, non appartiene soltanto a noi e non terminerà con noi.

Ed è precisamente perché appartiene al Creatore che possiamo riceverlo senza idolatrarlo e custodirlo senza dimenticare l’uomo.

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