Le parole di Leone XIV su aborto, pena di morte e migranti chiedono un’etica della vita intera, senza cancellare le differenze morali tra le questioni
La sera del 30 settembre, lasciando Castel Gandolfo per rientrare in Vaticano, Papa Leone XIV si è fermato ancora una volta con i giornalisti. Tra le diverse domande rivoltegli ce n’era una particolarmente delicata, perché toccava contemporaneamente la politica americana, la disciplina ecclesiale e una delle espressioni più identitarie del dibattito cattolico negli Stati Uniti: che cosa significa essere realmente pro-life?
Il contesto era la decisione del cardinale Blase Cupich, Arcivescovo di Chicago, di conferire un riconoscimento al senatore democratico Dick Durbin per il lavoro svolto a favore degli immigrati. La scelta aveva suscitato forti reazioni da parte di diversi vescovi americani, poiché Durbin aveva sostenuto per anni la legislazione favorevole all’aborto. Leone XIV, interpellato sulla controversia, cominciò con una prudenza che dovrebbe già insegnarci qualcosa: disse di non conoscere abbastanza il caso particolare e invitò a considerare l’insieme del servizio pubblico del senatore. Subito dopo allargò lo sguardo e richiamò la necessità di prendere sul serio tutte le questioni etiche sulle quali la Chiesa possiede un insegnamento.
È dentro questo contesto che pronunciò le frasi poi riprese dai mezzi di comunicazione: chi afferma di essere contro l’aborto e contemporaneamente sostiene la pena di morte, osservò il Papa, non è veramente pro-life; chi si oppone all’aborto e accetta trattamenti disumani verso gli immigrati pone ugualmente un problema di coerenza. Leone XIV non concluse dicendo che tutte queste questioni siano moralmente identiche e neppure che una buona politica migratoria possa compensare una posizione favorevole all’aborto. Invitò piuttosto i cattolici a sottrarre la difesa della vita alla selezione ideologica con cui ciascuna parte politica tende a riconoscerne soltanto gli aspetti compatibili con il proprio schieramento.
Questa distinzione è decisiva, perché la coerenza cattolica non nasce dall’appiattimento.
La Chiesa insegna che la vita umana deve essere rispettata e protetta fin dal concepimento e che l’aborto diretto, voluto come fine o come mezzo, rimane gravemente contrario alla legge morale. Qui non siamo davanti a una preferenza politica tra altre possibili. Il giudizio morale riguarda direttamente la soppressione intenzionale di una vita umana innocente e appartiene a un insegnamento che il Catechismo definisce invariato fin dalle origini della Chiesa.
Quando Leone XIV colloca accanto all’aborto la pena di morte, quindi, non sta relativizzando il primo tema. Sta prendendo sul serio un altro insegnamento della Chiesa, che oggi afferma l’inammissibilità della pena capitale perché anche chi ha commesso delitti gravissimi conserva una dignità che il crimine non cancella. Il Catechismo riconosce esplicitamente che per lungo tempo la pena di morte fu considerata una risposta moralmente ammissibile in condizioni determinate e ricostruisce le ragioni dello sviluppo dell’insegnamento; proprio per questo sarebbe improprio trattare aborto e pena capitale come se possedessero una storia dottrinale perfettamente sovrapponibile. L’attuale disciplina morale della Chiesa, tuttavia, chiede con chiarezza di lavorare per l’abolizione della pena di morte.
La questione migratoria richiede una distinzione ulteriore.
Il Papa non ha affermato che ogni politica restrittiva sull’immigrazione sia contraria alla vita e non ha negato il diritto dello Stato a disciplinare i flussi. Il Catechismo riconosce espressamente che le autorità politiche possono subordinare l’immigrazione a condizioni giuridiche richieste dal bene comune e ricorda anche i doveri di chi viene accolto verso il Paese che lo ospita. Nello stesso numero, però, afferma che le nazioni più ricche sono tenute, nella misura del possibile, ad accogliere chi cerca sicurezza e condizioni di vita che non può trovare nel proprio Paese.
Il punto scelto da Leone XIV è ancora più preciso: parla di trattamento disumano degli immigrati. La questione morale non riguarda quindi l’esistenza di frontiere, le procedure di espulsione considerate in astratto o il numero di persone che uno Stato possa realisticamente accogliere. Riguarda ciò che nessuna politica può fare senza oltrepassare il limite posto dalla dignità umana. Un governo può regolare l’immigrazione; non riceve per questo il diritto di trattare l’immigrato come se la sua dignità dipendesse dalla regolarità amministrativa della sua posizione.
Questa precisazione rende le parole del Papa molto più interessanti di come sono state presentate da una parte del dibattito.
Nei giorni successivi si sono moltiplicate letture secondo le quali Leone XIV avrebbe difeso Cupich, corretto i cattolici conservatori o riequilibrato il tema dell’aborto attraverso immigrazione e pena di morte. Il testo effettivo è molto meno disponibile a diventare una bandiera. Il Papa non decide se il premio a Durbin sia opportuno, non formula un giudizio sull’accesso del senatore ai sacramenti e non risolve attraverso poche battute il complesso rapporto tra responsabilità politica e cooperazione al male. Davanti a una controversia concreta, apre una domanda sulla coerenza dell’espressione pro-life e chiede che i cattolici affrontino queste questioni rispettandosi e cercando insieme la verità dell’insegnamento ecclesiale.
Qui, forse, incontriamo una delle difficoltà più serie del nostro tempo ecclesiale. Le parole del Papa vengono spesso ricevute soltanto dopo essere passate attraverso il filtro dello schieramento. Se confermano ciò che già pensiamo diventano immediatamente prova dell’ortodossia della nostra posizione; se introducono una difficoltà cerchiamo il modo di ridurne la portata, di spiegare che si trattava soltanto di una risposta a braccio o di opporvi un documento precedente. È vero che una conversazione con i giornalisti non possiede il peso magisteriale di un’enciclica e nessun cattolico serio dovrebbe confondere i diversi livelli dell’insegnamento pontificio. È altrettanto vero che la differenza di autorità non autorizza a smettere di ascoltare appena una parola disturba il nostro sistema.
In questo caso, oltretutto, Leone XIV non ha introdotto una nuova dottrina. Ha richiamato principi già presenti nel Catechismo e li ha messi in relazione attraverso una domanda di coerenza.
Proprio questa coerenza richiede di evitare l’errore contrario, che consisterebbe nel trasformare l’etica della vita in un grande contenitore nel quale ogni questione possiede lo stesso peso e ogni posizione politica può compensarne un’altra. Non funziona così. Una lunga attività a favore dei migranti non rende moralmente buona una posizione favorevole all’aborto; la difesa rigorosa della vita nascente non rende moralmente irrilevante il sostegno alla pena capitale; una politica migratoria severa non diventa anticristiana per il solo fatto di essere severa, mentre perde ogni giustificazione quando accetta come normale ciò che umilia la persona.
Il cattolico, quindi, non è chiamato a compilare una contabilità morale nella quale un bene cancelli un male.
È chiamato piuttosto a lasciarsi giudicare dall’intero insegnamento della Chiesa, anche nei punti nei quali quel giudizio entra in tensione con il partito, la cultura politica o la sensibilità alla quale si sente più vicino. È forse questo il significato più esigente delle parole del Papa. La fedeltà alla vita non consiste nello scegliere il tema che definisce la nostra appartenenza e nell’utilizzarlo per esonerarci da tutto il resto.
L’aborto mantiene una gravità morale propria e irriducibile. Proprio perché comprendiamo che una vita innocente non perde la propria dignità quando è invisibile e dipendente, diventiamo meno capaci di accettare che quella dignità venga negata al condannato o al migrante quando la sua esistenza diventa scomoda.
Non si tratta di confondere le situazioni. Si tratta di riconoscere la stessa sorgente della dignità.
Per questo la risposta del Papa può diventare anche un esercizio di discernimento ecclesiale. Prima di utilizzarla per colpire qualcuno, sarebbe utile leggerla integralmente. Leone XIV riconosce di non possedere tutti gli elementi del caso, non trasforma una domanda giornalistica in una sentenza e conclude chiedendo rispetto reciproco. È un atteggiamento molto diverso dalla velocità con cui il dibattito digitale pretende di stabilire in pochi minuti chi abbia tradito la dottrina e chi abbia finalmente sconfitto l’avversario.
Qualche ora dopo il senatore Durbin rinunciò al riconoscimento, e la controversia immediata cominciò lentamente a lasciare spazio ad altre notizie. La domanda posta da Leone XIV, però, rimane molto più a lungo dell’episodio che l’ha provocata.
Possiamo dirci difensori della vita lasciando che sia l’appartenenza politica a decidere quali vite meritino tutta la nostra attenzione?
La risposta cattolica non richiede di fingere che ogni problema sia identico.
Richiede qualcosa di più difficile: custodire le differenze e, proprio attraverso di esse, lasciare che la dignità della persona attraversi tutte le nostre scelte.
Forse è questa la parte più scomoda della parola pro-life.
Se diventa soltanto un’etichetta, possiamo applicarcela e continuare a scegliere ciò che conferma la nostra parte.
Se diventa un criterio morale, prima o poi comincia a giudicare anche noi.
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