Il 5 ottobre 2025 il Papa non chiude la stagione della «Chiesa in uscita»: mostra che, quando le periferie vengono verso di noi, anche rimanere può diventare un atto missionario.
Nell’omelia pronunciata questa mattina in Piazza San Pietro per il Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti, Papa Leone XIV ha usato un’espressione che credo meriti di essere custodita con attenzione: «oggi si apre nella storia della Chiesa un’epoca missionaria nuova».
Parole di questo genere possono facilmente diventare un titolo e consumarsi nel giro di poche ore. Vale la pena, invece, fermarsi a comprendere che cosa il Papa abbia realmente voluto indicare, perché la novità di cui parla riguarda qualcosa di molto concreto: è cambiata, almeno in parte, la geografia della missione.
Per lungo tempo, ha ricordato Leone XIV, abbiamo associato spontaneamente la missione al «partire», all’andare verso terre lontane nelle quali il Vangelo non era ancora conosciuto o nelle quali le condizioni di povertà chiedevano la presenza dei missionari. Questa dimensione appartiene alla vita della Chiesa e continua ad appartenerle. Proprio per questo sarebbe sbagliato leggere le parole del Papa come se il tempo della missione ad gentes fosse terminato o come se partire non avesse più senso.
Leone XIV sta osservando un fatto ulteriore: molte di quelle frontiere che un tempo sembravano lontane sono ormai giunte dentro le nostre città, le nostre parrocchie e i nostri quartieri. La sofferenza, la povertà, la ricerca di una vita possibile, il bisogno di speranza attraversano oggi le strade nelle quali noi stessi viviamo.
Per questo il Papa ha detto che «non si tratta tanto di “partire”, quanto invece di “restare” per annunciare il Cristo attraverso l’accoglienza, la compassione e la solidarietà».
Quel «restare» va compreso bene.
Non è il ripiegamento di una Chiesa che si stanca di uscire. Non è il ritorno a comunità protette, rassicurate dalla propria stabilità e soddisfatte di conservare ciò che possiedono. Leone XIV lo precisa immediatamente: si resta senza rifugiarsi «nella comodità del nostro individualismo». Si resta per guardare il volto di chi arriva, per aprire le braccia e il cuore, per diventare presenza di consolazione e di speranza.
La missione, dunque, non perde il movimento evangelico che Papa Francesco ha espresso tante volte attraverso l’immagine della «Chiesa in uscita». Cambia una parte della sua geografia. Talvolta siamo noi ad andare verso le periferie; altre volte sono le periferie a venire verso di noi e a bussare alla porta.
Mi sembra che qui si trovi uno dei passaggi più fecondi dell’omelia di Leone XIV.
La missione non coincide semplicemente con lo spostamento. Nasce dall’incontro con Cristo e conduce all’incontro con l’uomo. Un missionario può attraversare un oceano e portare con sé soltanto sé stesso; un cristiano può rimanere nella propria città e scoprire, sulla soglia di casa, un uomo che Dio gli affida.
Quello che conta è la disponibilità a lasciarsi inviare.
Questa prospettiva restituisce anche profondità a una parola spesso usata in maniera quasi esclusivamente sociale: accoglienza. Nell’omelia del Papa essa appartiene esplicitamente alla missione cristiana. Accogliere il migrante non è un’attività collaterale che la Chiesa affianca all’evangelizzazione quando le circostanze lo richiedono. Può diventare una forma concreta attraverso la quale Cristo viene annunciato, quando chi arriva incontra una comunità nella quale la fede prende corpo nella vicinanza, nella cura e nella fraternità.
Occorre custodire entrambe le dimensioni. La carità cristiana perderebbe la propria sorgente se tacesse Colui dal quale nasce; l’annuncio del Vangelo diventerebbe poco credibile se lasciasse l’uomo solo davanti alla sua ferita.
Leone XIV colloca tutto questo dentro la «forza mite» della fede. La salvezza di Dio, ha spiegato, passa spesso attraverso gesti apparentemente piccoli, parole quotidiane e un servizio che non cerca interesse o riconoscimento. La missione cristiana non misura anzitutto la propria efficacia attraverso la visibilità. Porta Cristo entrando nelle situazioni umane con la pazienza del seme evangelico.
In questa luce anche il verbo «restare» acquista una tonalità molto diversa dalla semplice immobilità.
Restare significa non sottrarsi.
Significa accettare che il volto concreto dell’altro interrompa i nostri programmi. Significa comprendere che il Signore può affidare alla nostra parrocchia persone delle quali ieri ignoravamo perfino la lingua e la storia. Significa riconoscere che la cattolicità della Chiesa, professata ogni domenica nel Credo, può improvvisamente presentarsi davanti all’altare sotto forma di volti provenienti da continenti diversi.
La missione diventa allora anche capacità di abitare evangelicamente il luogo in cui siamo stati posti.
Qui vedo una continuità profonda con la «Chiesa in uscita». Uscire non significa coltivare il movimento per il movimento. Significa uscire da sé stessi. E si può uscire da sé stessi anche rimanendo nello stesso paese, nella stessa parrocchia o nella stessa casa, quando la presenza dell’altro ci costringe a lasciare l’autosufficienza e a fare spazio.
Nella stessa giornata Leone XIV ha aggiunto, prima dell’Angelus, una seconda affermazione che merita di essere accostata all’omelia senza confonderla con essa: «nessuno dev’essere costretto a partire».
È un principio decisivo.
La Chiesa accoglie chi è stato costretto a lasciare la propria terra e nello stesso tempo desidera un mondo nel quale nessuno debba abbandonare la propria casa perché guerra, persecuzione, fame o ingiustizia gli hanno tolto la possibilità di viverci dignitosamente.
La migrazione non può essere trasformata né in una colpa né in un ideale.
Esiste una dignità da custodire nel viaggio e una dignità da ricostruire nelle terre dalle quali gli uomini sono costretti a fuggire. Chi arriva deve incontrare umanità. Chi vorrebbe restare deve poter trovare condizioni che gli consentano di farlo.
Questo impedisce di ridurre il pensiero cristiano sulle migrazioni alle alternative con cui viene normalmente affrontato nel dibattito politico. La Chiesa non è chiamata a produrre uno slogan più religioso degli altri. È chiamata a custodire l’uomo concreto.
L’omelia di Leone XIV ci riporta così al cuore della missione. La questione decisiva non è stabilire se oggi la Chiesa debba «uscire» oppure «restare», come se due immagini pastorali dovessero contendersi il campo. La domanda è se, uscendo o restando, essa permetta realmente a Cristo di raggiungere l’uomo.
Ci sono ancora missionari chiamati a lasciare la propria terra e a consumare la vita lontano da casa. La Chiesa dovrà continuare a pregare perché queste vocazioni non vengano meno. Ci sono anche comunità cristiane chiamate a scoprire che la missione è arrivata davanti alla loro porta e che il fratello venuto da lontano non costituisce soltanto una questione sociale da affidare agli specialisti.
È una persona nella quale il Vangelo ci chiede di riconoscere un volto.
Forse l’«epoca missionaria nuova» indicata da Leone XIV comincia proprio qui: quando la Chiesa comprende che la frontiera può trovarsi a migliaia di chilometri e può trovarsi nella strada accanto alla propria; quando il partire rimane una vocazione preziosa e il restare smette di essere una scusa per non lasciarsi coinvolgere.
La missione continua ad avere bisogno di piedi capaci di partire.
Ha bisogno anche di cristiani capaci di rimanere abbastanza vicini da vedere chi è arrivato.
E in entrambi i casi il movimento più difficile resta lo stesso: uscire da sé perché Cristo possa incontrare l’uomo.
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