don Mario Proietti, C.PP.S.

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CONIUNCTA CURA: QUANDO LA CORRESPONSABILITÀ ENTRA ANCHE NELLA FINANZA VATICANA

Leone XIV supera l’esclusività dello IOR negli investimenti della Santa Sede e riconduce APSA, IOR e Comitato per gli investimenti dentro una responsabilità distinta e condivisa.

Ci sono documenti pontifici che attirano immediatamente l’attenzione perché toccano questioni dottrinali, pastorali o morali sulle quali la discussione ecclesiale è già accesa. Altri sembrano destinati agli specialisti, soprattutto quando il loro oggetto riguarda investimenti, amministrazione e strutture economiche della Santa Sede. Eppure anche attraverso queste pagine apparentemente tecniche può emergere un modo di intendere il governo della Chiesa.

È il caso del Motu Proprio Coniuncta cura di Papa Leone XIV, datato 29 settembre 2025 e pubblicato il 6 ottobre, dedicato alle attività di investimento finanziario della Santa Sede.

Il documento è molto breve. Tre disposizioni bastano al Papa per modificare un assetto introdotto durante il pontificato di Francesco. La sua importanza, però, si comprende già dalle prime righe, dove Leone XIV indica il principio dal quale intende partire: la «corresponsabilità nella communio».

Non è una formula inventata per l’occasione. Il Papa la riconduce esplicitamente alla Costituzione apostolica Praedicate Evangelium, promulgata da Francesco nel 2022 per la riforma della Curia romana. È dentro questa continuità che va letto Coniuncta cura. Leone XIV non prende le distanze dalla riforma precedente. Interviene su uno dei suoi strumenti perché ritiene necessario definire meglio i compiti delle diverse istituzioni coinvolte e favorire quella che il documento chiama una «dinamica di mutua collaborazione».

La modifica più evidente riguarda lo IOR.

Nel 2022 un Rescritto ex Audientia aveva disposto che le attività finanziarie e la liquidità della Santa Sede e delle istituzioni collegate venissero affidate allo Istituto per le Opere di Religione secondo un regime fortemente accentrato. Coniuncta cura abroga espressamente quel Rescritto.

È un passaggio importante, che sarebbe però improprio leggere come una sfiducia nei confronti dello IOR.

Il nuovo assetto continua infatti ad attribuire all’Istituto un ruolo rilevante. Leone XIV stabilisce che l’APSA, nel determinare le attività di investimento finanziario della Santa Sede, faccia normalmente uso della struttura organizzativa interna dello IOR. Viene meno l’esclusività. Rimane la collaborazione.

Ed è proprio questa differenza a far comprendere la logica del documento.

L’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica conserva le responsabilità che le assegna la Praedicate Evangelium. Il Comitato per gli investimenti stabilisce le disposizioni alle quali gli investimenti devono conformarsi nel quadro della politica approvata. Lo IOR offre normalmente la propria struttura per la realizzazione delle operazioni. Quando gli organi competenti ritengano più efficace o conveniente un’altra soluzione, resta possibile ricorrere a intermediari finanziari stabiliti in altri Stati.

Non siamo dunque davanti al semplice trasferimento di un potere da un organismo a un altro.

Il modello scelto da Leone XIV appare piuttosto fondato sulla distinzione delle competenze e sulla loro cooperazione. Nessun organismo viene pensato come autosufficiente. Ciascuno opera all’interno di un sistema nel quale responsabilità diverse devono concorrere allo stesso fine.

È forse questa la parte più interessante del Motu Proprio anche per chi, come me, non trascorre abitualmente le serate studiando portafogli finanziari vaticani.

Il Papa applica all’amministrazione un principio ecclesiologico.

La communio non significa che tutti facciano tutto. Una comunione autentica ha bisogno che le responsabilità siano riconoscibili, che i compiti siano delimitati e che gli organismi possano collaborare senza confondersi. Proprio la chiarezza delle competenze rende possibile una corresponsabilità reale.

È una distinzione che vale molto oltre l’economia.

Nella Chiesa abbiamo spesso identificato la comunione con una vaga disponibilità a lavorare insieme. In realtà la comunione ecclesiale richiede un ordine. Le membra di un corpo appartengono alla stessa vita proprio perché non sono intercambiabili. Quando i compiti diventano indistinti, la responsabilità tende facilmente a dissolversi; quando ogni funzione diventa gelosamente autosufficiente, la comunione si riduce a un nome.

Coniuncta cura cerca un equilibrio diverso.

Non sorprende, allora, che Leone XIV abbia voluto richiamare le raccomandazioni approvate all’unanimità dal Consiglio per l’Economia e la consultazione di persone esperte. Anche questo particolare aiuta a comprendere il metodo: una decisione papale rimane pienamente tale e nasce dentro un processo nel quale vengono ascoltate competenze differenti.

L’autorità non perde forza perché ascolta.

Acquista gli elementi necessari per decidere responsabilmente.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Parlare dell’economia della Santa Sede provoca inevitabilmente diffidenza, soprattutto dopo anni nei quali scandali, processi e gestioni discutibili hanno danneggiato gravemente la credibilità ecclesiale. Sarebbe ingenuo immaginare che un Motu Proprio di tre articoli possa cancellare quella storia. Sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il carattere spirituale della Chiesa renda secondario il modo in cui essa amministra il denaro.

I beni temporali affidati alla Chiesa possiedono precisamente una finalità ecclesiale.

Servono alla missione, al culto, alla carità, al sostegno delle opere apostoliche e alla vita concreta delle istituzioni. Proprio perché sono strumenti e non fini, devono essere amministrati secondo criteri che consentano di conoscerne l’uso e di individuare con chiarezza chi ne assume la responsabilità.

La povertà evangelica non coincide con l’improvvisazione amministrativa.

Anche san Francesco aveva bisogno di sapere a chi affidare il pane. Il Vangelo non santifica i bilanci sbagliati e la Provvidenza, per quanto si sappia, non ha mai dispensato gli economi dall’imparare a fare i conti.

C’è dunque qualcosa di profondamente ecclesiale anche nella buona amministrazione.

Quando una struttura della Chiesa custodisce correttamente ciò che le è affidato, non sta svolgendo un’attività estranea alla propria missione. Sta impedendo che mezzi destinati al servizio diventino occasione di potere, opacità o interesse personale.

Il titolo stesso scelto da Leone XIV, Coniuncta cura, parla di una cura esercitata insieme.

La parola «cura» merita forse di essere trattenuta. Un patrimonio può essere semplicemente gestito. Ciò che appartiene alla Chiesa deve essere anche custodito, perché dietro una cifra di bilancio esistono offerte ricevute, beni consegnati nel corso della storia e risorse che dovranno servire persone e opere che spesso non conosceremo mai.

La buona amministrazione nasce quando ci si ricorda di non esserne proprietari assoluti.

Il documento porta la data del 29 settembre, festa dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Non è necessario costruire sopra questa coincidenza una teologia che il Papa non ha scritto. Resta suggestivo che un atto dedicato all’ordine delle responsabilità sia stato firmato nel giorno in cui la Chiesa celebra coloro che la tradizione contempla come servitori del disegno di Dio.

Anche nella Chiesa terrena il servizio ha bisogno di ordine.

Coniuncta cura non è probabilmente il documento con il quale si definirà un pontificato. È troppo presto per attribuire a ogni decisione di Leone XIV il peso di un manifesto programmatico. Questa prudenza ci evita di fabbricare il Papa che vorremmo dopo appena qualche mese di pontificato, passatempo ecclesiale molto frequentato e raramente salutare.

Possiamo però osservare ciò che il testo effettivamente mostra.

Leone XIV eredita una riforma, ne conserva il principio della corresponsabilità, corregge una soluzione precedente e ridefinisce le relazioni tra gli organismi coinvolti. La continuità non gli impedisce di modificare. La modifica non richiede di presentare ciò che precede come un errore da cancellare.

È forse proprio questo il dato più interessante.

Nella Chiesa il governo non consiste nel ricominciare ogni volta da capo. Consiste nel ricevere ciò che esiste, verificarlo alla luce dell’esperienza e intervenire quando una struttura può servire meglio la missione per la quale è stata creata.

Anche quando si parla di denaro.

Forse soprattutto allora, perché la fedeltà nelle grandi parole è relativamente facile. Quella nei conti, nelle procedure e nelle responsabilità concrete ha il curioso difetto di poter essere verificata.

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