don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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SUCCISA VIRESCIT: NORCIA RICOSTRUITA E LA DOMANDA SULL’ANIMA DELL’EUROPA

La Basilica di San Benedetto torna alla vita dopo il terremoto. Le sue pietre ricomposte ricordano che una ricostruzione materiale può diventare anche una domanda spirituale rivolta al continente europeo.

Tra poche settimane la Basilica di San Benedetto a Norcia tornerà ad accogliere la preghiera del popolo di Dio e, dopo nove anni dal terremoto del 30 ottobre 2016, quella ferita aperta nel cuore della città ritroverà finalmente una forma visibile di compimento. Il sisma aveva lasciato in piedi quasi soltanto la facciata, trasformando uno dei luoghi più simbolici dell’Umbria cristiana in un’immagine dolorosa di ciò che accade quando una terra viene colpita nel corpo e nella memoria.

Per questo la riapertura prevista per la fine di ottobre non può essere letta soltanto come la conclusione di un cantiere. Una Basilica ricostruita non restituisce soltanto un edificio alla città, restituisce anche un luogo nel quale una comunità può nuovamente riconoscersi, pregare, ricordare ciò che ha perduto e affidare al Signore ciò che ancora attende di essere guarito.

Mi è tornato alla mente, pensando a Norcia, l’antico motto legato alla tradizione benedettina di Montecassino: Succisa virescit, tagliata, rifiorisce. È una frase nata dentro una storia precisa, segnata da distruzioni ripetute e da altrettante rinascite, e proprio per questo sembra offrire una chiave suggestiva anche per leggere ciò che oggi sta accadendo nella terra di san Benedetto. Non perché una ricostruzione materiale possa cancellare ciò che è stato, né perché le ferite di un terremoto scompaiano quando l’ultima pietra viene rimessa al suo posto. La rinascita autentica avviene quando ciò che è stato ferito riesce a portare con sé la memoria della ferita senza lasciarsi definire per sempre da essa.

La Basilica di Norcia acquista così un significato che supera il confine della città. San Benedetto appartiene alla storia di questa terra e, nello stesso tempo, appartiene profondamente alla storia spirituale dell’Europa. Quando Paolo VI lo proclamò Patrono principale del continente, lo definì «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà», ricordando il contributo dei suoi figli attraverso la croce, il libro e l’aratro. In quelle immagini c’è molto più di una formula celebrativa. C’è un modo di comprendere la civiltà, nel quale la fede orienta lo sguardo sull’uomo, la cultura custodisce la memoria e il lavoro diventa responsabilità verso ciò che ci è affidato.

L’Europa di oggi è lontanissima dal mondo nel quale san Benedetto visse e la storia del continente non può essere ridotta a una sola radice. Resta però difficile comprendere ciò che siamo diventati senza riconoscere quanto profondamente il cristianesimo abbia contribuito a plasmare il nostro modo di pensare la persona, la coscienza, il limite del potere, il valore della vita e la responsabilità verso il prossimo. Negare questo dato per timore di apparire nostalgici sarebbe poco serio quanto immaginare che basti richiamare le radici cristiane per risolvere automaticamente le crisi del presente.

La questione è più profonda.

Una civiltà può continuare a vivere soltanto se conserva un rapporto reale con ciò che le ha dato forma, senza trasformare la memoria in un museo e senza pretendere di riprodurre un passato che non può tornare. Le radici servono perché l’albero continui a crescere, non perché smetta di crescere. Ed è forse questo uno dei significati più fecondi che la Basilica di Norcia può assumere nel momento della sua rinascita.

Le pietre ricostruite non ci chiedono di tornare indietro. Ci chiedono se sappiamo ancora riconoscere ciò che abbiamo ricevuto.

C’è qualcosa di molto benedettino anche in questa domanda. La Regola di san Benedetto non nacque come progetto politico per costruire l’Europa, eppure produsse conseguenze che attraversarono i secoli, perché educava l’uomo a un ordine interiore nel quale la preghiera, il lavoro, l’accoglienza, la stabilità e la misura trovavano una forma concreta. L’Europa medievale non fu un’età perfetta e non avrebbe senso idealizzarla. Nei monasteri, però, maturò una concezione dell’esistenza nella quale il tempo non era soltanto qualcosa da riempire, il lavoro non coincideva con il possesso e l’ospitalità non era ridotta a una funzione sociale.

Forse proprio questa capacità di tenere insieme ciò che oggi tende a separarsi rende san Benedetto ancora così attuale.

Viviamo in un continente capace di produrre strumenti straordinari e, nello stesso tempo, sempre più incerto quando deve dire quale idea dell’uomo dovrebbe orientarne l’uso. Sappiamo organizzare procedure, elaborare sistemi economici sofisticati, costruire istituzioni complesse, e continuiamo a interrogarci su ciò che possa davvero fondare la dignità della persona quando quella dignità non conviene, costa o contraddice gli interessi del momento.

È qui che la Basilica ricostruita diventa più di un’opera ben riuscita.

Diventa una domanda in pietra.

Ci domanda se sia possibile conservare i monumenti di una civiltà dimenticando progressivamente il significato che li ha generati. Una chiesa può essere restaurata con perfezione e restare soltanto un edificio bellissimo, visitato e fotografato. Può anche tornare a essere il luogo per il quale fu costruita, lo spazio nel quale una comunità celebra l’Eucaristia, ascolta la Parola, accompagna i suoi morti, presenta a Dio i propri figli e riconosce che la vita umana non coincide interamente con ciò che si può misurare.

Per questo mi sembra particolarmente significativo che la riapertura della Basilica avvenga attraverso una celebrazione di dedicazione. Dopo anni di lavori, l’edificio non viene semplicemente restituito alla fruizione pubblica. Viene riconsegnato al culto. L’altare sarà unto, la chiesa sarà incensata e quelle pietre, che per anni sono state oggetto di progetti, calcoli, impalcature e restauri, torneranno ad accogliere la liturgia.

È qui che la ricostruzione trova il suo significato più pieno.

Una chiesa non è veramente ricostruita quando torna soltanto ad avere un tetto. Lo è quando torna ad accogliere ciò per cui è nata.

Questo vale, in modo diverso, anche per l’Europa. Possiamo restaurare istituzioni, rivedere trattati, discutere confini e modelli economici, e tutto questo appartiene alla responsabilità politica. Rimane aperta la questione di ciò che vogliamo servire attraverso quegli strumenti. Una civiltà non si mantiene viva soltanto perché le sue strutture funzionano; ha bisogno di sapere quale visione dell’uomo considera degna di essere trasmessa.

Norcia, in questo senso, può parlare senza bisogno di trasformarsi in un manifesto.

La sua Basilica ci ricorda che una comunità può attraversare il crollo senza perdere interamente sé stessa, e che la memoria non serve soltanto a conservare ciò che è stato. Può diventare principio di una rinascita, quando ciò che si ricostruisce non è una replica vuota del passato, bensì una forma viva capace di accogliere nuovamente la vita.

Succisa virescit.

Tagliata, rifiorisce.

Forse il motto conserva la sua forza proprio perché non promette che nulla verrà mai distrutto. Dice qualcosa di più realistico e, per questo, più cristiano: anche ciò che è stato ferito può tornare a generare vita quando la radice non è morta.

Tra poche settimane le porte della Basilica di San Benedetto si apriranno di nuovo. Sarà una festa per Norcia, per la diocesi e per tutti coloro che in questi anni hanno atteso quel momento.

Può diventare anche una domanda rivolta all’Europa.

Quando ricostruiamo le nostre pietre, sappiamo ancora che cosa desideriamo custodire dentro di esse?

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