Il 9 ottobre 1958 moriva Eugenio Pacelli. Tra guerra, silenzio diplomatico, ricerca storica e rinnovamento liturgico, la sua memoria chiede più studio che slogan.
Il 9 ottobre 1958 moriva a Castel Gandolfo Papa Pio XII, Eugenio Pacelli, dopo quasi vent’anni di pontificato. È una figura che ancora oggi riesce a suscitare giudizi molto diversi, spesso pronunciati con una sicurezza inversamente proporzionale alla conoscenza dei documenti.
Per alcuni rimane soprattutto il Papa del silenzio davanti alla Shoah. Per altri è il Pontefice che agì discretamente per salvare migliaia di ebrei e che fu poi ingiustamente trasformato in simbolo di una Chiesa compromessa con il nazismo. Entrambe le immagini, quando diventano assolute, finiscono per impedire proprio ciò che la storia richiede: guardare i fatti nella loro complessità.
L’apertura nel 2020 degli archivi relativi al pontificato di Pio XII ha reso possibile un lavoro storiografico molto più ampio di quello disponibile in precedenza. Sono emersi documenti che mostrano quanto la Santa Sede fosse informata sulla persecuzione degli ebrei e quanto numerosi fossero gli interventi, le richieste di assistenza e i tentativi diplomatici condotti durante gli anni della guerra. La serie archivistica dedicata agli «Ebrei», oggi accessibile anche in forma digitalizzata, conserva migliaia di domande di aiuto provenienti da persone perseguitate in tutta Europa.
Questo dato impedisce di sostenere seriamente che Pio XII fosse indifferente alla loro sorte.
Resta aperta un’altra questione, che non dovrebbe essere elusa proprio da chi desidera difenderne la memoria: perché il Papa non pronunciò una condanna pubblica dello sterminio con la chiarezza che oggi ci sembrerebbe necessaria?
Le risposte proposte dagli storici sono differenti. C’è chi sottolinea il timore che una denuncia esplicita provocasse rappresaglie ancora più feroci e rendesse più difficile l’azione clandestina della Chiesa; c’è chi ritiene che la prudenza diplomatica di Pacelli abbia superato il limite oltre il quale il silenzio rischia di diventare moralmente problematico. I documenti aperti negli ultimi anni continuano a essere studiati e sarebbe poco serio trasformare una ricerca ancora viva in una sentenza definitiva pronunciata da una parte o dall’altra.
La Chiesa stessa ha scelto una strada più coraggiosa: aprire gli archivi.
È forse questo il modo migliore per rendere giustizia alla storia, perché una memoria cristiana non ha bisogno di nascondere le domande. Ha bisogno della verità.
Pio XII fu certamente un uomo formato alla diplomazia. Prima dell’elezione al pontificato aveva trascorso molti anni al servizio della Santa Sede, prima come nunzio apostolico e poi come Segretario di Stato. Il suo modo di affrontare la tragedia della guerra non può essere compreso senza tenere conto di questa formazione, della situazione eccezionale nella quale si trovò Roma e della consapevolezza che ogni parola pontificia poteva avere conseguenze imprevedibili per comunità già sottoposte alla violenza dei regimi.
Comprendere non significa assolvere preventivamente ogni scelta.
Significa collocarla nella realtà nella quale venne compiuta.
Questo principio dovrebbe valere per ogni giudizio storico, soprattutto quando riguarda anni nei quali decisioni prese da uomini senza la possibilità di conoscere il futuro vengono oggi esaminate da noi che conosciamo già l’esito della tragedia.
Ridurre Pio XII alla questione del suo comportamento durante la Shoah, però, significherebbe perdere la complessità di un pontificato che ha inciso profondamente sulla vita della Chiesa del Novecento.
Uno degli esempi più importanti è l’enciclica Mediator Dei del 1947.
Quando oggi parliamo del rinnovamento liturgico del XX secolo, il pensiero corre quasi immediatamente al Concilio Vaticano II e alla Sacrosanctum Concilium. Quel cammino non cominciò nel 1963. Pio XII ne fu uno dei protagonisti decisivi.
La Mediator Dei presenta la liturgia come esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo e come culto pubblico del Corpo mistico, nel quale Cristo continua la propria azione sacerdotale nella Chiesa. Al centro dell’Eucaristia pone con chiarezza il sacrificio della Croce reso sacramentalmente presente sull’altare.
Questa prospettiva permette di comprendere quanto sia superficiale contrapporre Pio XII alla riforma liturgica successiva come se rappresentasse semplicemente il custode immobile di un mondo precedente.
Durante il suo pontificato furono promosse importanti riforme della Settimana Santa, venne restaurata la Veglia pasquale e furono affrontate questioni che il Concilio avrebbe poi sviluppato ulteriormente. La riforma liturgica del Vaticano II non nacque nel vuoto e non fu nemmeno un improvviso abbandono di ciò che l’aveva preceduta.
Una parte delle sue radici passa proprio attraverso il pontificato di Pacelli.
Questo aspetto mi sembra particolarmente importante oggi, quando Pio XII viene talvolta arruolato nelle discussioni ecclesiali contemporanee come simbolo di una Chiesa precedente al Concilio, quasi che la sua figura potesse essere utilizzata per dimostrare che prima del 1962 tutto fosse fermo e che dopo sia cominciata un’altra Chiesa.
La storia reale è molto meno comoda.
Pio XII appartiene pienamente alla tradizione cattolica e, proprio dentro quella tradizione, promosse sviluppi che prepararono il terreno sul quale il Concilio avrebbe lavorato. Basta leggere Mediator Dei per comprendere quanto il rinnovamento liturgico fosse già entrato nella riflessione del Magistero.
Lo stesso vale per altri ambiti del suo pontificato, dalla teologia del Corpo mistico alla riflessione biblica, fino alla definizione dogmatica dell’Assunzione di Maria nel 1950. Non siamo davanti a un Papa immobile che custodisce una fortezza assediata, e neppure davanti a un precursore che anticipa semplicemente tutto ciò che verrà dopo. Siamo davanti a un Pontefice del suo tempo, con le sue categorie, le sue scelte e le sue tensioni.
È forse questo il modo più onesto per ricordarlo.
La memoria della Chiesa non dovrebbe funzionare come una galleria nella quale scegliamo i Papi che confermano la nostra posizione e lasciamo gli altri in penombra. Ogni pontificato entra in una storia più grande, riceve ciò che lo precede e consegna qualcosa a chi verrà dopo.
Pio XII morì il 9 ottobre 1958. Pochi giorni più tardi il conclave avrebbe eletto Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII, e nel giro di pochi anni la Chiesa sarebbe entrata nella stagione del Concilio Vaticano II.
Anche questa successione è stata talvolta raccontata come il passaggio da due mondi opposti.
La realtà è più interessante.
Il Concilio sarebbe nato dentro una Chiesa già attraversata da movimenti di rinnovamento biblico, liturgico e teologico che avevano ricevuto anche dal Magistero di Pio XII un riconoscimento importante. La discontinuità dei temperamenti e degli stili personali non cancella la continuità della vita ecclesiale.
Ricordare Pio XII oggi significa dunque evitare due ingiustizie opposte: trasformarlo nel colpevole universale di un silenzio mai studiato seriamente oppure farne un’icona inattaccabile che non può essere sottoposta alle domande della storia.
La verità non ha bisogno di nessuna delle due operazioni.
Ha bisogno di documenti, pazienza e capacità di riconoscere che anche le grandi figure della Chiesa attraversano situazioni nelle quali le decisioni non si presentano con la semplicità con cui vengono giudicate settant’anni dopo.
Forse proprio qui la memoria di Pio XII conserva una lezione.
La Chiesa non custodisce il proprio passato per costruire leggende rassicuranti.
Lo custodisce perché anche attraverso le sue grandezze, le sue domande e le sue fatiche possa imparare a servire meglio la verità.
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