don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

GIOVANNI XXIII E L’11 OTTOBRE: LA CHIESA CHE SI RALLEGRA SENZA AVERE PAURA DELLA STORIA

La memoria liturgica del Papa che aprì il Vaticano II ci riporta al significato originario del Concilio: custodire il deposito della fede e presentarlo agli uomini del proprio tempo con rinnovata intelligenza pastorale.

L’11 ottobre la Chiesa celebra san Giovanni XXIII, e la scelta della data richiama direttamente uno dei momenti più significativi del suo pontificato: l’apertura solenne del Concilio Ecumenico Vaticano II, avvenuta l’11 ottobre 1962. Quella mattina Papa Roncalli pronunciò un discorso rimasto celebre fin dalle parole iniziali, Gaudet Mater Ecclesia, «La Madre Chiesa si rallegra», e proprio in quella gioia si trova forse una delle chiavi più profonde per comprendere il modo con cui egli guardava al Concilio e, più in generale, alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.

Giovanni XXIII non presentava una Chiesa impaurita davanti ai cambiamenti della storia, né una Chiesa desiderosa di liberarsi del proprio passato per inseguire lo spirito del tempo. La sua fiducia nasceva dalla convinzione che il deposito della fede ricevuto dagli Apostoli non avesse bisogno di essere modificato per continuare a parlare agli uomini e che, proprio perché custodito nella sua integrità, potesse essere presentato con parole e forme capaci di raggiungere le persone del proprio tempo.

È importante ricordarlo, perché attorno al Vaticano II si sono consolidate nel corso dei decenni letture molto diverse, spesso accomunate dalla stessa premessa: l’idea che il Concilio abbia segnato una rottura radicale rispetto alla Chiesa precedente. Alcuni hanno salutato questa presunta discontinuità come una liberazione da un passato ormai incapace di parlare all’uomo moderno; altri hanno visto nella stessa rottura l’inizio di una crisi dottrinale e pastorale dalla quale la Chiesa non si sarebbe più ripresa. Le conclusioni sono opposte, eppure il presupposto resta sorprendentemente simile.

Il discorso di Giovanni XXIII conduce in una direzione diversa.

Il Papa chiedeva che la dottrina cattolica fosse custodita nella sua interezza e, nello stesso tempo, esposta secondo modalità adeguate alle condizioni nuove nelle quali viveva l’uomo contemporaneo. Non immaginava una fede nuova e non affidava al Concilio il compito di reinventare la Chiesa. Desiderava che ciò che la Chiesa aveva ricevuto potesse essere trasmesso con maggiore efficacia pastorale, nella convinzione che la verità non diventa più fedele a sé stessa quando viene ripetuta meccanicamente e che la ricerca di un linguaggio nuovo non autorizza a modificarne il contenuto.

Anche il celebre richiamo ai «profeti di sventura» va compreso dentro questa prospettiva. Giovanni XXIII non negava le difficoltà del proprio tempo e non aveva alcuna ingenuità sulla capacità dell’uomo di produrre violenza, ideologia e distruzione. Aveva attraversato due guerre mondiali, conosceva bene la tragedia europea del Novecento e sapeva che la modernità non coincideva automaticamente con il progresso morale. Quello che rifiutava era uno sguardo nel quale la storia sembrasse sottratta alla Provvidenza di Dio, come se la Chiesa potesse custodire la fede soltanto assumendo un atteggiamento difensivo davanti a tutto ciò che cambiava.

Questa serenità, che in Giovanni XXIII non era leggerezza, apparve con una forza particolare la sera stessa dell’11 ottobre. Dopo la lunga solennità dell’apertura conciliare, migliaia di persone riempirono Piazza San Pietro per una fiaccolata e il Papa, affacciandosi alla finestra, improvvisò alcune parole che sono rimaste nella memoria collettiva molto più di tante formulazioni solenni. Guardò la luna sopra la piazza e disse che sembrava essersi affrettata anch’essa a contemplare quello spettacolo; poi invitò coloro che sarebbero tornati a casa a dare una carezza ai bambini dicendo che era la carezza del Papa, e a rivolgere una parola buona a chi avesse avuto qualche lacrima da asciugare.

È difficile trovare un’immagine più semplice della paternità pastorale.

Quella carezza, naturalmente, non riassume da sola il Vaticano II e sarebbe riduttivo trasformarla in simbolo di una Chiesa che rinuncia alla chiarezza dottrinale per assumere un linguaggio soltanto affettuoso. Giovanni XXIII non pensava la misericordia come alternativa alla verità e non immaginava che la maternità della Chiesa consistesse nell’evitare ogni parola capace di correggere o di chiedere conversione. Aveva compreso, piuttosto, che la verità cristiana viene consegnata agli uomini attraverso una comunità che deve rendere visibile anche il volto materno di Dio.

Da qui nasce una questione che ancora oggi rimane centrale quando si parla del Concilio.

Negli anni successivi molte scelte sono state giustificate appellandosi allo «spirito del Vaticano II», anche quando non trovavano un fondamento reale nei testi conciliari. Ci sono stati esperimenti pastorali poco felici, interpretazioni arbitrarie e letture che hanno trasformato il rinnovamento in una continua ricerca di novità. Riconoscere tutto questo appartiene a una valutazione storica seria, purché si mantenga distinta la realtà del Concilio dalle interpretazioni che ne sono state date nel corso della sua ricezione.

Allo stesso modo, gli abusi e le confusioni che seguirono non possono essere utilizzati come prova automatica che il Concilio stesso fosse un errore. La crisi religiosa dell’Occidente, la diminuzione della pratica sacramentale, la trasformazione culturale delle società europee e il progressivo indebolimento della trasmissione della fede hanno cause molto più ampie, che precedono in parte il Vaticano II e che non possono essere spiegate attraverso una semplice successione cronologica.

È proprio per questo che la memoria di Giovanni XXIII conserva una sua utilità anche nelle discussioni contemporanee.

Il Papa che aprì il Concilio non chiedeva alla Chiesa di scegliere tra fedeltà e attenzione all’uomo, perché non vedeva queste due dimensioni come concorrenti. Era convinto che la verità ricevuta potesse essere annunciata con maggiore efficacia proprio quando la Chiesa imparava a comprendere meglio le domande del proprio tempo, senza assumere automaticamente i criteri del mondo e senza trasformare la tradizione in un linguaggio incapace di raggiungere chi viveva fuori dai suoi confini abituali.

A più di sessant’anni dall’11 ottobre 1962, possiamo forse guardare al Vaticano II con maggiore libertà rispetto alle generazioni che ne furono immediatamente protagoniste. Possiamo riconoscere frutti reali e difficoltà concrete, leggere i documenti dentro l’intera tradizione della Chiesa e distinguere ciò che il Concilio ha effettivamente insegnato dalle interpretazioni ideologiche che, da prospettive opposte, hanno finito per sovrapporsi alla sua voce.

Questa operazione richiede pazienza e, soprattutto, richiede di tornare ai testi.

Per molto tempo abbiamo discusso del Vaticano II attraverso categorie nate dopo il Concilio, attraverso schieramenti ecclesiali e attraverso esperienze personali che hanno inevitabilmente segnato il giudizio di ciascuno. La memoria di san Giovanni XXIII può aiutarci a risalire a una domanda precedente: che cosa desiderava realmente la Chiesa quando convocò quel grande evento?

Nel discorso dell’11 ottobre la risposta appare con una chiarezza che merita di essere nuovamente ascoltata. Giovanni XXIII desiderava una Chiesa capace di custodire integralmente la fede ricevuta e, proprio per questo, capace di presentarla agli uomini con una forma pastorale adeguata alla loro situazione concreta. Non si trattava di diminuire l’esigenza della verità, né di trasformare la dottrina in una realtà fluida. Si trattava di riconoscere che la missione della Chiesa non consiste soltanto nel possedere la verità, bensì nel permettere che quella verità possa realmente raggiungere le persone alle quali è destinata.

Forse il discorso della luna rimane così commovente proprio perché rende visibile questo principio con una semplicità disarmante. Dopo una giornata nella quale migliaia di vescovi avevano dato inizio a un evento destinato a segnare profondamente la storia della Chiesa contemporanea, il Papa non concluse con una formula programmatica, ma con l’immagine di una carezza da portare a casa e di una lacrima da asciugare.

Non era una diminuzione della grandezza del Concilio. Era il ricordo del suo destinatario.

La Chiesa custodisce la dottrina, celebra la liturgia, convoca Concili ed esercita il Magistero perché Cristo possa continuare a raggiungere l’uomo concreto, nella sua storia, nelle sue domande e nelle sue ferite. Quando dimentica questa destinazione, può diventare molto competente nel parlare di sé e sorprendentemente incapace di comunicare ciò che ha ricevuto.

L’11 ottobre ci invita allora a ricordare san Giovanni XXIII senza trasformarlo nel simbolo di una parte ecclesiale e senza attribuirgli intenzioni che non furono le sue. Il modo più serio per onorarne la memoria rimane quello di tornare alle sue parole e di riconoscere in esse una Chiesa profondamente certa della verità che custodisce, proprio per questo abbastanza libera da incontrare senza paura gli uomini del proprio tempo.

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