don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Leone XIV assume l’ultima eredità magisteriale di Francesco e la fa propria: l’amore verso i poveri appartiene alla Tradizione della Chiesa perché nasce dall’incontro con Cristo.

Ci sono documenti che permettono di comprendere un pontificato proprio perché non nascono interamente con esso. Dilexi te, la prima Esortazione apostolica di Papa Leone XIV, appartiene a questa singolare categoria: porta la firma del nuovo Pontefice, contiene riflessioni da lui aggiunte e, nello stesso tempo, nasce da un progetto che Papa Francesco aveva iniziato negli ultimi mesi della sua vita.

Leone XIV lo dice apertamente fin dalle prime pagine. Francesco stava preparando un’Esortazione sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, alla quale aveva già dato il titolo Dilexi te. Il suo successore ha ricevuto quel progetto «come in eredità», lo ha fatto proprio, vi ha aggiunto alcune riflessioni e ha deciso di consegnarlo alla Chiesa all’inizio del nuovo pontificato.

Questo particolare mi sembra importante, perché rivela già qualcosa del modo con cui Leone XIV comprende la continuità ecclesiale. Non ha sentito il bisogno di mettere da parte un testo nato sotto il predecessore per cominciare immediatamente con un documento che portasse soltanto la propria impronta. Ha ricevuto un lavoro incompiuto e, riconoscendone il valore, ha scelto di assumerlo dentro il proprio Magistero.

In questo senso Dilexi te appartiene realmente a entrambi i pontificati e, proprio per questo, appartiene pienamente a quello di Leone XIV.

Il titolo nasce da una parola dell’Apocalisse, «Ti ho amato», rivolta a una comunità che dispone di poca forza e non possiede alcuna particolare rilevanza. Da questa parola il documento comincia a costruire una riflessione che attraversa la Scrittura, i Padri della Chiesa, la tradizione monastica, la Dottrina sociale e il Magistero recente, mostrando come il rapporto con i poveri non sia comparso nella vita ecclesiale come una sensibilità moderna aggiunta in un secondo momento.

Il Papa vuole mostrare qualcosa di più radicale: la cura dei poveri appartiene alla storia stessa attraverso la quale Dio si è fatto conoscere.

Già nell’Antico Testamento il Signore ascolta il grido dell’oppresso, giudica l’ingiustizia e chiede che il culto non venga separato dalla responsabilità verso chi è vulnerabile. Questa predilezione trova il suo compimento in Cristo, nel quale il Figlio eterno assume realmente la condizione umana e sceglie una vita segnata dalla povertà, dall’esclusione e dalla precarietà.

Qui occorre comprendere bene il linguaggio dell’Esortazione.

Il cristianesimo non divinizza la povertà materiale e non considera la miseria un bene da preservare. Cristo non salva perché la privazione sia buona. La sua povertà manifesta la forma di un amore che non trattiene il privilegio, entra nella condizione dell’uomo e raggiunge proprio coloro che il mondo considera insignificanti. Per questo la Chiesa non può guardare il povero semplicemente dall’esterno, come se fosse l’oggetto di una particolare attività assistenziale.

Nel povero incontra una persona alla quale Cristo ha legato in modo misterioso la propria presenza.

È qui che Dilexi te assume un carattere profondamente cristologico. Il documento parla certamente di ingiustizie economiche, di disuguaglianze sociali e delle molte forme di povertà che attraversano il nostro tempo, però non comincia dalla sociologia. Comincia dalla Rivelazione e conduce continuamente al Vangelo.

Questo impedisce di ridurre la scelta preferenziale per i poveri a una posizione politica.

Nel dibattito ecclesiale degli ultimi anni la parola «poveri» è stata talvolta trattata come se appartenesse quasi naturalmente a una determinata sensibilità culturale o politica, tanto che alcuni cattolici hanno finito per guardare con sospetto perfino il linguaggio evangelico quando sembrava troppo facilmente utilizzabile da una parte. Dilexi te costringe a uscire da questa deformazione, perché ricostruisce pazientemente una storia che precede di molti secoli le categorie della politica contemporanea.

Leone XIV conduce il lettore attraverso i primi cristiani, san Lorenzo e i Padri, mostrando come la cura dei poveri abbia accompagnato la Chiesa fin dall’inizio. Quando san Lorenzo presenta all’autorità romana i poveri dicendo che sono i tesori della Chiesa, quella frase non nasce da un programma sociale moderno. Nasce dalla convinzione che Cristo abbia assunto come propria la causa di coloro che il mondo considera marginali.

Particolarmente forte è il richiamo a san Giovanni Crisostomo, che rifiutava ogni separazione tra il culto reso a Cristo nell’Eucaristia e l’attenzione rivolta al suo Corpo ferito nei poveri. Il senso di quelle parole non consiste nel confondere l’altare con l’opera assistenziale, né nel trasformare ogni gesto di solidarietà in un atto liturgico. Indica qualcosa di più esigente: una celebrazione eucaristica che non generasse una forma concreta di carità sarebbe contraddetta dalla vita di coloro che vi partecipano.

L’altare e la strada rimangono distinti, e appartengono allo stesso discepolo.

Questa distinzione permette anche di comprendere meglio che cosa significhi parlare di una «Chiesa povera e per i poveri», espressione di Francesco che Leone XIV riprende esplicitamente. Non si tratta di celebrare l’indigenza né di immaginare una Chiesa priva di strutture, mezzi e responsabilità amministrative. La povertà evangelica riguarda prima di tutto la libertà dal possesso, la consapevolezza che ciò che si riceve rimane affidato per una missione e la capacità di riconoscere che i beni ecclesiali trovano la loro misura nel servizio.

Una Chiesa può possedere molto e vivere poveramente quando ciò che possiede rimane ordinato alla missione. Può possedere pochissimo e diventare ugualmente autoreferenziale se quel poco viene custodito come strumento di identità o di potere.

Il criterio evangelico è più profondo del bilancio.

Per questo Dilexi te non lascia nemmeno il povero nella posizione passiva di chi deve soltanto ricevere. Uno dei passaggi più interessanti del documento riguarda proprio la necessità di superare un paternalismo che guarda i poveri unicamente come destinatari della generosità altrui. Leone XIV ricorda che essi sono soggetti della vita ecclesiale, capaci di evangelizzare e di insegnare qualcosa alla Chiesa attraverso la loro esperienza, la loro fede e quella forma di solidarietà che spesso nasce proprio dove le risorse sono minori.

Questo non significa idealizzare la povertà o attribuire automaticamente una superiorità morale a chi possiede meno. Significa riconoscere che nessuna condizione sociale priva una persona della capacità di ricevere e trasmettere il Vangelo.

Qui si comprende anche perché il Papa possa affermare che i poveri non costituiscono semplicemente un problema sociale per la Chiesa, bensì una «questione familiare». Se la Chiesa è realmente il Corpo di Cristo, coloro che soffrono non rimangono fuori da essa come destinatari di un servizio organizzato. Appartengono alla stessa famiglia nella quale ogni ferita riguarda anche gli altri membri.

È una parola che mette in discussione molte nostre abitudini ecclesiali.

Possiamo organizzare raccolte, mense, centri di ascolto e opere preziose, e tutto questo è necessario. Rimane sempre il rischio che il povero venga servito senza essere realmente incontrato, quasi che l’efficienza della struttura ci consentisse di evitare la relazione con la persona.

Dilexi te riporta continuamente a questa prossimità, perché il suo punto di partenza non è semplicemente «amate i poveri», bensì «Io ti ho amato».

La carità cristiana nasce sempre da un amore ricevuto.

Qui il legame con Dilexit nos di Papa Francesco diventa particolarmente evidente. L’Enciclica sul Cuore di Cristo aveva contemplato l’amore umano e divino del Signore; l’Esortazione che Leone XIV riceve in eredità guarda a ciò che accade quando quell’amore raggiunge concretamente la vita della Chiesa. Il movimento non va semplicemente dalla contemplazione all’attivismo. Nasce dal Cuore di Cristo e conduce verso l’uomo che Cristo stesso ci pone accanto.

Se questo legame viene dimenticato, la cura dei poveri rischia di ridursi a filantropia. Se l’amore contemplato non genera alcuna prossimità reale, la devozione rischia invece di diventare una forma religiosa capace di parlare molto di Cristo senza riconoscerlo quando assume il volto di chi ha bisogno.

È precisamente questa unità che Dilexi te cerca di custodire.

A me sembra che qui emerga anche una prima indicazione significativa del pontificato di Leone XIV. Sarebbe prematuro trasformare una sola Esortazione in un programma completo e sarebbe ancora più improprio dimenticare che gran parte del progetto appartiene a Francesco. Il fatto stesso che Leone XIV abbia scelto di ricevere quel testo e di collocarlo all’inizio del proprio Magistero dice comunque qualcosa: il nuovo pontificato non intende costruire la propria identità cancellando ciò che ha ricevuto.

Riceve, discerne e assume.

È il modo normale con cui dovrebbe vivere la Tradizione nella Chiesa, anche se talvolta ci comportiamo come se ogni elezione pontificia dovesse inaugurare una nuova dinastia e richiedesse immediatamente la demolizione degli stemmi del predecessore.

La continuità cattolica è più paziente.

Dilexi te ne offre un esempio particolarmente limpido. Un testo cominciato da Francesco viene completato e promulgato da Leone XIV; una sensibilità molto presente nel pontificato precedente viene ricollocata dentro una lunga storia che parte dalla Scrittura e attraversa i secoli; l’attenzione ai poveri viene sottratta sia alla propaganda politica sia alla tentazione di relegarla a un settore specialistico della pastorale.

Alla fine rimane la parola dalla quale tutto era cominciato: «Ti ho amato».

Il povero può ascoltarla come rivolta a sé, perché Dio non misura il valore dell’uomo attraverso la sua forza o la sua utilità. La Chiesa può ascoltarla come rivolta a sé stessa, ricordando che prima di essere chiamata a servire è stata amata. E proprio perché amata, può riconoscere nell’altro qualcuno che appartiene alla stessa storia di misericordia.

Forse è questo il punto più profondo dell’Esortazione.

La questione dei poveri non entra nella fede cristiana dalla porta laterale dell’etica sociale. Nasce nel cuore stesso dell’incontro con Cristo e, da lì, raggiunge il modo in cui la Chiesa prega, usa i propri beni, costruisce le proprie comunità e guarda le persone che la società tende a rendere invisibili.

Per questo Dilexi te non propone alla Chiesa semplicemente qualcosa in più da fare.

Le ricorda chi deve essere quando prende sul serio Colui che le dice: «Ti ho amato».

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