Perché la Chiesa cattolica distingue tra piena comunione, veri sacramenti e comunità ecclesiali
Cari amici, quando nel dialogo tra cristiani compare l’espressione «successione apostolica», può sembrare che si stia parlando semplicemente di una catena storica di ordinazioni: un vescovo consacra un altro vescovo, questi ne consacra un altro ancora e, risalendo indietro, si arriverebbe fino agli Apostoli. Questa continuità sacramentale è certamente essenziale, eppure la successione apostolica possiede un significato ecclesiale molto più profondo. Riguarda la permanenza nella Chiesa del ministero affidato da Cristo agli Apostoli e trasmesso attraverso l’episcopato, dentro una comunità che continua a celebrare i sacramenti e a custodire la fede ricevuta.
Proprio per questo la Chiesa cattolica non giudica tutte le comunità cristiane separate da Roma nello stesso modo. Il linguaggio ecclesiale distingue realtà differenti, e questa distinzione qualche volta viene interpretata come una graduatoria di dignità tra cristiani. Il suo significato è invece sacramentale. Si cerca di comprendere quali elementi della struttura apostolica della Chiesa siano rimasti realmente presenti dopo le separazioni avvenute nel corso della storia.
Il caso più chiaro è quello delle Chiese ortodosse e delle antiche Chiese orientali. Il Concilio Vaticano II, nel decreto Unitatis redintegratio, afferma che queste Chiese, pur essendo separate dalla piena comunione con Roma, possiedono «veri sacramenti» e, proprio in forza della successione apostolica, conservano realmente il sacerdozio e l’Eucaristia. La Chiesa cattolica riconosce dunque che un sacerdote ortodosso validamente ordinato è veramente sacerdote e che l’Eucaristia da lui celebrata è realmente il Corpo e il Sangue del Signore. La separazione ecclesiale rimane una ferita grave e impedisce la piena comunione, senza cancellare la realtà sacramentale custodita in quelle Chiese.
Questa distinzione è importante perché validità sacramentale e piena comunione non coincidono. Una Chiesa può possedere un episcopato valido, celebrare una vera Eucaristia e trovarsi nello stesso tempo fuori dalla piena comunione con il successore di Pietro. Dominus Iesus utilizza per queste realtà l’espressione «vere Chiese particolari»: in esse la Chiesa di Cristo è realmente presente e operante, anche se permane una mancanza nella comunione ecclesiale dovuta, tra l’altro, al diverso riconoscimento del ministero universale del Vescovo di Roma.
Un esempio particolarmente interessante è offerto dalla Chiesa Assira dell’Oriente. Il caso permette di comprendere quanto il giudizio cattolico sulla sacramentalità sia più serio di una semplice somiglianza esteriore con la liturgia romana. Questa antichissima Chiesa utilizza, tra le proprie preghiere eucaristiche, l’Anafora di Addai e Mari, che nella sua forma tradizionale non contiene un racconto dell’istituzione eucaristica formulato consecutivamente come siamo abituati ad ascoltarlo nelle nostre Preghiere eucaristiche.
Dopo un lungo studio storico, liturgico e teologico, nel 2001 la Congregazione per la Dottrina della Fede concluse che quella Anafora poteva essere considerata valida, e san Giovanni Paolo II approvò la decisione. Nel documento ufficiale la Santa Sede afferma esplicitamente che la Chiesa Assira dell’Oriente è una autentica Chiesa particolare fondata sulla fede ortodossa e sulla successione apostolica, nella quale sono presenti veri sacramenti, il sacerdozio e l’Eucaristia. Per particolari situazioni di necessità pastorale furono persino stabilite norme che permettono una determinata ammissione reciproca all’Eucaristia tra fedeli assiri e cattolici caldei.
Questo caso è prezioso anche per un’altra ragione. Ci insegna che la cattolicità non consiste nel pretendere che ogni tradizione cristiana debba assomigliare alla nostra per essere riconosciuta. La Chiesa studia la storia, la fede professata, la forma sacramentale ricevuta e la successione ministeriale, cercando di riconoscere ciò che è realmente presente. L’unità cattolica non nasce dall’uniformità dei riti.
La situazione cambia quando passiamo alla Comunione anglicana. Nel 1896 Leone XIII, dopo un lungo esame storico e sacramentale, pubblicò Apostolicae curae e dichiarò invalide le ordinazioni anglicane a causa dei problemi relativi alla forma e all’intenzione nell’Ordinale introdotto durante la Riforma inglese. La Chiesa cattolica non ha successivamente revocato quel giudizio e continua a comportarsi sacramentalmente in modo coerente con esso.
Un segno concreto di questa continuità si trova negli Ordinariati personali istituiti da Benedetto XVI con Anglicanorum coetibus. I ministri anglicani che entrano nella piena comunione cattolica e vengono ammessi al ministero sacerdotale non vengono semplicemente accolti come sacerdoti già ordinati; vengono ammessi come candidati agli Ordini sacri e ricevono l’ordinazione nella Chiesa cattolica.
Questo giudizio sugli Ordini non significa affermare che nelle comunità anglicane non esista autentica vita cristiana. Sarebbe una conclusione completamente estranea all’ecclesiologia cattolica. Il Battesimo validamente ricevuto incorpora realmente a Cristo, la Scrittura viene annunciata, esistono una tradizione di preghiera e una ricchissima eredità spirituale. La questione riguarda precisamente il sacramento dell’Ordine e, di conseguenza, la piena realtà sacramentale dell’Eucaristia così come la Chiesa cattolica la comprende.
Una distinzione analoga appare quando parliamo delle comunità nate dalla Riforma protestante. Dominus Iesus, riprendendo l’insegnamento conciliare, spiega che le comunità che non hanno conservato un episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico non vengono chiamate «Chiese» in senso teologico proprio. Il termine può sembrare duro se viene letto come giudizio sulle persone, mentre il documento sta definendo una realtà sacramentale. Nello stesso passaggio afferma infatti che coloro che sono validamente battezzati in queste comunità sono incorporati a Cristo e vivono una comunione reale, anche se imperfetta, con la Chiesa cattolica.
La differenza, dunque, non riguarda la domanda se Dio operi o meno fuori dai confini visibili della Chiesa cattolica. La Chiesa riconosce esplicitamente questa azione. La questione riguarda ciò che è rimasto della struttura sacramentale ricevuta dagli Apostoli, e in particolare dell’episcopato e dell’Eucaristia.
Più delicato è il caso di alcune realtà occidentali nate da separazioni successive da Roma, come le diverse comunità vetero-cattoliche. Qui eviterei le generalizzazioni presenti nel testo originario. Alcune hanno storicamente conservato linee episcopali considerate valide dalla Chiesa cattolica; sviluppi successivi, soprattutto riguardo all’ordinazione delle donne, hanno però reso il quadro più complesso, perché secondo la dottrina cattolica soltanto un uomo battezzato può ricevere validamente l’Ordine sacro. La validità va quindi valutata considerando concretamente la successione dei ministri e le ordinazioni attraverso cui essa è stata trasmessa.
Un caso occidentale più definito è quello della Polish National Catholic Church negli Stati Uniti. Le indicazioni pastorali dei vescovi statunitensi la collocano, insieme alle Chiese ortodosse e alla Chiesa Assira dell’Oriente, tra quelle per le quali la disciplina cattolica non esclude in determinate circostanze l’ammissione alla Comunione secondo il can. 844 §3. Questo dato mostra ancora una volta che la Chiesa distingue attentamente le diverse situazioni anziché applicare indistintamente l’etichetta di «non cattolico».
A questo punto possiamo comprendere meglio che cosa significhi davvero possedere la successione apostolica. Non basta costruire una genealogia di consacrazioni episcopali come si potrebbe ricostruire un albero genealogico. Il sacramento deve essere realmente conferito da chi possiede la capacità di ordinarlo, a una persona capace di riceverlo, con una forma e un’intenzione sacramentale autentiche. La successione vive poi dentro una Chiesa che custodisce quel ministero come dono ricevuto e non come potere che una comunità possa reinventare secondo le proprie necessità.
Questa precisazione aiuta anche il dialogo ecumenico, perché permette di evitare due atteggiamenti ugualmente poveri. Si può arrivare a pensare che, siccome tutti crediamo in Cristo, le differenze sacramentali siano dettagli secondari che il tempo finirà per rendere irrilevanti. Si può anche utilizzare la successione apostolica come una specie di certificato di superiorità con il quale stabilire chi sia abbastanza cristiano e chi non lo sia. Nessuna delle due letture corrisponde alla prospettiva cattolica.
La successione apostolica è prima di tutto una responsabilità ricevuta. Il vescovo non è importante perché può esibire una catena storica che arriva agli Apostoli; quella continuità esiste affinché nella Chiesa continui a essere presente il ministero apostolico attraverso il quale la fede viene custodita, i sacramenti celebrati e il popolo di Dio servito.
Proprio per questo l’ecumenismo cattolico può essere molto più sereno di quanto talvolta appaia nelle nostre discussioni. Possiamo riconoscere senza paura che nelle Chiese ortodosse esiste una vera Eucaristia e, nello stesso tempo, desiderare ardentemente la piena comunione. Possiamo riconoscere la reale vita cristiana di un anglicano senza fingere che la questione degli Ordini non esista. Possiamo guardare a un fratello protestante come a un battezzato realmente incorporato a Cristo senza cancellare le differenze ecclesiologiche che ancora ci separano.
La carità non ci chiede di rendere vaghe le differenze. Ci permette di guardarle senza trasformarle in armi.
Forse questa è la ragione per cui il linguaggio preciso della Chiesa rimane così importante. Dire che una comunità possiede o non possiede la successione apostolica non equivale a misurare la santità dei suoi membri. Significa chiedersi che cosa, della forma sacramentale della Chiesa apostolica, sia rimasto realmente presente attraverso le ferite della storia.
E questa distinzione, quando viene compresa, non allontana l’unità. Ci permette finalmente di cercarla partendo dalla verità di ciò che ciascuno è.
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