don Mario Proietti, C.PP.S.

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DOPO IL CONCILIO, PERCHÉ I BANCHI SI SONO SVUOTATI? CHE COSA DICONO DAVVERO I DATI

Cari amici, un recente studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research ha riaperto una delle questioni più sensibili della storia cattolica contemporanea, perché mette in relazione il Concilio Vaticano II con il successivo declino della partecipazione alla Messa. È un argomento sul quale gli schieramenti ecclesiali possiedono risposte pronte da decenni: per alcuni il Concilio avrebbe provocato la crisi, mentre per altri qualsiasi legame tra le due realtà sarebbe soltanto una costruzione ideologica di chi rimpiange la Chiesa precedente agli anni Sessanta.

I dati pubblicati nel luglio scorso meritano qualcosa di meglio di entrambe queste reazioni.

Robert Barro, Edgard Dewitte e Laurence Iannaccone hanno ricostruito l’andamento della partecipazione ai servizi religiosi in sessantasei Paesi utilizzando le informazioni retrospettive dell’International Social Survey Program, che consentono di risalire, in alcuni casi, fino agli anni Venti del Novecento. Attraverso questo materiale hanno confrontato nel tempo i Paesi storicamente cattolici con quelli appartenenti ad altre tradizioni religiose e hanno riscontrato, a partire dal 1965, una diminuzione della partecipazione cattolica significativamente più pronunciata.

La stima complessiva parla di circa quattro punti percentuali di diminuzione relativa per decennio tra il 1965 e il 2015, con un effetto cumulativo che raggiunge dimensioni considerevoli.

Questo dato va preso sul serio.

Non sarebbe corretto liquidarlo dicendo semplicemente che tutte le religioni stavano già perdendo fedeli per effetto della modernizzazione, perché l’elemento interessante dello studio sta precisamente nel confronto: gli autori rilevano dopo il Vaticano II una dinamica specificamente cattolica rispetto alle altre confessioni considerate.

Allo stesso tempo, proprio il rigore con cui dobbiamo accogliere questo risultato ci impedisce di fargli dire più di quanto possa dimostrare.

Uno studio statistico può individuare una discontinuità temporale e mostrare che un fenomeno segue un determinato evento in maniera difficilmente riducibile al puro caso; diventa molto più complesso stabilire quale componente dell’evento abbia prodotto quell’effetto e attraverso quale meccanismo esso si sia trasmesso nella vita delle persone.

Gli stessi ricercatori riconoscono questa difficoltà. I numeri mostrano con notevole evidenza che qualcosa cambia nella partecipazione cattolica intorno alla metà degli anni Sessanta, mentre l’analisi quantitativa non può stabilire perché sia accaduto.

È precisamente qui che la questione diventa ecclesialmente interessante.

Dire che dopo il Vaticano II la frequenza alla Messa sia diminuita in maniera specifica nel mondo cattolico non equivale ancora a dire che la dottrina promulgata dal Concilio abbia allontanato i fedeli, che la riforma liturgica sia stata la causa determinante del declino o che, mantenendo immutate le forme precedenti, le chiese sarebbero rimaste piene.

Sono conclusioni possibili soltanto dopo un ulteriore passaggio interpretativo, e quello studio non lo compie.

La stagione aperta dal Concilio comprende infatti realtà molto diverse tra loro. Vi sono i documenti conciliari, la riforma liturgica che ne seguì, il cambiamento del linguaggio pastorale, la crisi dell’autorità che attraversò l’intera società occidentale, la rivoluzione sessuale, l’indebolimento delle appartenenze istituzionali, la trasformazione della famiglia, la diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione e un mutamento culturale che avrebbe investito comunque le società europee e nordamericane con una forza difficilmente immaginabile pochi anni prima.

Dentro questa enorme trasformazione, il cattolicesimo attraversò inoltre una propria crisi interna.

Molti fedeli videro modificarsi in pochissimo tempo forme liturgiche, pratiche devozionali, abitudini pastorali e linguaggi che per generazioni erano apparsi stabili. Alcuni cambiamenti erano esplicitamente voluti dalla Chiesa, altri nacquero da interpretazioni locali assai più libere, mentre altri ancora furono attribuiti genericamente al Concilio pur non trovando nei suoi documenti alcun fondamento.

È possibile che proprio l’insieme di queste trasformazioni abbia prodotto in molti cattolici una percezione nuova della stessa autorità ecclesiale.

Gli studiosi richiamano, tra le ipotesi interpretative, anche il pensiero del sociologo e sacerdote Andrew Greeley, secondo il quale una parte decisiva della crisi sarebbe stata legata alla perdita della percezione di un’autorità ecclesiale stabile e coerente, processo nel quale ebbero un peso anche le tensioni successive intorno alla contraccezione e alla ricezione dell’Humanae vitae.

Questa ipotesi merita attenzione perché sposta il problema dal semplice cambiamento del rito a qualcosa di più profondo: il rapporto tra il fedele e una Chiesa che, nel giro di pochi anni, sembrava presentarsi con modalità molto diverse da quelle che egli aveva conosciuto.

Potremmo allora chiederci se il problema sia stato il cambiamento in quanto tale oppure il modo in cui molti cattolici ne hanno compreso il significato.

Una riforma può essere perfettamente legittima e, nello stesso tempo, produrre conseguenze pastorali che richiedono di essere comprese. Riconoscere queste conseguenze non significa negare la validità della riforma e neppure trasformare il passato in un’età dell’oro; significa semplicemente accettare che le decisioni ecclesiali entrano nella storia e che la storia permette, col tempo, di osservarne anche gli effetti imprevisti.

Questo criterio mi sembra particolarmente importante per leggere il Vaticano II.

Per molti anni abbiamo oscillato tra due narrazioni quasi speculari. Da una parte si sosteneva che tutto ciò che era avvenuto dopo il Concilio rappresentasse inevitabilmente il suo frutto e dovesse quindi essere difeso; dall’altra si raccoglieva ogni crisi successiva come prova che il Concilio stesso fosse stato un errore.

Entrambe le letture finiscono per identificare il Vaticano II con l’intera storia ecclesiale degli ultimi sessant’anni.

È proprio questa identificazione che andrebbe finalmente superata.

I documenti conciliari possiedono un contenuto preciso e possono essere letti. Le riforme successive possiedono testi, date e responsabili altrettanto precisi. Le applicazioni pastorali possono essere confrontate con ciò che il Concilio aveva realmente chiesto. E gli effetti storici possono essere valutati senza che ogni osservazione critica venga immediatamente trasformata in un processo all’ortodossia del Vaticano II.

Lo abbiamo visto anche occupandoci della liturgia.

La Sacrosanctum Concilium ha chiesto una partecipazione più piena e consapevole dei fedeli, ha voluto aprire più largamente il tesoro della Scrittura e ha riaffermato con grande chiarezza che l’Eucaristia perpetua sacramentalmente il sacrificio della Croce. Ha contemporaneamente stabilito che nessuno, nemmeno il sacerdote, possa modificare di propria iniziativa ciò che appartiene alla liturgia.

Quando in seguito la partecipazione è stata interpretata come moltiplicazione delle funzioni, la creatività è diventata arbitrio o il sacrificio eucaristico ha perso spazio nella predicazione, non possiamo semplicemente mettere tutto sotto l’etichetta «Vaticano II».

Questo non assolve automaticamente la stagione postconciliare dalle proprie responsabilità, perché proprio l’ampiezza e la rapidità dei cambiamenti possono aver contribuito a generare disorientamento. Permette però di collocare meglio la domanda.

Lo studio NBER rende molto più difficile sostenere che non sia accaduto nulla di specificamente cattolico dopo il 1965. I dati mostrano che qualcosa è accaduto e che la partecipazione alle celebrazioni ha cominciato a divergere rispetto alle altre confessioni con una consistenza che merita spiegazione.

Da qui, però, comincia il lavoro storico e pastorale, invece di terminare.

Dobbiamo chiederci quanto abbia inciso la trasformazione liturgica, quanto il crollo della disciplina ecclesiale in alcuni contesti, quanto la crisi culturale degli anni Sessanta, quanto il modo in cui furono presentati i cambiamenti, quanto la perdita di trasmissione familiare della fede e quanto, più tardi, abbiano pesato gli scandali che hanno eroso ulteriormente la credibilità della Chiesa.

Gli stessi autori riconoscono che eventi successivi, compresi gli scandali degli abusi sessuali, possono aver contribuito al protrarsi del declino.

Questa complessità ci impedisce anche di trasformare il dato statistico in un argomento a favore di un semplice ritorno alle forme anteriori.

Il fatto che la frequenza fosse più elevata prima del Concilio non dimostra automaticamente che ogni elemento di quella stagione fosse pastoralmente capace di affrontare il mondo che stava arrivando. Giovanni XXIII convocò il Concilio proprio perché percepiva che la Chiesa si trovava davanti a un cambiamento storico profondo e che la trasmissione della fede richiedeva un rinnovato sforzo di annuncio.

Il vero interrogativo potrebbe essere allora ancora più esigente: il rinnovamento che era necessario fu sempre realizzato nel modo migliore?

Una domanda simile non comporta alcuna infedeltà al Concilio. Al contrario, permette di prenderne sul serio l’intenzione pastorale, perché una scelta pensata per favorire l’annuncio può e deve essere verificata anche osservando la capacità con cui, nel tempo, ha realmente aiutato la trasmissione della fede.

Questo non significa giudicare il Vangelo attraverso le statistiche.

Una chiesa piena può essere spiritualmente povera e una comunità numericamente piccola può vivere una fede intensa. Il cristianesimo non misura la verità contando i presenti alla Messa della domenica. Tuttavia, quando milioni di persone smettono progressivamente di partecipare alla vita sacramentale, un pastore non può limitarsi a dichiarare che i numeri non contano, perché dietro ogni numero esiste una persona che non ascolta più la Parola, non riceve più l’Eucaristia e spesso non trasmette più la fede ai propri figli.

La diminuzione della pratica religiosa è quindi un dato pastorale prima ancora che sociologico.

Il Vangelo di questa domenica ci consegna l’immagine del fuoco che Cristo desidera accendere sulla terra. È un’immagine che aiuta a comprendere anche il nostro problema, purché non venga utilizzata per offrire una soluzione troppo semplice.

La domanda non è soltanto se il Concilio abbia acceso o spento quel fuoco. Dobbiamo chiederci che cosa sia accaduto alla trasmissione della fede in una Chiesa che, proprio mentre cercava un nuovo linguaggio per rivolgersi al mondo, entrava in una delle trasformazioni culturali più rapide della storia moderna.

Può darsi che alcune scelte abbiano favorito l’incontro con il mondo nuovo e che altre abbiano prodotto effetti differenti da quelli desiderati. Può darsi che certi aspetti della riforma siano stati fecondi mentre altri richiedano ancora oggi una valutazione più serena. Può anche darsi che molte delle difficoltà siano nate dalla ricezione, dalle interpretazioni e da quella curiosa capacità ecclesiastica di trasformare una prudente indicazione pastorale in un programma universale entro il martedì successivo.

Dopo sessant’anni abbiamo almeno un vantaggio: possiamo guardare la storia senza essere più costretti a difendere le posizioni assunte negli anni immediatamente successivi al Concilio.

Lo studio pubblicato dal NBER non chiude il dibattito sul Vaticano II. Semmai lo rende più interessante, perché costringe tutti a rinunciare a una parte delle proprie semplificazioni.

Chi considera il Concilio la causa di ogni crisi deve ancora dimostrare quale elemento abbia prodotto il declino e perché. Chi ritiene che il Concilio sia completamente estraneo alla diminuzione della pratica deve prendere atto che i dati mostrano una discontinuità cattolica proprio dopo quella stagione.

Tra queste due letture si apre lo spazio del discernimento storico ed ecclesiale.

È uno spazio nel quale possiamo riconoscere il Concilio come atto autentico della Chiesa, ricevere ciò che esso ha insegnato e, nello stesso tempo, interrogare con libertà la storia della sua applicazione, senza trasformare ogni domanda in una battaglia di appartenenza.

Forse è proprio questo che oggi ci serve.

Non assolvere preventivamente tutto ciò che è venuto dopo il Vaticano II e neppure condannare il Concilio attraverso ciò che è accaduto dopo di esso, bensì comprendere con maggiore precisione dove la Chiesa abbia saputo trasmettere il fuoco ricevuto e dove, invece, qualcosa si sia indebolito lungo il cammino.

Solo così quei numeri smetteranno di essere munizioni per una polemica e potranno diventare ciò che dovrebbero essere per una comunità cristiana: una domanda sulla nostra capacità di consegnare Cristo alle generazioni che vengono dopo di noi.

Riferimenti essenziali

Robert J. Barro, Edgard Dewitte, Laurence R. Iannaccone, Looking Backward: Long-Term Religious Service Attendance in 66 Countries, NBER Working Paper 34060, luglio 2025.

Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium.

San Giovanni XXIII, Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962.

Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2005.

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