don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

La grazia di Dio arriva prima della nostra capacità di comprenderla

Cari amici, questa domenica il Vangelo ci ha consegnato una parola di Gesù che può sorprendere: «C’è un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato finché non sia compiuto» (Lc 12,50). Gesù era già stato battezzato nel Giordano, quindi qui la parola battesimo conduce altrove. Indica la sua Pasqua, l’immersione nella morte attraverso la quale il Figlio consegnerà interamente la propria vita al Padre e aprirà agli uomini la vita nuova. È da questo mistero che nasce anche il nostro Battesimo: san Paolo dirà che siamo stati battezzati nella morte di Cristo per camminare con Lui in una vita nuova.

Forse proprio questa domenica offre l’occasione per tornare a una domanda che ricompare frequentemente, soprattutto quando una famiglia chiede il Battesimo per un bambino molto piccolo: se il Battesimo richiede la fede, perché amministrarlo a qualcuno che ancora non può capire e scegliere? Non sarebbe più rispettoso aspettare che il bambino diventi adulto e possa decidere personalmente?

La domanda merita di essere presa sul serio, perché nasce anche da un valore che la nostra cultura considera giustamente importante: la libertà personale. Siamo abituati a pensare che le scelte decisive debbano essere compiute consapevolmente, e da qui può sembrare strano che la Chiesa amministri un sacramento così fondamentale a una persona incapace ancora di formularne il desiderio.

La risposta cristiana parte però da un dato che precede la nostra capacità di scegliere: la grazia di Dio arriva prima di noi.

Nessuno decide di nascere. Nessun bambino sceglie i propri genitori, la lingua che imparerà, la casa nella quale crescerà o l’amore attraverso cui comincerà a conoscere il mondo. Le realtà più decisive della vita ci precedono e vengono ricevute prima di poter essere comprese. Solo crescendo potremo riconoscerle, accoglierle liberamente, approfondirle oppure perfino rifiutarle. La libertà umana non nasce dal vuoto; nasce dentro una storia ricevuta.

Il Battesimo dei bambini appartiene a questa logica della grazia che precede.

La Chiesa non pensa che il piccolo possieda già una fede adulta e cosciente. Lo battezza nella fede della Chiesa, sostenuto dalla fede dei genitori, dei padrini e della comunità cristiana che si assume la responsabilità di accompagnarlo. Proprio per questo, nel rito, la professione di fede viene chiesta agli adulti e la Chiesa ricorda loro che quel sacramento domanda poi un’educazione cristiana reale. La grazia ricevuta gratuitamente deve poter crescere dentro una vita nella quale il bambino imparerà progressivamente a conoscere Colui al quale è stato affidato.

L’istruzione Pastoralis actio, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980, affrontò proprio le obiezioni che ancora oggi ascoltiamo. Alcuni proponevano di rinviare il Battesimo fino al momento in cui il ragazzo potesse compiere un impegno personale; la Congregazione ricordò che la prassi di battezzare i bambini appartiene alla tradizione immemorabile della Chiesa e che già nei primi secoli non viene presentata come una novità introdotta tardivamente. Origene e sant’Agostino la collegavano alla tradizione ricevuta dagli Apostoli, mentre le testimonianze antiche mostrano che la Chiesa battezzava i piccoli insieme agli adulti.

La Scrittura prepara questa comprensione anche senza offrirci un racconto esplicito del Battesimo di un neonato. Negli Atti degli Apostoli incontriamo intere case che entrano nella fede attraverso il Battesimo; Pietro, nel giorno di Pentecoste, annuncia che la promessa appartiene ai suoi ascoltatori e ai loro figli. Gesù, accogliendo i bambini, pronuncia poi una parola che la Chiesa ha sempre sentito come profondamente consonante con la propria cura verso i più piccoli: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite».

Non dobbiamo trasformare questi testi in prove artificiose. Essi mostrano però una logica biblica nella quale Dio non tratta il bambino come un individuo isolato che dovrà cominciare la propria storia religiosa soltanto quando sarà capace di costruirla da sé. Nella storia della salvezza la fede entra nelle case, genera un popolo e viene consegnata da una generazione all’altra. La persona crescerà poi dentro questo dono e sarà chiamata ad assumerlo con la propria libertà.

Qui emerge anche la differenza tra il Battesimo cristiano e una semplice appartenenza sociologica.

Se battezzassimo un bambino soltanto per inserirlo nella tradizione familiare, per compiere una consuetudine o perché «si è sempre fatto», l’obiezione di chi chiede di aspettare diventerebbe molto più comprensibile. Il Battesimo sarebbe ridotto a una cerimonia che assegna un’identità religiosa prima che la persona possa sceglierla.

La Chiesa crede qualcosa di molto più grande.

Nel Battesimo Dio agisce realmente. Il bambino viene liberato dal peccato originale, incorporato a Cristo e alla Chiesa, reso partecipe della vita divina e introdotto nella libertà dei figli di Dio. Il Catechismo parla della «gratuità pura della grazia della salvezza» che si manifesta in modo particolarmente evidente proprio nel Battesimo dei bambini. Il piccolo non presenta meriti, conoscenze o decisioni capaci di precedere il dono. Riceve perché Dio dona.

Questa verità non annulla la libertà futura. La rende possibile dentro una storia di grazia.

Il bambino battezzato dovrà infatti arrivare a un momento nel quale quella fede ricevuta diventerà anche fede personalmente professata. La Chiesa lo accompagnerà attraverso la catechesi, l’Eucaristia, la Confermazione e l’intera educazione cristiana. Potrà attraversare dubbi e crisi, conoscere stagioni di lontananza e tornare successivamente a comprendere ciò che gli era stato donato all’inizio. Il Battesimo rimarrà dentro la sua storia come un atto di Dio che non dipende dalla variabilità delle sue emozioni o dalla perfezione del suo cammino.

Questo spiega anche perché la Chiesa sia esigente con i genitori.

Il Battesimo non dovrebbe essere amministrato con superficialità semplicemente perché qualcuno lo domanda. La stessa Pastoralis actio ricorda che, fuori dal pericolo di morte, occorre il consenso dei genitori e deve esistere una seria speranza che il bambino riceva un’educazione cattolica; quando questa garanzia manca realmente, il Battesimo può essere differito. È un criterio importante perché mostra che la Chiesa prende sul serio entrambe le dimensioni del sacramento: il dono gratuito di Dio e la responsabilità della comunità che lo accoglie.

Forse proprio su questo punto dovremmo interrogarci più spesso.

Abbiamo difeso giustamente il diritto dei bambini a ricevere il Battesimo e qualche volta abbiamo investito meno energie nel domandarci che cosa accada il giorno successivo. Una famiglia porta un piccolo al fonte battesimale, promette di educarlo nella fede e poi può progressivamente scomparire dalla vita della comunità. Il problema, in quel caso, non riguarda la validità del sacramento ricevuto. Riguarda la solitudine nella quale abbiamo lasciato una grazia che chiedeva di crescere.

Una pastorale battesimale realmente seria dovrebbe quindi accompagnare le famiglie molto più a lungo della preparazione immediata alla celebrazione. Il Battesimo di un bambino non riguarda soltanto il bambino. Interroga la fede dei genitori, la qualità della comunità cristiana e la capacità della parrocchia di diventare realmente una casa nella quale quella vita nuova possa essere nutrita.

È qui che la domanda iniziale cambia prospettiva.

Forse non dovremmo domandarci soltanto se sia giusto battezzare un bambino prima che possa scegliere. Dovremmo chiederci quale idea abbiamo della grazia se pensiamo che Dio debba attendere la piena consapevolezza dell’uomo prima di poter entrare nella sua vita.

La fede cristiana nasce continuamente da un Dio che prende l’iniziativa.

Prima che Abramo parta, Dio lo chiama. Prima che Israele possa meritare la libertà, Dio lo fa uscire dall’Egitto. Prima che i discepoli sappiano comprendere pienamente Gesù, sono stati chiamati a seguirlo. Prima che noi potessimo amare Dio, Dio ci ha amati.

Il Battesimo dei bambini racconta precisamente questa precedenza.

Un piccolo viene portato al fonte e non può ancora spiegare che cosa stia accadendo. La Chiesa pronuncia il nome della Trinità e lo affida a una vita che lo supera. Verrà il tempo nel quale egli potrà domandare che cosa significasse quell’acqua, che cosa abbiano promesso i suoi genitori e perché qualcuno abbia deciso di condurlo verso Cristo prima che fosse capace di pronunciarne il nome.

La risposta, se avremo vissuto seriamente ciò che abbiamo celebrato, sarà molto semplice: perché l’amore di Dio non ha aspettato che tu fossi abbastanza grande per cominciare ad amarti.

È questo, in fondo, il senso più profondo del Battesimo dei bambini.

Non anticipare arbitrariamente una decisione che appartiene a loro, bensì consegnare fin dall’inizio una grazia che un giorno saranno chiamati a riconoscere e a vivere liberamente.

La fede della Chiesa custodisce questo dono da secoli perché sa che Cristo non ha posto un’età minima al suo desiderio di raggiungere l’uomo.

E davanti a un bambino portato al fonte continua ad ascoltare la sua parola: «Lasciate che i bambini vengano a me».

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