don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

QUALE SORTE PER I BAMBINI MORTI SENZA BATTESIMO?

La Chiesa tra la necessità del sacramento e la speranza nella misericordia di Dio

Cari amici, ieri sera abbiamo riflettuto sul Battesimo dei bambini e sulla logica della grazia che precede la nostra capacità di comprenderla. Da quella riflessione nasce quasi inevitabilmente una domanda molto più dolorosa, perché non appartiene soltanto alla teologia e spesso entra nella vita attraverso una ferita: che cosa possiamo dire dei bambini che muoiono senza aver ricevuto il Battesimo? Penso ai piccoli morti subito dopo la nascita, ai bambini che non è stato possibile battezzare e anche a quelle vite che si spengono nel grembo materno lasciando nei genitori un dolore difficile perfino da raccontare. Davanti a queste situazioni, la Chiesa è chiamata a custodire insieme la verità del sacramento e la fiducia nella misericordia di Dio, senza inventare certezze che la Rivelazione non ci ha consegnato e senza sottrarre alla speranza ciò che la fede ci permette realmente di sperare.

La domanda nasce da due convinzioni centrali della fede cristiana. Il Battesimo appartiene al disegno ordinario della salvezza e la Chiesa non può trattarlo come un gesto facoltativo, perché Cristo lo ha affidato ai suoi discepoli e attraverso di esso l’uomo viene incorporato nella sua morte e risurrezione. Nello stesso tempo la Scrittura proclama che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati» e che Cristo è morto per tutti. La riflessione cristiana sulla sorte dei bambini morti senza Battesimo è cresciuta proprio dentro questa tensione, cercando di comprendere come la necessità del sacramento possa essere pensata insieme alla volontà salvifica universale di Dio e alla condizione di coloro che non hanno potuto personalmente scegliere né rifiutare la grazia.

La storia della teologia mostra quanto questa domanda abbia inquietato i cristiani. Sant’Agostino, nel contesto della sua lotta contro il pelagianesimo e della difesa della realtà del peccato originale, giunse a una posizione molto severa sulla sorte dei bambini non battezzati, pur distinguendone la condizione da quella di chi aveva commesso peccati personali. Nei secoli successivi la teologia occidentale cercò una soluzione differente e sviluppò progressivamente l’ipotesi del limbo dei bambini, immaginando per loro una condizione di felicità naturale priva della visione beatifica. Era un tentativo di custodire la necessità della grazia battesimale e, insieme, la giustizia di Dio verso chi non aveva commesso alcun peccato personale. Questa teoria ebbe un’enorme diffusione nella teologia cattolica, senza diventare una verità definita della fede. La Commissione Teologica Internazionale ricorda infatti che il limbo appartiene alla storia dell’insegnamento teologico e rimane distinto dalla fede della Chiesa propriamente detta.

La svolta più importante, almeno nel modo contemporaneo di porre la questione, è espressa con grande sobrietà dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Al numero 1261 leggiamo che, per i bambini morti senza Battesimo, «la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio». Il testo richiama la volontà salvifica universale del Padre e la tenerezza di Gesù verso i bambini, e conclude che tutto questo «ci consente di sperare che vi sia una via di salvezza» per loro. È una formulazione attentissima. La Chiesa non dichiara di conoscere il modo attraverso il quale quella salvezza avvenga e non trasforma la speranza in una definizione dogmatica; riconosce però che la misericordia di Dio e l’universalità della redenzione di Cristo permettono una fiducia reale, ben più profonda di un semplice desiderio umano.

Il documento della Commissione Teologica Internazionale pubblicato nel 2007, La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo, approfondisce proprio questa prospettiva. Il testo non elimina con un decreto la teoria del limbo, che continua a essere ricordata come possibile opinione teologica; mostra però come la riflessione cattolica possa oggi dare maggiore rilievo alla volontà salvifica universale di Dio, all’unicità della mediazione di Cristo e alla solidarietà dell’intera umanità con Lui. La Commissione arriva così ad affermare che esistono motivi teologici e liturgici seri per sperare che questi bambini possano essere salvati e introdotti nella vita eterna, pur riconoscendo che non possediamo su questo punto una conoscenza rivelata capace di trasformare tale speranza in certezza dottrinale.

Questa distinzione mi sembra pastoralmente preziosa, soprattutto quando incontriamo una madre o un padre segnati dalla perdita di un figlio. In quel momento sarebbe crudele riempire il silenzio con formule astratte, come sarebbe poco rispettoso della fede offrire assicurazioni che la Chiesa stessa non formula in modo assoluto. Possiamo invece dire qualcosa di molto più vero: quel bambino è affidato a un Dio che lo conosce più profondamente di quanto noi abbiamo potuto conoscerlo, che lo ha voluto alla vita e che in Cristo ha manifestato una volontà di salvezza capace di raggiungere l’uomo attraverso vie che non sempre ci sono note. La nostra speranza non nasce dal bisogno psicologico di consolare; nasce da ciò che sappiamo di Dio.

Questo vale in modo particolare per i piccoli morti prima della nascita. Una gravidanza interrotta spontaneamente può lasciare un lutto che talvolta viene perfino sottovalutato, quasi che la brevità di quella vita rendesse più piccolo il dolore. Per una madre e un padre, invece, quella persona era già entrata nella loro storia, aveva un posto nelle attese, nei progetti e spesso perfino nel modo con cui avevano cominciato a immaginare il futuro. La Chiesa può accompagnare questa ferita senza pretendere di spiegare il mistero e senza trattare quella vita come se fosse stata insignificante. Può pregare, affidare e aiutare i genitori a riconoscere che l’amore con cui hanno accolto quel figlio non viene reso inutile dal fatto che non abbiano potuto condurlo al fonte battesimale.

Proprio qui occorre evitare un equivoco che potrebbe nascere da questa speranza. Se Dio può salvare attraverso vie che non conosciamo, il Battesimo non diventa meno necessario né perde la propria urgenza. Il Catechismo, subito dopo aver espresso la speranza per i piccoli morti senza Battesimo, richiama con ancora maggiore forza la responsabilità di non impedire ai bambini di venire a Cristo attraverso il sacramento. La misericordia di Dio non diventa un argomento per trascurare ciò che Cristo ha affidato alla Chiesa. Ci permette piuttosto di affidare serenamente a Lui ciò che non siamo stati in grado di compiere.

Questo equilibrio mi sembra importante anche per comprendere che cosa significhi dire che Dio non è prigioniero dei sacramenti. La Chiesa è vincolata ai sacramenti che ha ricevuto dal Signore e deve amministrarli fedelmente; Dio, che ne è l’autore, non viene limitato dalla nostra impossibilità concreta di celebrarli. Il Catechismo stesso ricorda, parlando di altre situazioni, che lo Spirito Santo può mettere l’uomo in contatto con il mistero pasquale «nel modo che Dio conosce». Non sappiamo applicare meccanicamente questa affermazione a ogni caso, e proprio per questo la usiamo con umiltà. Ci ricorda però che l’efficacia salvifica di Cristo è più grande della nostra capacità di descriverne tutte le vie.

Per questo non direi ai genitori che il loro bambino «è nel limbo», come se possedessimo una mappa dell’aldilà che la Rivelazione non ci ha dato. Non direi neppure, con la stessa sicurezza, che sappiamo esattamente in quale modo egli sia stato salvato. Direi invece ciò che la Chiesa ci permette davvero di dire: abbiamo seri motivi per sperare nella sua salvezza e lo affidiamo con fiducia alla misericordia di Dio. Questa parola contiene meno curiosità e molta più fede, perché rinuncia a riempire il mistero con le nostre costruzioni e si appoggia sul carattere di Dio così come Cristo ce lo ha fatto conoscere.

Forse, alla fine, questa domanda ci conduce proprio al cuore della speranza cristiana. La fede non ci consegna una spiegazione per ogni morte e non ci permette di eliminare il dolore attraverso una formula. Ci consegna un Dio nel quale possiamo affidare anche ciò che non abbiamo potuto custodire con le nostre mani. Davanti a un bambino morto senza Battesimo, la Chiesa non pronuncia una condanna e non pretende di conoscere ciò che Dio non ha rivelato. Prega, affida e spera.

E forse, per una madre o un padre che portano nel cuore un figlio che hanno potuto amare soltanto per un tempo brevissimo, questa è la parola più vera che possiamo offrire: il vostro amore non è caduto nel nulla, e quel bambino è nelle mani di un Dio la cui misericordia è più grande della nostra comprensione.

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