don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

CON IL CONFORTO DEI SACRAMENTI: CHE COSA SIGNIFICA DAVVERO?

Unzione degli infermi, Viatico e il modo cristiano di accompagnare l’ultimo passaggio

Cari amici, nella notizia della morte di Pippo Baudo c’è una breve espressione che, in mezzo al ricordo della sua lunghissima storia televisiva, mi ha fatto fermare: si è spento circondato dagli affetti delle persone care e «con il conforto dei sacramenti». Sono parole che appartenevano un tempo quasi naturalmente al modo cristiano di raccontare la morte e che oggi incontriamo con minore frequenza. Proprio per questo possono diventare l’occasione per comprendere meglio che cosa la Chiesa faccia realmente quando accompagna un suo figlio nel tempo della malattia grave e, quando arriva, nel passaggio dalla vita terrena all’incontro con Dio.

L’espressione «conforto dei sacramenti» possiede una profondità molto più grande di una formula devota inserita in un necrologio. Dice che, nel momento in cui la vita diventa fragile e l’uomo avverte con maggiore evidenza il limite del proprio corpo, la Chiesa continua a fare ciò che ha fatto dal Battesimo in avanti: gli porta Cristo. La malattia e la morte non vengono semplicemente circondate da parole consolatorie, perché la fede cristiana conosce una consolazione che passa attraverso segni sacramentali nei quali il Signore stesso si rende presente e agisce.

Tra questi segni vi è l’Unzione degli infermi, un sacramento che ancora oggi viene qualche volta compreso quasi esclusivamente come l’ultimo rito da chiamare quando una persona ha ormai pochi minuti di vita. È precisamente questa riduzione che il Concilio Vaticano II volle correggere. Sacrosanctum Concilium ricordò che l’«estrema unzione», chiamata più propriamente Unzione degli infermi, non appartiene soltanto a coloro che si trovano in immediato pericolo di morte; il tempo opportuno per riceverla comincia quando, a causa della malattia o dell’età, la persona entra in una condizione seria di fragilità.

Questo significa che chiamare il sacerdote per tempo non equivale a dichiarare che ormai non vi sia più nulla da fare. Al contrario, significa riconoscere che proprio mentre medici, familiari e persone care continuano a prendersi cura del corpo, la Chiesa desidera accompagnare l’intera persona, affidando a Cristo anche la paura, la debolezza e quella particolare solitudine che spesso accompagna la malattia grave. Il sacramento appartiene alla cura cristiana dell’uomo e sarebbe triste ridurlo a una specie di rito conclusivo amministrato frettolosamente quando il malato non è più cosciente.

La grazia propria dell’Unzione illumina bene questa prospettiva. La Chiesa chiede per il malato conforto, pace e forza; lo unisce più profondamente alla Passione di Cristo e affida la sua sofferenza alla comunione dell’intero Corpo ecclesiale. Il sacramento porta anche il perdono dei peccati quando il malato non ha potuto riceverlo attraverso il sacramento della Penitenza e, se questo corrisponde al bene della persona nel disegno di Dio, può essere accompagnato anche dal ristoro della salute. La preghiera non pretende quindi di costringere Dio a guarire e non considera la malattia una sconfitta spirituale. Inserisce ciò che l’uomo sta vivendo dentro la Pasqua del Signore.

Quando le condizioni lo permettono, la Confessione conserva naturalmente un posto particolare. Arrivare alla fine della vita potendo consegnare con semplicità la propria storia alla misericordia di Dio è una grazia grande, e forse abbiamo perduto qualcosa quando abbiamo cominciato a parlare della morte quasi esclusivamente in termini sanitari. Possiamo disporre di cure sofisticate, assistenza competente e strumenti capaci di prolungare la vita, mentre resta intatta una domanda che nessuna medicina può prendere su di sé: come consegno a Dio la vita che ho vissuto?

Il sacerdote chiamato accanto a un malato non arriva quindi come il messaggero della morte. Porta la presenza della Chiesa e, quando è possibile, apre attraverso la Riconciliazione uno spazio nel quale ciò che pesa sulla coscienza può essere finalmente affidato alla misericordia. Ci sono persone che giungono agli ultimi giorni con ferite antiche, rapporti interrotti, colpe mai nominate e domande lasciate per anni ai margini della coscienza. Il sacramento non cancella magicamente la storia vissuta; permette di consegnarla a Cristo dentro un incontro nel quale il perdono viene realmente donato.

Qui occorre comprendere anche la famosa espressione teologica secondo cui i sacramenti agiscono ex opere operato. Essa non significa che siano automatismi religiosi capaci di produrre la salvezza indipendentemente dalla persona. Significa anzitutto che la loro efficacia viene da Cristo e non dalla maggiore o minore santità del sacerdote che li celebra. La grazia sacramentale resta dono di Dio, mentre l’uomo viene chiamato ad accoglierla nella fede e con quella disposizione interiore che la propria situazione concreta rende possibile. La Chiesa può amministrare il sacramento; il giudizio sul cuore della persona appartiene a Dio.

Questo diventa ancora più evidente quando alla persona prossima alla morte viene offerto il Viatico. È l’Eucaristia ricevuta nell’ultimo tratto del pellegrinaggio terreno. Il Catechismo la chiama «seme di vita eterna e potenza di risurrezione» e la descrive come sacramento del passaggio da questo mondo al Padre. L’immagine stessa contenuta nella parola è bellissima: viaticum indica ciò che serve per il viaggio. Nel momento in cui l’uomo si prepara al passaggio più radicale, la Chiesa gli mette nelle mani e nel cuore Cristo stesso come nutrimento per la strada.

Qui la vita cristiana sembra quasi ricomporsi.

All’inizio del cammino il Battesimo ci ha immersi nella morte e risurrezione di Cristo e l’Eucaristia ha continuato a nutrire quella vita ricevuta. Quando l’esistenza terrena si avvicina al compimento, la Penitenza, l’Unzione e l’Eucaristia come Viatico accompagnano il cristiano verso la Patria. Il Catechismo parla proprio dei sacramenti che «concludono il pellegrinaggio terreno». La morte cristiana non viene quindi lasciata a se stessa: viene abitata sacramentalmente dalla stessa presenza che ha accompagnato tutta la vita.

Per questo dovremmo forse recuperare anche una pastorale più serena della malattia grave. Troppe volte il sacerdote viene chiamato soltanto all’ultimo momento perché in famiglia si teme che la sua presenza possa spaventare il malato, quasi che vedere un prete significhi capire improvvisamente di stare morendo. Dietro questa esitazione c’è spesso un affetto sincero e il desiderio di proteggere chi soffre; il risultato può essere quello di privare proprio quella persona di un incontro che avrebbe potuto darle pace, permetterle di confessarsi e ricevere consapevolmente l’Unzione e l’Eucaristia.

Il sacramento può essere ricevuto quando la malattia diventa grave e può essere nuovamente amministrato se la situazione peggiora o se, dopo una guarigione, interviene una nuova grave malattia. Non abbiamo quindi bisogno di aspettare il momento nel quale la persona non riesce più a parlare. La presenza della Chiesa accanto al malato acquista anzi tutta la sua bellezza quando egli può ancora pregare, comprendere ciò che sta ricevendo e partecipare con la propria libertà.

Rimane infine una cautela necessaria quando ascoltiamo che qualcuno è morto «con il conforto dei sacramenti». È una notizia che ci permette di pregare con speranza e di ringraziare Dio per quella possibilità offerta alla persona; non ci autorizza a pronunciare una sentenza sul suo destino eterno. La Chiesa non canonizza attraverso i necrologi e non conosce l’intimo dialogo avvenuto tra una coscienza e Dio negli ultimi momenti della vita. Conosce la potenza della grazia e per questo affida il defunto alla misericordia del Padre, continuando a pregare e a offrire l’Eucaristia in suffragio.

Forse proprio questa è la forma più autentica del «conforto» cristiano. Non abbiamo bisogno di immaginare automatismi che ci dispensino dal mistero della libertà e del giudizio di Dio. Possiamo guardare a Cristo, che attraverso i sacramenti continua ad avvicinarsi all’uomo quando ogni altra sicurezza si indebolisce, e possiamo affidare a Lui ciò che nessuno di noi può vedere fino in fondo.

La notizia riguardante Pippo Baudo ci lascia allora una piccola espressione che vale oltre la sua vicenda personale. Dopo una vita trascorsa sotto gli occhi di milioni di persone, l’ultimo tratto è stato segnato da qualcosa che appartiene alla parte più intima dell’esistenza: gli affetti accanto e i sacramenti della Chiesa.

Su ciò che è accaduto nel cuore di quell’uomo lasciamo a Dio ogni parola definitiva.

Per lui, come per tutti i nostri defunti, rimane la preghiera. E rimane la certezza che, quando la vita si avvicina al suo compimento, la Chiesa possiede ancora un gesto da offrire, un perdono da annunciare e soprattutto Cristo da consegnare come pane per l’ultimo viaggio.

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