Cari amici, tra le questioni che più facilmente vengono indicate come prova di una rottura tra il Concilio Vaticano II e il Magistero precedente, quella della libertà religiosa occupa probabilmente il primo posto. Da una parte vengono citate le condanne di Pio IX, soprattutto la Quanta cura e il Sillabo del 1864; dall’altra la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae, che afferma il diritto della persona alla libertà religiosa.
Letti rapidamente, i due momenti sembrano difficili da conciliare. Pio IX condanna la libertà di coscienza e dei culti; il Vaticano II dichiara che la persona possiede un diritto alla libertà religiosa. Se ci fermiamo alle parole, la contraddizione appare quasi inevitabile.
Il problema cambia quando chiediamo che cosa quei testi stiano realmente affermando, quale concezione della libertà abbiano davanti e a quale livello venga formulato il giudizio.
Quanta cura nasce dentro il grande conflitto ottocentesco tra la Chiesa e una certa forma di liberalismo. Pio IX ha davanti una cultura che tende a rivendicare l’autonomia della ragione e della società da ogni riferimento oggettivo alla verità religiosa e morale. Nel testo viene condannata, tra le altre, l’idea secondo cui la libertà di coscienza e dei culti costituirebbe un diritto assoluto dell’uomo accompagnato da una libertà praticamente illimitata di manifestare qualsiasi opinione.
La preoccupazione del Pontefice è comprensibile dentro quel contesto. Se la libertà significa che ogni convinzione vale quanto un’altra, che la coscienza individuale diventa misura ultima del vero e che la società non possiede più alcun rapporto con un ordine morale oggettivo, la libertà smette di essere ordinata alla verità e finisce per coincidere con l’autonomia assoluta del soggetto.
La Chiesa non poteva accogliere una concezione simile senza negare qualcosa di essenziale della propria fede: la verità esiste, l’uomo può cercarla, Dio si è rivelato e la coscienza possiede una dignità che non nasce dal diritto di inventare il bene e il male.
Un secolo dopo, Dignitatis humanae si colloca davanti a una domanda differente.
Il Concilio non afferma che tutte le religioni siano ugualmente vere. Non dichiara la coscienza sovrana rispetto alla verità. All’inizio stesso della dichiarazione ribadisce che rimane intatta la dottrina cattolica sul dovere morale degli uomini e delle società verso la vera religione.
Il punto sul quale interviene è un altro: quale potere possiede l’autorità umana sulla coscienza religiosa della persona?
La risposta del Concilio è molto precisa. La libertà religiosa consiste nell’immunità dalla coercizione. Nessuno deve essere costretto da persone, gruppi sociali o poteri pubblici ad agire contro la propria coscienza in materia religiosa; allo stesso tempo nessuno deve essere impedito, entro i giusti limiti dell’ordine pubblico, di agire secondo coscienza, privatamente o pubblicamente.
Il fondamento di questo diritto non è l’indifferenza rispetto alla verità. È la dignità della persona umana.
Ed è proprio qui che si comprende la differenza decisiva.
L’uomo continua ad avere il dovere morale di cercare la verità e, una volta riconosciuta, di aderirvi. La verità conserva quindi tutta la propria forza obbligante. Il Concilio aggiunge che questo rapporto con la verità deve essere vissuto secondo la natura stessa dell’uomo, cioè attraverso un atto libero e responsabile. Una fede prodotta dalla coercizione esterna contraddirebbe la natura dell’atto di fede.
Potremmo riassumere il punto con una formula semplice: la verità obbliga la coscienza; il potere civile non può produrre l’atto di fede.
Qui appare anche la distanza tra la libertà religiosa cattolica e il relativismo.
Il relativismo dice: nessuna verità religiosa può rivendicare un valore oggettivo, quindi ciascuno sceglie liberamente ciò che ritiene vero.
Dignitatis humanae dice qualcosa di diverso: la verità esiste e l’uomo ha il dovere di cercarla; proprio perché l’adesione alla verità coinvolge la dignità della persona, nessun potere umano può sostituirsi alla coscienza mediante la forza.
La differenza non è piccola.
A offrire una chiave particolarmente autorevole per leggere questo sviluppo fu Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005. Parlando dell’interpretazione del Vaticano II, spiegò che la vera riforma della Chiesa può comportare continuità e discontinuità a livelli differenti.
I principi restano. Le applicazioni storiche concrete possono cambiare quando cambia la situazione alla quale esse rispondono.
Benedetto XVI applicò direttamente questo criterio alla libertà religiosa. Se essa viene intesa come conseguenza dell’incapacità dell’uomo di conoscere la verità, diventa una forma di relativismo e non può essere accolta dalla fede cristiana. Se viene invece compresa come esigenza della convivenza umana e come conseguenza del fatto che la verità non può essere imposta dall’esterno, assume un significato profondamente diverso.
È significativo che Benedetto arrivi a dire che, riconoscendo questo principio, il Vaticano II ha ripreso «il patrimonio più profondo della Chiesa».
Il riferimento è anzitutto alla Chiesa dei martiri.
I primi cristiani non chiedevano allo Stato romano che riconoscesse tutte le religioni come equivalenti. Chiedevano di poter professare la fede senza essere costretti ad adorare l’imperatore o gli dèi dello Stato. Preferirono il martirio proprio perché riconoscevano che il potere politico possiede un limite davanti alla coscienza religiosa.
La libertà religiosa trova dunque una radice molto antica nella stessa esperienza cristiana: Cesare possiede un’autorità reale, e quella autorità non arriva fino al santuario della coscienza.
Questo consente di comprendere meglio anche il rapporto tra Pio IX e il Vaticano II.
Sarebbe troppo semplice dire che Pio IX aveva torto e il Concilio ha corretto l’errore. Sarebbe altrettanto insufficiente sostenere che Dignitatis humanae ripete semplicemente ciò che il Magistero aveva sempre detto senza alcuna novità.
Una novità esiste.
Il Concilio formula in modo più pieno il diritto civile della persona all’immunità dalla coercizione religiosa e lo radica esplicitamente nella dignità umana. Cambia anche il contesto storico: lo Stato confessionale ottocentesco e lo Stato costituzionale pluralista del Novecento pongono alla Chiesa problemi differenti.
La continuità più profonda riguarda invece i principi: la verità religiosa possiede valore oggettivo; l’uomo è moralmente tenuto a cercarla; la coscienza non crea la verità; l’atto di fede deve essere libero; il potere politico non è padrone dell’anima.
È precisamente questa distinzione tra principio permanente e applicazione storica che permette di parlare di sviluppo senza ridurre lo sviluppo a contraddizione.
La vicenda della libertà religiosa diventa così un caso esemplare per comprendere il Concilio Vaticano II.
La Tradizione non è una fotografia che obbliga la Chiesa a ripetere per sempre la stessa risposta a situazioni mutate. È la trasmissione viva di una verità ricevuta, che deve essere custodita mentre attraversa contesti storici differenti. Proprio per questo il discernimento ecclesiale richiede grande precisione: occorre riconoscere ciò che appartiene al principio e ciò che appartiene alla sua applicazione contingente.
Quando questi due livelli vengono confusi, nascono due errori opposti.
Si può trasformare ogni sviluppo in una rottura, come se qualsiasi nuova formulazione significasse abbandonare ciò che la Chiesa ha insegnato in precedenza. Si può anche usare lo sviluppo come pretesto per rendere provvisoria ogni dottrina, facendo dipendere la fede dalle categorie dominanti di ogni epoca.
La storia da Quanta cura a Dignitatis humanae indica una strada più esigente.
La Chiesa può comprendere più profondamente le conseguenze di un principio che ha sempre custodito. Può riconoscere che alcune applicazioni storiche erano legate a condizioni precise. Può riformulare il proprio rapporto con la società civile senza rinunciare alla verità che ha ricevuto.
Benedetto XVI chiamava questo processo «riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa».
Forse proprio la libertà religiosa permette di comprendere quanto questa espressione sia concreta.
La Chiesa di Pio IX e quella del Vaticano II non sono due Chiese. È la stessa Chiesa che attraversa due situazioni storiche molto differenti e continua a interrogarsi sul modo più fedele di custodire insieme la verità di Dio e la dignità della persona.
Alla fine, il punto resta sorprendentemente semplice.
La fede cristiana afferma che la verità libera l’uomo. Proprio per questo sa che la verità non ha bisogno della violenza per diventare vera.
Può essere annunciata, testimoniata, proposta e difesa. L’adesione che essa chiede deve maturare nel santuario della coscienza, là dove nessun potere terreno possiede il diritto di sostituirsi alla libertà con cui la persona risponde a Dio.
Pio IX, Quanta cura
Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae
Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2005
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