Leggendo il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale

Ho impiegato del tempo, e anche molta attenzione, per leggere Prendersi cura della nostra Casa comune: risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario, il lungo documento della Commissione Teologica Internazionale pubblicato ieri dalla Santa Sede.
Non è stata una lettura semplice, perché il testo attraversa territori molto diversi, passando dalla Sacra Scrittura ai Padri e ai grandi maestri della teologia, dalla filosofia alle scienze contemporanee, fino alle diverse concezioni dell’uomo e del suo rapporto con il mondo. In alcune pagine compaiono espressioni come “ontologia trinitaria”, “relazioni sussistenti”, “panenteismo”, “creazione continua”, parole che possiedono un significato preciso e diventano necessarie quando si affrontano determinate questioni, anche se difficilmente appartengono al linguaggio ordinario con cui molti cristiani sono abituati a pensare e raccontare la propria fede.
Credo quindi che anche un lettore culturalmente preparato possa trovarsi qualche volta in difficoltà, soprattutto perché il documento presuppone conoscenze teologiche e filosofiche che oggi non possiamo considerare scontate e conduce lungo un percorso nel quale bisogna continuamente tenere insieme il racconto della Genesi, la dottrina della creazione, la riflessione trinitaria, le domande delle scienze e le nuove sensibilità ecologiche.
Arrivato alla fine dei suoi centoquarantotto paragrafi, mi sono perciò chiesto che cosa avrei potuto condividere senza limitarmi a farne un riassunto, che avrebbe rischiato di diventare soltanto una versione abbreviata di un testo già molto impegnativo, e senza selezionare alcune affermazioni forti separandole dal cammino che permette di comprenderle. Ho preferito cercare un filo capace di accompagnare la lettura e di aiutare a cogliere ciò che, a mio avviso, tiene insieme pagine così diverse.
Mi sembra di averlo trovato nel modo in cui il documento ci invita a guardare ciò che abitualmente chiamiamo “natura” riconoscendovi qualcosa di più profondo: la creazione. Può apparire una semplice differenza di parole, mentre cambia il punto dal quale osserviamo il mondo, perché parlare della creazione significa riconoscere che ciò che esiste non trova in se stesso la propria origine e il proprio significato ultimo.
Anche l’espressione “Casa comune”, letta dentro questo orizzonte, acquista una profondità diversa: non indica soltanto lo spazio nel quale condividiamo la vita con le altre creature, ma una realtà che ci precede e che è consegnata alla nostra responsabilità.
Questa intuizione mi è tornata alla mente pensando all’omelia pronunciata da Leone XIV il giorno precedente alla pubblicazione del documento. Il 1° settembre, celebrando al Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, il Papa invitava a contemplare il fuoco, il vento, l’acqua, le stelle e la bellezza dei giardini lasciando che tutto questo conducesse lo sguardo verso il loro «Artefice». «Tutta la creazione ci parla della grandezza del Creatore», ha detto Leone XIV, ricordando poco dopo che proprio dall’incontro con Lui nasce la coscienza del «nostro posto speciale» all’interno del suo disegno.
Quando il Papa pronunciava queste parole, il documento della Commissione non era ancora stato reso pubblico e il suo contenuto era sconosciuto ai più. Il giorno seguente abbiamo potuto leggere un testo molto più ampio e complesso che, con il linguaggio proprio della teologia, sembra accompagnarci lungo un cammino simile.
La Commissione si inserisce consapevolmente nel percorso aperto dalla Laudato si’ e spiega di voler approfondire alcuni fondamenti teologici che nell’enciclica avevano ricevuto uno spazio più limitato anche a motivo dell’urgenza con cui Francesco aveva affrontato la questione ecologica. Leggendo queste pagine ho avuto la sensazione che il tentativo sia soprattutto quello di aiutare la riflessione cristiana a scendere più in profondità, domandandosi quale rapporto esista tra la cura della terra e la fede nel Dio che l’ha chiamata all’esistenza.
La risposta prende forma attraverso la dottrina della creazione. La Commissione recupera qui un linguaggio molto antico nella tradizione cristiana e particolarmente caro a san Tommaso, per il quale creare non significa semplicemente far cominciare qualcosa in un determinato momento della storia, perché la creazione riguarda la dipendenza radicale della creatura da Dio in ogni istante del suo esistere.
Questa impostazione aiuta anche a comprendere meglio il rapporto tra fede e scienza. Dio non viene collocato nel punto in cui le nostre conoscenze si arrestano, quasi servisse a spiegare provvisoriamente ciò che ancora ignoriamo. Anche se un giorno conoscessimo con maggiore precisione tutti i processi attraverso i quali si è formato l’universo, rimarrebbe aperta la domanda più radicale sulla ragione per cui esso esiste.
Dentro questo orizzonte acquista maggiore chiarezza anche il posto dell’uomo, che negli ultimi anni è stato spesso discusso proprio in relazione alla crisi ecologica. Il documento riconosce quanto possa essere distruttiva la pretesa di considerarsi proprietari assoluti della terra, autorizzati a utilizzare senza misura ciò che ci circonda, e si sofferma anche su quelle concezioni nelle quali l’essere umano finisce per essere percepito semplicemente come una specie tra le altre, quasi che la sua presenza non possieda un significato particolare.
La fede biblica conserva invece la convinzione che l’uomo sia creato a immagine di Dio e chiamato a rispondere del mondo che gli è consegnato. Per questo la Commissione prende le distanze dalle forme di biocentrismo ed ecocentrismo che finiscono per cancellare la differenza tra la persona umana e gli altri esseri viventi, fino a intravedere, nelle loro forme più radicali, il rischio di attribuire alla natura un carattere quasi divino.
Mi sembra un chiarimento prezioso, perché custodire la terra significa anche aiutare l’uomo a ricordare chi è e quale responsabilità deriva dalla sua dignità. Proprio perché può conoscere, scegliere e orientare liberamente le proprie azioni, egli porta un compito che nessun’altra creatura può assumere nello stesso modo; e questa posizione singolare gli ricorda continuamente che la sua libertà deve esercitarsi dentro un ordine che non ha stabilito da sé.
In questa luce diventa particolarmente significativa l’affermazione del documento sulla vita umana, riconosciuta nella sua unicità e accompagnata dalla rivendicazione di un diritto incondizionato e inalienabile alla vita per ogni persona. La sensibilità ecologica viene così inserita dentro una visione nella quale ogni realtà possiede il proprio valore e la persona conserva quella singolarità che la Scrittura collega all’essere immagine di Dio.
Lo stesso racconto della Genesi viene riletto cercando di recuperare il significato originario del mandato affidato all’uomo di dominare e custodire la terra. La parola “dominio” può generare oggi qualche imbarazzo, soprattutto quando viene immediatamente associata all’abuso o allo sfruttamento, mentre il documento invita a comprenderla alla luce del modo stesso in cui Dio esercita il suo governo, facendo vivere le creature e conducendole verso il loro bene.
Mi ha colpito, a questo proposito, il richiamo ai verbi utilizzati nella Genesi per descrivere il lavoro e la custodia del giardino, perché gli stessi termini ricorrono altrove nella Scrittura anche nel linguaggio del servizio reso a Dio. La Commissione può così vedere nel modo con cui l’uomo lavora e custodisce la terra una dimensione concreta della sua relazione con il Signore. La questione ecologica entra allora naturalmente nella vita spirituale, perché anche le nostre scelte nei confronti del mondo possono esprimere fedeltà oppure disobbedienza al compito ricevuto.
È dentro questo contesto che acquista particolare interesse la riflessione sul cosiddetto “peccato ecologico”, espressione entrata negli ultimi anni nel linguaggio ecclesiale e alla quale la Commissione riconosce il merito di avere aiutato a maturare una maggiore consapevolezza della responsabilità morale legata alla distruzione dell’ambiente. Il documento propone una formulazione che ritiene più capace di esprimerne il significato propriamente teologico e parla di “peccato contro il creato e il Creatore”.
La differenza mi sembra significativa, perché la parola “ecologico” porta immediatamente l’attenzione sul danno arrecato all’ambiente, mentre parlare di “creato” introduce fin dall’inizio la relazione con Colui dal quale quella realtà proviene. Una foresta può essere studiata e protetta come ecosistema; riconoscerla dentro la creazione significa comprendere anche che essa appartiene a un ordine del quale l’uomo non è l’autore.
La questione ci riporta così al cuore della Genesi, dove il peccato nasce quando l’uomo smette di accogliere il proprio limite e pretende di occupare il posto di Dio, decidendo da sé il significato ultimo del bene e del male. Alla luce di questo percorso acquista maggiore forza anche l’espressione usata da Leone XIV nell’omelia del 1° settembre quando ha parlato del «nostro posto speciale»: una posizione che dice insieme la grandezza dell’uomo e il limite che accompagna la sua condizione creaturale.
Il documento allarga poi lo sguardo verso Cristo e ricorda che la creazione, oltre ad avere una sorgente, possiede anche una destinazione. Tutto è creato in Cristo e tende alla propria pienezza in Lui, mentre la speranza cristiana guarda verso quei «cieli nuovi e terra nuova» nei quali l’intero cosmo entrerà, secondo il misterioso disegno di Dio, nel compimento al quale è destinato.
Anche la custodia della terra riceve luce da questo orizzonte, perché il cristiano sa che il mondo non è semplicemente una realtà da mantenere immobile nelle condizioni presenti, bensì un’opera chiamata a una pienezza che trova in Cristo il proprio centro.
In questo contesto il documento utilizza alcune espressioni particolarmente suggestive, come “sacramentalità del creato” e persino “creato come eucaristia”. Sono formule che richiedono attenzione proprio perché, se isolate, potrebbero essere intese in maniera diversa da quella voluta dalla Commissione, la quale precisa che il termine “sacramentale” viene usato in senso analogico per indicare la capacità delle realtà create di rimandare a Dio. Nell’Eucaristia questo movimento raggiunge una profondità unica, perché il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, vengono assunti nell’azione sacramentale della Chiesa e diventano il Corpo e il Sangue di Cristo.
Forse possiamo raccogliere questa intuizione dicendo che il mondo visibile non esaurisce in se stesso il significato di ciò che contempliamo, perché la sua bellezza e il suo ordine possono aprire lo sguardo verso Dio.
Vi sono poi alcuni passaggi più tecnici che, proprio per la loro delicatezza, credo vadano letti con maggiore attenzione. Quando il documento parla di “ontologia relazionale” e utilizza il linguaggio del dono per descrivere la vita trinitaria, cerca di esprimere il mistero di Dio come comunione d’amore, recuperando anche l’antica dottrina delle Persone divine come relazioni sussistenti. È un linguaggio ricco, purché rimanga saldamente legato alla precisione con cui la tradizione cristiana ha custodito il mistero della Trinità e l’ordine proprio delle processioni divine.
Una simile attenzione mi sembra opportuna nel breve confronto con il panenteismo, termine certamente estraneo al linguaggio della maggior parte dei nostri lettori e che indica quelle concezioni nelle quali si cerca di affermare insieme la presenza di Dio in tutte le cose e la sua trascendenza rispetto al mondo. Ciò che importa, per comprendere il punto cristiano, è custodire la distinzione tra Dio e ciò che Egli ha creato: il mondo vive della sua presenza e della sua azione, senza diventare per questo una parte della divinità.
Questa precisazione ha una sua importanza anche nel nostro tempo, quando alcune forme di spiritualità, pur nate dal desiderio sincero di recuperare una relazione più armoniosa con la natura, rischiano talvolta di attribuirle un carattere quasi sacro in se stessa. La fede cristiana può riconoscere pienamente la bontà e la bellezza della terra proprio perché sa ricondurle alla loro sorgente.
Arrivato alla fine di questa lunga lettura, ciò che mi è rimasto maggiormente non è quindi una nuova teoria sull’ambiente, quanto una domanda capace di riportare la questione alla sua radice. In questi anni abbiamo imparato a parlare molto della “Casa comune”, comprendendo meglio quanto le nostre scelte possano ferirla, quanto le conseguenze di determinati comportamenti ricadano spesso sui più poveri e quanto la responsabilità personale abbia bisogno anche di scelte sociali più ampie.
Il documento della Commissione mi sembra invitarci ad aggiungere una domanda che può apparire elementare e che invece cambia profondamente il modo di abitare il mondo: di chi è questa casa?
Riconoscerla come dono significa comprendere che il nostro modo di abitarla non può essere fondato soltanto sull’utilità immediata o sulla capacità tecnica di trasformarla, perché ciò che abbiamo ricevuto porta con sé anche una responsabilità verso Colui che lo ha affidato alle nostre mani e verso coloro che verranno dopo di noi.
Per questo mi ha colpito la vicinanza con l’omelia pronunciata da Leone XIV nei giardini di Castel Gandolfo. Il 1° settembre il Papa invitava a lasciarsi condurre dalle creature verso l’«Artefice» e il giorno successivo un lungo documento teologico avrebbe cercato, attraverso un percorso molto più complesso, di mostrare perché questo passaggio sia importante per comprendere la responsabilità cristiana verso il mondo.
La domanda posta nel titolo può allora accompagnarci fino alla conclusione senza bisogno di una risposta costruita artificialmente. La “Casa comune” ritrova il Creatore quando impariamo nuovamente a riconoscerla come creazione e, dentro questo sguardo, anche l’uomo può comprendere meglio la propria vocazione, accogliendo la dignità che Dio gli ha donato insieme alla responsabilità che ne deriva.
Forse proprio qui il lungo documento della Commissione, oltre le sue formulazioni più tecniche e le questioni che potranno ancora essere approfondite, consegna una parola semplice anche a chi non possiede una particolare formazione teologica: prendersi cura del creato significa imparare nuovamente a riceverlo dalle mani di Dio e ad abitarlo con quella gratitudine responsabile che nasce quando riconosciamo, dentro il dono, anche la presenza del Donatore.

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