don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

La prima catechesi di Leone XIV sulla Gaudium et Spes, pubblicata ieri, ci ha introdotti in una delle questioni più importanti lasciateci dal Concilio Vaticano II: il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. Tra i primi commenti ricevuti alla mia riflessione, qualcuno ha scritto con una certa ironia: «Mi sa che qui comincia qualche dolorino».

Ho sorriso, perché quella battuta, nella sua semplicità, coglie qualcosa di vero. Appena ci si avvicina alla Gaudium et Spes tornano a farsi sentire molte delle domande che hanno accompagnato la vita ecclesiale degli ultimi decenni. Come può la Chiesa incontrare realmente il mondo nel quale vive, comprenderne le attese e attraversarne i cambiamenti continuando a crescere secondo la propria natura e custodendo ciò che ha ricevuto?

Questa mattina, terminata la Messa, avevo ancora dentro di me le risonanze della catechesi del Papa e proprio questa domanda continuava ad accompagnarmi. Uscendo, mi sono fermato a guardare il grande leccio che da secoli veglia sull’Abbazia di San Felice. Lo conosco da moltissimi anni e l’ho osservato innumerevoli volte; oggi la sua lunga storia mi è sembrata capace di illuminare, con la concretezza propria delle cose vive, proprio la questione sulla quale stavamo riflettendo.

È riconosciuto come uno degli alberi monumentali dell’Umbria e una tradizione antica gli attribuisce un’età di oltre millequattrocento anni. Chi arriva all’Abbazia incontra subito il suo grande tronco segnato dal tempo. La prima impressione è quella di una straordinaria solidità, mentre uno sguardo più attento rivela che una parte considerevole del tronco è ormai cava.

Negli alberi molto antichi, specialmente nelle querce e nei lecci, la formazione di queste cavità può accompagnare il naturale processo di invecchiamento. Il legno interno lentamente si degrada, mentre gli strati vitali più esterni continuano a sostenere la pianta. Ciò che ai nostri occhi appare immediatamente come una perdita di consistenza può dunque appartenere alla forma assunta da un organismo che continua a vivere dopo molti secoli.

Nel 1957, durante i grandi lavori di restauro che interessarono l’Abbazia e portarono alla rimozione delle aggiunte barocche per restituire all’edificio il suo assetto romanico, il superiore dell’epoca guardò quella apertura del tronco e temette che potesse compromettere la stabilità del leccio. Pensò quindi di intervenire per salvarlo. Secondo le conoscenze del tempo, l’idea poteva apparire ragionevole: se una parte così ampia del tronco era vuota e sembrava aver perduto consistenza, riempirla avrebbe dovuto restituire all’albero la solidità che si temeva non possedesse più. Fece così colare una grande quantità di cemento al suo interno.

Oggi sappiamo che interventi di questo genere, un tempo praticati con una certa frequenza, non rispettano i processi attraverso i quali un albero veterano reagisce alle proprie ferite e possono perfino favorire condizioni dannose per il legno circostante.

Quella colata mi accompagna da molto tempo. Quando, giovane seminarista negli anni Ottanta, venivo a San Felice, quella presenza di cemento dentro il tronco già mi procurava un disagio che non avrei saputo spiegare. A distanza di tanti anni posso ormai confrontare anche le immagini di allora con ciò che vedo oggi. Nelle vecchie fotografie il cemento affiora appena, ancora largamente nascosto dal legno; oggi la perdita progressiva delle parti che lo circondavano ha lasciato emergere un blocco di dimensioni impressionanti. Quello che allora poteva sembrare un intervento contenuto mostra ora, quasi liberato dal tempo, la reale quantità di materiale introdotta nel tronco nel 1957.

Quel superiore amava il leccio, desiderava conservarlo e temeva che la sua antichità fosse diventata una minaccia alla sua stessa sopravvivenza. Cercò di sostenerlo con il materiale che meglio conosceva per dare solidità alle costruzioni, senza poter sapere che la vita dell’albero obbediva a una logica differente. Guardando le foto, c’è qualcosa di singolare: mentre il legno si è ritirato, ciò che gli uomini avevano aggiunto per sostenerlo è diventato sempre più evidente. Forse è stata proprio questa consapevolezza a ricondurmi alla domanda lasciata dalla catechesi sulla Gaudium et Spes.

Negli stessi anni in cui a San Felice si cercava di consolidare il vecchio leccio, molti uomini di Chiesa osservavano con crescente preoccupazione una realtà altrettanto antica. L’Europa stava cambiando rapidamente e il mondo uscito dalla guerra assumeva forme culturali nuove, mentre strutture ecclesiali che per generazioni erano sembrate solidissime cominciavano a mostrare la fatica di un passaggio storico profondo. Interrogarsi sul modo in cui la Chiesa avrebbe continuato ad annunciare il Vangelo dentro quella società era necessario.

Da quella stagione maturarono frutti preziosi. La riscoperta delle fonti bibliche e patristiche, insieme a un intenso lavoro teologico, preparò il Concilio Vaticano II e contribuì a una comprensione più profonda della natura e della missione della Chiesa. La Gaudium et Spes nasce precisamente dentro questa consapevolezza e invita a leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo.

Il mondo deve essere realmente ascoltato, perché è il luogo nel quale gli uomini e le donne ai quali la Chiesa è inviata vivono, soffrono e cercano un senso alla propria esistenza. La lettura di questa storia avviene però «alla luce del Vangelo». È la luce ricevuta a permettere alla Chiesa di discernere ciò che incontra e di accogliere quanto può contribuire alla propria missione. La difficoltà nasce quando il movimento si rovescia e le categorie elaborate da una determinata cultura assumono progressivamente la funzione di criterio attraverso il quale stabilire ciò che nella fede possa ancora essere compreso, annunciato o conservato. Uno strumento pensato per comprendere il mondo finisce allora per suggerire alla Chiesa come dovrebbe comprendere se stessa.

È qui che il vecchio leccio torna a parlarmi. Il cemento non era cattivo. Era semplicemente un materiale appartenente a un’altra natura. Poteva sostenere magnificamente i muri dell’Abbazia e proprio negli stessi lavori del 1957 veniva impiegato dove era utile. Dentro un organismo vivente rispondeva a una logica che non coincideva con quella della vita che avrebbe dovuto sostenere.

La Tradizione cristiana ha sempre conosciuto un altro modo di intendere lo sviluppo. San Vincenzo di Lérins, nel V secolo, ricorse all’immagine della crescita del corpo umano per spiegare come la dottrina possa progredire conservando la propria identità. L’adulto appare profondamente diverso dal bambino che era stato e quella trasformazione appartiene precisamente alla continuità della stessa vita.

Anche Benedetto XVI, nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, avrebbe indicato nella «riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa» il criterio attraverso il quale comprendere il vero rinnovamento. La Chiesa attraversa epoche differenti e approfondisce il deposito che le è stato affidato, lasciando che la sua forma storica maturi secondo le esigenze della missione. Proprio la continuità del soggetto rende possibile una crescita reale, senza obbligarla a ricominciare da capo ogni volta che cambia il mondo circostante.

Questo criterio ci preserva anche dalla tentazione opposta, perché una determinata configurazione storica della vita ecclesiale non può essere identificata con l’intera Tradizione. Ogni epoca della Chiesa è stata a sua volta il risultato di uno sviluppo precedente e ha espresso, con forme proprie, la medesima fede ricevuta. Conservare significa allora custodire la vita perché continui a generare secondo la propria natura, senza imprigionarla nell’aspetto assunto in un particolare momento della sua storia.

La questione diventa particolarmente concreta guardando alla Chiesa europea di oggi. Seminari e case religiose che un tempo erano pieni conoscono una situazione profondamente diversa, molte strutture pastorali nate dentro un tessuto sociale cristiano faticano a trovare ancora la funzione per la quale erano state pensate. Davanti a questi spazi vuoti nasce facilmente l’urgenza di intervenire e di trovare nuove forme capaci di rispondere a una realtà mutata.

È un lavoro necessario e appartiene alla responsabilità pastorale. La domanda decisiva riguarda la sorgente dalla quale attendiamo la vita. Programmi, analisi sociologiche e nuovi linguaggi possono aiutare a comprenderne le condizioni storiche; la capacità di generare la Chiesa viene da una sorgente più profonda.

Per questo il vecchio leccio mi impedisce anche di giudicare con sufficienza chi ci ha preceduto. Il superiore che fece versare il cemento cercava sinceramente di salvare un albero che amava e operò secondo ciò che allora riteneva utile. La sua storia mi ricorda quanto sia facile confondere la solidità con la vita e quanto occorra conoscere profondamente la natura di ciò che vogliamo custodire prima di decidere come sostenerlo.

Forse il tempo ha qualcosa da insegnarci anche sotto questo aspetto. Quella colata che negli anni della mia formazione appariva relativamente piccola è emersa lentamente nella sua reale dimensione mentre il legno circostante arretrava. Anche nella storia ecclesiale alcune scelte mostrano pienamente la propria portata soltanto dopo molti anni e proprio per questo richiedono di essere rilette con pazienza, senza processi sommari e senza il timore di riconoscere ciò che l’esperienza ci ha insegnato.

Ritorno così alla domanda dalla quale ero partito questa mattina: come può la Chiesa incontrare il mondo contemporaneo continuando a essere pienamente se stessa?

Il leccio non può naturalmente offrirci una risposta ecclesiologica, e sarebbe chiedere troppo anche a un albero di millequattrocento anni. La sua storia suggerisce però una prudenza antica: prima di intervenire su una realtà vivente occorre conoscerne la natura e comprendere da dove provenga la vita che ancora la attraversa.

Per la Chiesa quella sorgente ha un nome preciso. È Cristo, che continua a vivere nel suo Corpo e ad animarlo mediante lo Spirito Santo. Da questa certezza nasce anche la libertà di incontrare realmente il mondo, di ascoltarlo e di accogliere tutto ciò che può essere assunto dentro la vita della fede.

Questa mattina, guardando il grande blocco ormai emerso dentro il tronco del leccio, mi è sembrato di comprendere un poco meglio anche il compito indicato dalla Gaudium et Spes. Il rapporto con il mondo contemporaneo chiede un autentico discernimento, capace di riconoscere ciò che può essere assimilato dalla vita della Chiesa e ciò che, pur promettendo solidità, appartiene a una logica diversa dalla sua.

Il vecchio leccio continua intanto a vivere accanto all’Abbazia. Porta impressa nel tronco la propria lunghissima storia e porta anche il segno degli interventi con cui gli uomini hanno cercato di proteggerlo. Guardandolo, questa mattina, ho pensato che forse la domanda più importante per la Chiesa non riguarda anzitutto quanto siamo capaci di sostenerla, quanto piuttosto se continuiamo a fidarci della vita che Cristo le ha donato e che lo Spirito, attraverso i secoli, non ha mai cessato di alimentare.

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