Con la catechesi di oggi Papa Leone XIV ha iniziato un nuovo tratto del suo cammino attraverso i grandi documenti del Concilio Vaticano II, entrando nella Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.
Prima di seguire il Santo Padre nella lettura delle singole pagine, vorrei fermarmi ancora una volta sul documento nel suo insieme. È il metodo che abbiamo seguito fin dall’inizio di questo percorso: provare a leggere il Concilio partendo anzitutto dai suoi testi, lasciando che siano le parole dei Padri conciliari a stabilire il significato delle espressioni che, nei decenni successivi, hanno conosciuto interpretazioni diverse e talvolta molto lontane tra loro.
Il cammino compiuto fino ad ora ci aiuta anche a comprendere il posto della Gaudium et Spes. Con la Dei Verbum abbiamo contemplato Dio che si rivela e parla all’uomo; con la Lumen gentium abbiamo guardato alla Chiesa raccolta da Cristo e guidata dallo Spirito; con la Sacrosanctum Concilium siamo entrati nella liturgia, dove il mistero della salvezza viene celebrato e comunica la vita di Cristo al suo popolo. Ora quella stessa Chiesa guarda il mondo nel quale vive, ascolta le domande dell’uomo e cerca di illuminarne il cammino con la luce ricevuta dal Vangelo.
La Gaudium et Spes fu promulgata da san Paolo VI il 7 dicembre 1965, alla vigilia della conclusione del Concilio. Già la sua denominazione, «Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo», possiede una particolare importanza. La nota posta all’inizio del documento spiega che esso forma «un tutto unitario» e viene definito pastorale perché, fondandosi su principi dottrinali, intende esporre l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo e gli uomini del proprio tempo.
Nella prima parte viene presentata la dottrina sull’uomo, sulla sua vocazione e sul rapporto della Chiesa con la famiglia umana. La seconda parte affronta più direttamente alcuni problemi che nel 1965 apparivano particolarmente urgenti. In queste pagine troviamo principi destinati a rimanere e valutazioni legate a precise circostanze storiche. È una distinzione contenuta nel documento stesso e sarà preziosa anche per noi, perché consente di ricevere pienamente l’insegnamento conciliare riconoscendo nello stesso tempo che la storia ha continuato a camminare e ha posto alla Chiesa questioni nuove.
L’incipit della Costituzione è entrato nella memoria della Chiesa: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo».
Sono parole bellissime, che esprimono la solidarietà della Chiesa con l’intera famiglia umana. Il loro significato appare ancora più chiaro leggendo ciò che immediatamente segue. I cristiani sono uomini «riuniti insieme nel Cristo», guidati dallo Spirito Santo, incamminati verso il Regno del Padre e portatori di «un messaggio di salvezza da proporre a tutti» (GS 1).
La vicinanza al mondo nasce dunque dalla missione ricevuta da Cristo. La Chiesa condivide la storia degli uomini portando dentro quella storia una Parola che non nasce dalla storia stessa. Può ascoltare profondamente proprio perché possiede qualcosa da annunciare; può incontrare l’uomo perché conosce in Cristo la grandezza della sua vocazione e anche la ferita che attraversa il suo cuore.
Questo equilibrio accompagna tutta la Costituzione e diventa particolarmente importante quando incontriamo una delle sue espressioni più celebri: «scrutare i segni dei tempi».
Anche qui conviene leggere tutta la frase. Il Concilio afferma che è dovere permanente della Chiesa «scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Il discernimento cristiano nasce dall’incontro tra un ascolto serio della storia e la luce del Vangelo che permette di interpretarla.
Questo passaggio ha avuto una fortuna enorme nel linguaggio ecclesiale del postconcilio. Proprio la sua fortuna rende necessario conservarne il significato integrale. Un cambiamento sociale, una nuova sensibilità o un orientamento culturale largamente diffuso costituiscono realtà che la Chiesa deve conoscere e comprendere. Il discernimento comincia qui e prosegue chiedendosi quale relazione quelle realtà abbiano con la verità dell’uomo rivelata in Cristo.
La Gaudium et Spes possiede, da questo punto di vista, uno sguardo assai più realistico di una certa immagine che ne è stata diffusa negli anni. Il mondo contemporaneo vi appare attraversato da enormi possibilità e da profonde contraddizioni. L’uomo estende la propria potenza e nello stesso tempo diventa più incerto circa se stesso; cresce la coscienza della libertà mentre sorgono nuove forme di schiavitù; aumentano le conoscenze e rimane aperto il problema del senso da attribuire al progresso.
Il Concilio arriva così a una diagnosi che merita di essere ricordata oggi: «Gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo» (GS 10).
Qui siamo molto lontani da qualsiasi ingenua celebrazione della modernità. Il problema dell’uomo attraversa le strutture sociali e raggiunge il suo cuore. La Costituzione parlerà esplicitamente del peccato, della libertà ferita e dell’incapacità dell’uomo di raggiungere da solo la propria pienezza. L’apertura al mondo mantiene così un carattere profondamente cristiano, perché riconosce ciò che nell’esperienza umana è grande e nello stesso tempo conserva la consapevolezza della redenzione di cui ogni uomo ha bisogno.
È proprio dentro questa ricerca che incontriamo quello che considero il centro teologico dell’intera Costituzione. Al numero 22 leggiamo: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».
Questa frase impedisce di interpretare la Gaudium et Spes come uno spostamento da Dio verso l’uomo, quasi che il Concilio avesse deciso di sostituire la teologia con un umanesimo più facilmente comprensibile alla cultura moderna. Il movimento è diverso e conduce ancora più profondamente dentro il mistero cristiano. L’uomo può conoscere pienamente se stesso incontrando Cristo, perché Cristo «svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».
Qui si comprende anche perché Leone XIV abbia già ripreso proprio questo testo nell’enciclica Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Di fronte alle nuove possibilità della tecnica, la domanda fondamentale continua ad essere quella posta dalla Gaudium et Spes: chi è l’uomo? E la risposta cristiana continua a cercare la propria luce nel Verbo fatto carne.
Un altro passaggio che merita particolare attenzione riguarda la coscienza. Il numero 16 la definisce «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio». È una delle formule più conosciute del documento e ha avuto un’enorme influenza sulla riflessione morale successiva.
Poche righe prima, la stessa Costituzione ne offre la chiave interpretativa: nell’intimo della coscienza l’uomo «scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire». La dignità della coscienza viene così legata alla verità che essa è chiamata a riconoscere. Il Concilio parla della coscienza retta, richiama le norme oggettive della moralità e riconosce anche la possibilità che essa venga oscurata quando l’uomo trascura la ricerca del vero e del bene.
La ricezione postconciliare ha conosciuto talvolta una lettura molto più soggettiva della coscienza, fino a farla apparire quasi come l’ultima fonte della norma morale. Tornare al testo permette di recuperare una prospettiva più ricca: la coscienza possiede una dignità altissima proprio perché è il luogo nel quale la libertà umana si apre alla verità e si pone responsabilmente davanti a Dio.
Qualcosa di simile riguarda la «legittima autonomia delle realtà terrene» di cui parla il numero 36. Anche questa espressione ha inciso profondamente sul modo in cui la Chiesa ha compreso il rapporto con la scienza, con la politica e con le diverse competenze umane.
Il Concilio riconosce che le realtà create possiedono leggi proprie, che l’uomo è chiamato a scoprire e rispettare. La ricerca scientifica autentica può procedere secondo il proprio metodo, poiché la fede cristiana riconosce nella creazione una consistenza reale che viene da Dio. La Costituzione chiarisce nello stesso passaggio il limite entro il quale questa autonomia conserva il suo significato: quando essa viene trasformata nell’idea che la creatura possa essere compresa prescindendo radicalmente dal Creatore, viene smarrita la verità stessa della creatura. «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce».
È una distinzione ancora molto attuale. La Chiesa non possiede una risposta tecnica già confezionata per ogni problema scientifico, economico o politico e riconosce con serenità la competenza propria di chi opera in questi campi. Nello stesso tempo custodisce una domanda sul significato e sul fine dell’agire umano che nessuna tecnica può risolvere da sola.
Dentro questo quadro si colloca anche il tema del dialogo, altra parola decisiva della stagione conciliare. Al numero 3 la Gaudium et Spes parla della volontà della Chiesa di instaurare un dialogo con l’intera famiglia umana sui grandi problemi del tempo, portando «la luce che viene dal Vangelo» e le energie di salvezza ricevute dal suo Fondatore.
Il dialogo conciliare nasce quindi da una Chiesa consapevole della propria identità. Essa ascolta perché desidera comprendere l’uomo al quale è inviata; riconosce quanto di vero e di buono incontra nelle culture e nelle esperienze umane; porta dentro questo incontro la luce del Vangelo che le è stata affidata.
Proprio qui si trova uno dei punti più delicati della ricezione del Concilio. Benedetto XVI, parlando nel 2005 dell’interpretazione del Vaticano II, ricordò la necessità di una «ermeneutica della riforma» nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. È una indicazione particolarmente utile anche per la Gaudium et Spes, perché diverse parole conciliari hanno acquistato nel tempo significati più ampi di quelli contenuti nel testo, fino a essere talvolta utilizzate come se il cosiddetto «spirito del Concilio» potesse procedere indipendentemente dalla lettera dei documenti.
Tornare alla Gaudium et Spes significa allora ritrovare il dialogo insieme al discernimento, la coscienza dentro la sua relazione con la verità, l’autonomia delle realtà terrene dentro l’ordine della creazione, l’attenzione ai segni dei tempi dentro la luce del Vangelo.
Il numero 44 aggiunge una considerazione particolarmente interessante. La Chiesa riconosce quanto abbia ricevuto dalla storia, dallo sviluppo delle scienze e dalle diverse culture attraverso le quali l’uomo comprende più profondamente se stesso. Per questo il Concilio chiede al popolo di Dio, con particolare responsabilità ai pastori e ai teologi, di ascoltare e interpretare i diversi linguaggi del proprio tempo, sottoponendoli al giudizio della Parola di Dio.
Sessant’anni dopo questa indicazione appare ancora più impegnativa. Il mondo nel quale leggiamo oggi la Gaudium et Spes è profondamente diverso da quello che i Padri conciliari avevano davanti agli occhi. Molti processi già presenti nel 1965 hanno conosciuto un’accelerazione difficile da immaginare allora. La trasformazione della famiglia e della cultura, la rivoluzione digitale, le nuove possibilità di intervento sulla vita umana e l’intelligenza artificiale hanno modificato il contesto nel quale si pone la domanda sull’uomo.
Proprio per questo non abbiamo bisogno di abbandonare il metodo della Gaudium et Spes. Abbiamo bisogno di applicarlo con maggiore profondità.
La Costituzione ci chiede di conoscere il nostro tempo senza lasciarci trascinare semplicemente dal suo movimento, di ascoltare le domande dell’uomo portando con noi la luce del Vangelo, di riconoscere i progressi autentici e di discernere ciò che rischia di ferire quella dignità umana che trova il proprio fondamento ultimo in Dio.
La seconda parte del documento ci condurrà dentro problemi molto concreti: il matrimonio e la famiglia, la cultura, la vita economica e sociale, la politica, la pace e i rapporti tra i popoli. Alcune di quelle pagine sembrano scritte davanti alle nostre cronache; altre portano più visibilmente l’impronta delle questioni proprie degli anni Sessanta e chiedono di essere lette alla luce dello sviluppo successivo del Magistero.
È qui che le catechesi di Leone XIV diventano particolarmente interessanti. Il Papa ha già mostrato nella Magnifica Humanitas quanto ritenga feconda l’intuizione antropologica della Gaudium et Spes per affrontare le questioni più nuove del nostro tempo. Sarà dunque importante vedere come ci accompagnerà nel comprendere oggi il rapporto tra la Chiesa e un mondo che, rispetto al 1965, possiede strumenti immensamente più potenti e sembra allo stesso tempo ancora più incerto quando deve rispondere alla domanda fondamentale sulla propria umanità.
Seguiremo questo nuovo tratto del cammino con lo stesso criterio che ci ha accompagnato fino ad ora: leggere con attenzione il testo, ascoltare il Papa e verificare alla luce della grande Tradizione della Chiesa ciò che il Concilio ha voluto consegnarci.
Forse, entrando nella Gaudium et Spes, comprenderemo anche perché le sue prime parole sulle gioie e sulle speranze dell’umanità trovino il loro significato più profondo alcune pagine dopo, quando il Concilio conduce l’uomo davanti a Cristo e afferma che solamente nel mistero del Verbo incarnato il mistero dell’uomo riceve la sua vera luce.
È da questo centro che vorrei partire con voi nelle prossime catechesi.
Per chi desidera accompagnare questo cammino leggendo direttamente il documento, ecco il testo integrale ufficiale della Gaudium et Spes sul sito della Santa Sede: https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

Rispondi