Ci sono letture che lasciano una domanda più insistente delle risposte che pretendono di offrire. Mi è accaduto leggendo un articolo sul rapporto tra il cammino sinodale, la presenza delle donne nella Chiesa e il possibile accesso femminile al diaconato ordinato.
Di questa questione mi ero già occupato lo scorso 4 dicembre, quando avevo cercato di leggere con attenzione la sintesi della Commissione sul diaconato femminile e, a partire da essa, di riflettere sul modo in cui alcune richieste stavano entrando nel cammino sinodale. Questa volta la lettura mi ha condotto un poco più avanti, perché l’articolo che ho incontrato, e del quale lascerò il riferimento in chiusura, aggiunge un particolare che mi sembra decisivo e porta la riflessione oltre la questione del diaconato, fino al modo stesso in cui rischiamo di intendere il discernimento sinodale.
Procedendo nella lettura ho avvertito la sensazione che il punto d’arrivo diventasse progressivamente visibile, fino alla frase conclusiva: «Possiamo solo sperare che il futuro porti risposte sinodali autentiche per le donne della Chiesa».
È stata soprattutto quella parola, «autentiche», a fermarmi. Perché una risposta sinodale dovrebbe essere considerata autentica quando conduce verso una determinata soluzione? Che cosa accade al discernimento quando una delle possibili conclusioni comincia già a essere percepita come quella che il cammino dovrebbe finalmente raggiungere?
Proprio perché la Chiesa studia da tempo una materia tanto delicata, credo sia necessario custodire quella libertà interiore che permette al discernimento di rimanere realmente tale fino alla sua conclusione.
L’espressione potrebbe essere accolta senza difficoltà se per «risposte sinodali autentiche» intendessimo risposte maturate nell’ascolto della Parola e della Tradizione, dentro la vita concreta della Chiesa. Nel contesto dell’articolo essa sembra acquistare un significato più preciso, perché le pagine precedenti descrivono un processo orientato verso l’accesso delle donne al diaconato e si interrogano sulle condizioni che potrebbero favorirne l’accettazione.
Da qui nasce la mia domanda sul modo in cui stiamo imparando a intendere la sinodalità. L’immagine che più frequentemente accompagna il Sinodo è quella del cammino. È un’immagine profondamente cristiana, perché la Chiesa attraversa la storia cercando di comprendere, sotto la guida dello Spirito, come vivere con fedeltà ciò che ha ricevuto dal suo Signore. Papa Francesco, aprendo la seconda sessione sinodale nell’ottobre 2024, ricordava che «lo Spirito Santo è guida sicura, e nostro primo compito è imparare a distinguere la sua voce». La meta dunque esiste e precede il nostro cammino: è Cristo, con la verità che la Chiesa ha ricevuto e che continua ad approfondire nel tempo.
Proprio per questo il discernimento richiede che non siamo noi a stabilire anticipatamente quale debba essere la risposta a ogni singola questione.
Si può partire, discutere, ascoltare a lungo e compiere molte tappe. Se nel navigatore abbiamo già inserito come destinazione l’esito che desideriamo raggiungere, la strada rimane aperta soltanto in apparenza. Potremo discutere sul percorso e sulle soste, mentre il punto verso il quale stiamo andando è stato deciso prima di metterci in cammino.
La sensazione che la destinazione sia già stata individuata diventa ancora più forte quando, a un certo punto, l’autrice scrive, riferendosi al possibile accesso delle donne al diaconato ordinato: «Il problema è come arrivare da qui a lì». Quel «lì» merita attenzione, perché indica già un approdo verso il quale orientare il percorso. Poco dopo l’articolo si domanda che cosa possa contribuire «all’accettazione» delle donne ordinate diacono.
È proprio qui che l’immagine del navigatore smette di essere soltanto una metafora e diventa quasi la rappresentazione del ragionamento stesso dell’articolo. Se il problema è ormai «come arrivare da qui a lì», l’attenzione si sposta dalla domanda sulla verità di quel «lì» e sulla sua appartenenza alla volontà di Cristo per la sua Chiesa ai passaggi necessari per raggiungerlo.
Qui il problema cambia natura. Una questione sacramentale e dottrinale viene progressivamente portata sul terreno dell’opportunità pastorale, mentre proprio la possibilità teologica di quell’ordinazione resta ancora oggetto di un discernimento che non ha affatto prodotto le conclusioni presupposte dall’articolo.
I dati disponibili chiedono molta più prudenza. La Commissione Teologica Internazionale, dopo anni di ricerca, osservava già nel 2002 che le diaconesse conosciute nella Chiesa antica non possono essere semplicemente assimilate ai diaconi ordinati, richiamando nello stesso tempo l’unità del sacramento dell’Ordine. La Commissione presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi, nella sintesi pubblicata nel dicembre 2025, ha ricordato che il diaconato femminile antico non sembra avere avuto il carattere sacramentale proprio del diaconato maschile e ha ritenuto che, allo stato attuale della ricerca storica e teologica, non vi siano le condizioni per procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’Ordine. La Commissione ha lasciato al Magistero il giudizio conclusivo, riconoscendo che non siamo dinanzi a una definizione definitiva paragonabile a quella riguardante l’ordinazione sacerdotale.
Questo quadro consente di continuare lo studio e, proprio per la serietà della questione, chiede di evitare che lo studio diventi la fase preliminare di una decisione della quale sia già stata stabilita la direzione.
Il Catechismo ricorda che episcopato, presbiterato e diaconato costituiscono i tre gradi dell’unico sacramento dell’Ordine. Il diacono riceve realmente un’ordinazione sacramentale che imprime il carattere e lo inserisce nell’Ordine sacro, pur senza ricevere il sacerdozio ministeriale proprio dei vescovi e dei presbiteri. La distinzione del diaconato dal presbiterato va dunque compresa dentro questa unità sacramentale, ed è precisamente su questo terreno che la Chiesa continua ad approfondire la questione.
Per questo mi ha colpito un altro passaggio dell’articolo. Parlando dei ministeri istituiti di lettore e accolito, oggi accessibili anche alle donne, l’autrice osserva che l’abitudine a vedere donne formalmente istituite in questi servizi, con l’alba e all’interno del presbiterio, potrebbe contribuire a modificare i «pregiudizi culturali» riguardo alla loro presenza nell’ambito sacro.
Qui la questione diventa particolarmente delicata. I ministeri istituiti hanno un loro significato ecclesiale e meritano di essere compresi e vissuti secondo la natura che è loro propria. Quando cominciano ad apparire anche come strumenti capaci di modificare gradualmente la percezione del popolo cristiano in vista di uno sviluppo ulteriore, nasce il rischio che una realtà ecclesiale venga caricata di una funzione preparatoria che non le appartiene.
Quella parola, «accettazione», merita allora di essere presa sul serio. In un processo ancora realmente aperto ci si aspetterebbe anzitutto una domanda sulla verità della questione: quale testimonianza ci consegna la Tradizione, quale rapporto esiste tra il diaconato e l’unità dell’Ordine, fino a dove può giungere uno sviluppo legittimo della comprensione ecclesiale. Quando l’attenzione si sposta sulle condizioni che potranno favorire l’accettazione di una determinata soluzione, quella soluzione comincia inevitabilmente ad apparire come l’approdo verso cui accompagnare la comunità.
A questo punto il rischio riguarda la sinodalità stessa. Papa Francesco, al termine dell’Assemblea del 2024, descriveva lo stile sinodale attraverso un processo nel quale l’ascolto conduce al discernimento e il discernimento alla decisione, che a sua volta deve essere valutata. In quel processo egli inseriva esplicitamente il silenzio e la preghiera, perché si tratta di imparare ad ascoltare lo Spirito e di lasciarsi convertire da Lui.
Una simile concezione permette anche di giungere alla conferma di ciò che la Chiesa già vive e insegna. Dopo anni di studio si può comprendere meglio una tradizione ricevuta e riconoscere le ragioni per custodirla. In altri casi la stessa fedeltà può condurre a uno sviluppo legittimo, quando esso risulta coerente con la natura della Chiesa e con ciò che essa ha ricevuto.
Il discernimento ecclesiale non si misura dalla quantità dei cambiamenti prodotti. La sua verità dipende dalla capacità di lasciarsi giudicare dalla realtà della fede prima ancora che dalle nostre attese.
Per questo trovo poco felice anche il passaggio nel quale l’articolo sostiene che coloro che comprendono la reale distinzione tra diaconato e sacerdozio sarebbero maggiormente favorevoli all’ordinazione delle donne al diaconato, mentre una parte delle resistenze proverrebbe da culture incapaci di riconoscere pienamente il valore e la dignità delle donne.
Che esistano culture segnate da discriminazioni nei confronti delle donne è evidente, e la Chiesa ha ogni ragione per purificare quanto contraddice la dignità battesimale. Le riserve teologiche sul diaconato femminile possiedono allo stesso tempo argomenti propri, tanto che le Commissioni istituite dalla Santa Sede li hanno esaminati seriamente e la più recente ha ritenuto che, allo stato attuale, essi impediscano di procedere verso l’ordinazione diaconale femminile come grado dell’Ordine. Ricondurre troppo facilmente quella posizione a un condizionamento culturale finisce per indebolire proprio l’ascolto che il metodo sinodale dovrebbe custodire.
Ed è forse qui che la lettura di questo articolo mi ha lasciato la domanda più importante. La sinodalità che stiamo costruendo è abbastanza libera da accogliere anche una risposta diversa da quella che una parte della Chiesa desidera?
La domanda riguarda il diaconato femminile e nello stesso tempo lo supera. Tocca il modo in cui affrontiamo molte questioni ecclesiali sulle quali oggi invochiamo un ascolto più ampio e un autentico discernimento. La credibilità di questi processi dipenderà anche dalla capacità di mostrare che l’ascolto non serve a preparare il consenso verso una conclusione già individuata e che nessuna decisione acquista maggiore autenticità semplicemente perché appare più nuova.
Forse proprio qui l’immagine del navigatore può aiutarci. La Chiesa non cammina senza meta. Sa verso Chi sta andando e sa da Chi ha ricevuto il Vangelo che custodisce. Il rischio comincia quando, su una questione ancora affidata al discernimento, inseriamo noi nel navigatore la destinazione desiderata e poi chiamiamo «cammino aperto» la strada scelta per raggiungerla.
A quel punto sarebbe utile fermarsi un momento e domandarsi chi abbia impostato il navigatore.
La riflessione nasce dalla lettura dell’articolo di Phyllis Zagano, «They Don’t Want to Say Yes», pubblicato su Commonweal il 28 luglio 2026, successivamente proposto in traduzione italiana da Re-blog. Per chi desidera leggere integralmente l’articolo che ha suscitato questa riflessione: https://www.commonwealmagazine.org/zagano-deacons-women-church-leo

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