don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Ciò che il primo anno di cammino ha insegnato alla Pievania

Arriva un momento, nella vita di ogni comunità, in cui occorre fermarsi e volgere lo sguardo alla strada percorsa. Il ricordo di ciò che è stato organizzato apre allora una domanda: le esperienze vissute hanno avvicinato le persone al Signore e reso più fraterno il rapporto tra le comunità? Con questo spirito, la sera del 4 giugno 2026, l’Équipe pastorale della Pievania di San Felice si è riunita per rileggere il primo anno di cammino.

Sul tavolo c’erano i ricordi di mesi intensi. Le celebrazioni del Triduo avevano condotto i fedeli da una chiesa all’altra. I pellegrinaggi alla Madonna del Fosco avevano rimesso in movimento antiche consuetudini. A Bivio Moscatini si era tentato di riaccendere una presenza ecclesiale divenuta fragile. Quei fatti erano già accaduti; ora chiedevano di essere compresi.

La prima consapevolezza riguardava il significato stesso della Pievania. All’inizio era facile pensarla come un nuovo sistema per distribuire celebrazioni e impegni tra sacerdoti. Il cammino compiuto aveva cominciato a rivelare una realtà più profonda. La Pievania prende vita quando i fedeli di un paese sentono che quanto accade nella comunità vicina li riguarda e accettano di muoversi per condividerlo.

Durante il Triduo pasquale questo passaggio era diventato visibile. Ogni comunità aveva offerto la propria chiesa e il proprio modo di accogliere. Molti fedeli avevano lasciato il banco abituale per raggiungere un altro paese. Nella Via Crucis di Montecchio la collaborazione aveva dato un frutto particolarmente bello: una tradizione nata e custodita in quel luogo era stata aperta all’intera Pievania, conservando il suo volto.

Quella sera si comprese meglio che il cammino comune custodisce la storia di ogni paese. Giano rimane Giano e Montecchio conserva la sua fisionomia. Bastardo possiede la propria vita comunitaria; anche Castagnola, con i suoi pochissimi abitanti, custodisce una memoria capace di richiamare tante persone. La comunione cresce quando ciascuno porta ciò che ha ricevuto e lo offre agli altri come un dono.

L’ultimo pellegrinaggio al Fosco lo aveva mostrato in maniera commovente. I castagnolesi erano tornati nel piccolo borgo e avevano indossato gli antichi abiti della confraternita. Il grande Crocifisso era uscito ancora una volta dalla chiesa e le campane avevano accompagnato il cammino. Quella tradizione si era rivelata una memoria viva della fede: aveva convocato persone e permesso alla Pievania intera di incontrarla.

Da qui nasceva una responsabilità precisa. Le feste locali hanno bisogno di essere conosciute in tempo, perché possano diventare appuntamenti condivisi. Durante l’anno alcune notizie erano arrivate quando le decisioni erano già state prese e la possibilità di coinvolgere gli altri paesi si era molto ridotta. L’idea di preparare un calendario comune venne dalla necessità di dare ordine alla comunicazione e dal desiderio di far circolare la vita delle comunità.

Comunicare bene significa avere cura delle persone. Un avviso dato per tempo consente a una famiglia di organizzarsi e permette a un anziano di chiedere di essere accompagnato. I mezzi digitali raggiungono velocemente molti fedeli; gli avvisi al termine della Messa continuano a parlare a chi non usa internet. Anche una bacheca ordinata svolge il suo servizio quando permette a qualcuno di scoprire una celebrazione alla quale potrà partecipare.

La verifica toccò anche la vita dell’Équipe. Gli incontri erano stati occupati in larga parte dagli orari da concordare e dalle celebrazioni da preparare, insieme ai molti problemi pratici che chiedevano una soluzione. Era una fatica necessaria, specialmente durante un anno di avvio. Nel gruppo cresceva il desiderio di riservare più tempo alla formazione e all’ascolto della Parola, così che le decisioni nascessero da uno sguardo cristiano sulla realtà delle persone.

La fecondità di un organismo pastorale nasce dalla capacità di mettersi davanti al Signore e di chiedersi quale bene sia chiamato a servire. Per questo la preghiera posta all’inizio degli incontri aveva assunto un valore particolare. Ricordava a tutti che la Pievania appartiene a Cristo e che ogni scelta deve condurre a Lui.

Durante l’anno anche la corresponsabilità dei laici aveva cominciato ad assumere una forma concreta. Alcune incombenze economiche erano state affidate a persone disponibili e competenti, alleggerendo il peso che ricadeva sui sacerdoti. Nei centri più piccoli si avvertiva il bisogno di referenti capaci di custodire le chiese e mantenere vivo il collegamento con la comunità più ampia. Attraverso questi incarichi si riconosceva che ogni battezzato possiede una parte reale nella vita della Chiesa, secondo la propria vocazione.

Bivio Moscatini aveva posto una domanda particolarmente delicata. La Pievania aveva offerto la celebrazione della Messa e alcuni momenti di preghiera nella chiesa della Madonna della Valle. La risposta degli abitanti avrebbe richiesto tempo per essere compresa. Anche questo apparteneva alla verifica: l’opera pastorale semina e attende con fiducia una risposta libera. Si può riaprire una porta e rivolgere un invito; la comunità nasce quando le persone scelgono di varcare quella soglia e si assumono la cura del luogo nel quale desiderano ritrovarsi.

Guardando l’anno trascorso, la Pievania appariva ancora giovane e in cammino. Dentro questa realtà incompiuta era accaduto qualcosa di vero. Persone provenienti da paesi diversi avevano pregato insieme e alcune comunità avevano messo a disposizione delle altre ciò che custodivano. I sacerdoti avevano cercato una forma di servizio maggiormente condivisa e diversi laici avevano accolto responsabilità nuove.

La comunione ecclesiale cresce con i tempi pazienti della vita. Ha bisogno di incontri ripetuti e di gesti nei quali ci si riconosca fratelli. Chiede anche la sincerità di nominare le difficoltà, perché ciò che rimane fragile possa essere affidato al lavoro dell’anno seguente. La verifica del 4 giugno somigliò alla sosta di chi controlla la direzione prima di rimettersi in cammino.

L’anno pastorale 2025-2026 ci ha lasciato una certezza semplice: ogni paese possiede un volto che merita di essere custodito, e quel volto diventa ancora più luminoso quando entra nella comunione della Chiesa. Nessuna comunità è chiamata a rinunciare alla propria memoria. Ognuna può imparare a riconoscere come propria anche la vita degli altri.

La strada che si apriva davanti alla Pievania chiedeva una comunicazione più attenta e una formazione capace di sostenere il servizio. Chiedeva soprattutto di continuare a incontrarsi attorno all’Eucaristia, perché è lì che appartenenze diverse vengono raccolte nell’unico Corpo di Cristo. Da quella sera di giugno il cammino poteva riprendere con uno sguardo più consapevole: quanto era stato seminato aveva bisogno di cura, e il Signore avrebbe donato il tempo necessario perché portasse frutto.

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