Un anno vissuto tra le comunità di San Felice
Ci sono parole che entrano facilmente nei documenti e impiegano molto più tempo a entrare nella vita. “Pievania” è una di queste. All’inizio può sembrare il nome di una nuova organizzazione ecclesiastica, utile per distribuire gli impegni tra sacerdoti e riordinare gli orari delle celebrazioni. Durante l’anno pastorale 2025-2026 abbiamo cominciato a scoprire che questa parola chiedeva qualcosa di più personale: imparare a riconoscere come nostra anche la chiesa del paese vicino e sentirci coinvolti da ciò che accade in una comunità diversa dalla nostra.
Per molti di noi la fede ha un luogo preciso. È la chiesa nella quale abbiamo ricevuto i sacramenti e dove ritroviamo immagini familiari insieme ai volti consueti. È la processione attesa ogni anno, con il suo percorso e i canti imparati da bambini. Tutto questo merita di essere custodito, perché la vita cristiana passa attraverso luoghi concreti e si radica nella memoria delle persone. La Pievania ci ha invitati ad allargare questa appartenenza, lasciando che la ricchezza di ogni paese diventasse un dono condiviso.
Il cammino ha ricevuto un nuovo impulso il 16 novembre 2025, quando nella chiesa di San Francesco in Bastardo abbiamo accolto don Camillo Ragan. La sua presenza accanto al Pievano, don Giuseppe Iavarone, e agli altri sacerdoti impegnati nel territorio ha reso possibile una maggiore vicinanza alle comunità. Poco alla volta abbiamo provato a guardare anche verso i luoghi nei quali la vita ecclesiale appariva più fragile. La Messa celebrata il 1° febbraio nella chiesa della Madonna della Valle, a Bivio Moscatini, è nata da questo desiderio: riaprire una porta e vedere se attorno all’altare potesse tornare a raccogliersi una comunità.
Nello stesso periodo l’Équipe pastorale ha iniziato a interrogarsi sul proprio modo di lavorare. Le questioni da affrontare erano numerose e molto concrete. C’erano celebrazioni da coordinare e famiglie da visitare per le benedizioni. Alcuni edifici chiedevano attenzione e le informazioni faticavano a raggiungere tutti. In mezzo a queste necessità è emersa una domanda che ha accompagnato l’intero anno: come possiamo servire le nostre comunità aiutandole a camminare insieme?
La scelta di iniziare gli incontri con un tempo più disteso di preghiera ha voluto riportare proprio qui il lavoro dell’Équipe. Prima delle decisioni viene l’ascolto del Signore. Anche le responsabilità amministrative affidate ai laici hanno acquistato un significato ecclesiale. La Pievania cresce quando ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare e accetta di portare una parte del peso comune.
L’Assemblea celebrata il 15 marzo ci ha permesso di ascoltare le attese e le fatiche presenti nel territorio. Eravamo ancora all’inizio e il volto della Pievania rimaneva da costruire. Proprio per questo quell’incontro è stato prezioso. Ci ha ricordato che una comunità nuova nasce attraverso relazioni pazienti e ha bisogno di persone disposte a fidarsi del cammino, anche quando i risultati tardano a manifestarsi.
Durante la Settimana Santa abbiamo provato a rendere visibile ciò che stavamo imparando. Il Triduo pasquale ci ha condotti attraverso Giano e Montecchio fino alla Veglia celebrata a Bastardo. Ogni sera abbiamo lasciato per qualche ora le nostre consuetudini e siamo entrati nella chiesa di un’altra comunità. Il mistero celebrato era lo stesso e ci precedeva tutti. La Via Crucis lungo i vicoli di Montecchio ha mostrato con particolare intensità quanto una tradizione custodita da un paese possa diventare preghiera per l’intera Pievania.
Nel mese di maggio ci siamo messi nuovamente in cammino verso la Madonna del Fosco. Siamo partiti in domeniche diverse da Giano e da Montecchio. L’ultimo pellegrinaggio ha riunito Bastardo e Castagnola. In quel piccolo borgo, abitato stabilmente da pochissime persone, sono tornati tanti castagnolesi. Hanno indossato gli antichi abiti della confraternita e hanno portato il grande Crocifisso custodito nella loro chiesa. Le campane hanno dato voce a una memoria che continuava a vivere e l’intera Pievania ha potuto accoglierla.
Queste esperienze ci hanno insegnato che la comunione nasce più facilmente quando assume la forma di un gesto. Una persona partecipa a una celebrazione in un altro paese e incontra volti che conosce poco. Una famiglia percorre la strada verso il Santuario insieme a famiglie provenienti da altrove. Lentamente il confine tra “nostro” e “loro” comincia a perdere rigidità, perché l’Eucaristia ci ricorda a Chi apparteniamo.
La verifica compiuta il 4 giugno ci ha aiutato a guardare con sincerità ciò che restava da fare. La comunicazione tra le comunità aveva ancora bisogno di ordine. Alcune feste locali venivano preparate senza riuscire a coinvolgere l’intera Pievania, spesso perché le notizie arrivavano tardi. Da questa consapevolezza è nata l’idea di un calendario condiviso che raccolga le celebrazioni radicate nei paesi e permetta a tutti di conoscerle in tempo.
Abbiamo anche compreso che l’Équipe ha bisogno di dedicare maggiore spazio alla formazione. L’organizzazione occupa molte energie e rimane necessaria. Il servizio pastorale chiede anche di leggere insieme la realtà alla luce del Vangelo, affinché ogni scelta nasca dalla cura delle persone e conduca verso Cristo.
L’anno 2025-2026 ci consegna un cammino appena iniziato e già segnato da esperienze vere. Abbiamo incontrato resistenze e momenti di stanchezza. Abbiamo visto anche comunità capaci di aprire le proprie porte e laici pronti ad assumere responsabilità. Ogni passo ha ricordato che la Pievania vive attraverso le persone e cresce quando la comunione diventa un fatto riconoscibile.
Ora possiamo raccontare questo anno attraverso le storie che lo hanno segnato. Il Triduo ci ha fatto attraversare i nostri paesi e i pellegrinaggi ci hanno condotti verso il Fosco. Anche la porta riaperta a Bivio Moscatini appartiene a questa memoria. Dietro tali esperienze si trova il lavoro paziente dell’Équipe e di quanti hanno collaborato. Raccontarle significa restituire ai fedeli ciò che è stato fatto e riconoscere insieme ciò che il Signore ci chiede ancora.
Forse siamo lontani dal pronunciare spontaneamente l’espressione “la nostra Pievania”. Durante quest’anno abbiamo cominciato a impararla con i piedi, spostandoci da una chiesa all’altra, e con il cuore, accogliendo come preziosa la storia degli altri. Le parole diventano vere così: quando trovano un gesto capace di abitarle.

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