don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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IL MAGISTERO DEL CAMMINO: LEONE XIV RILEGGE L’AFRICA

Cari amici, a sei giorni dal ritorno a Roma, Papa Leone XIV è tornato questa mattina sul viaggio apostolico che dal 13 al 23 aprile lo ha condotto in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Lo ha fatto durante l’Udienza generale, quando l’esperienza ancora recente ha potuto essere riletta con quella distanza sufficiente a distinguere ciò che appartiene alla cronaca da ciò che merita di rimanere come interpretazione del cammino compiuto.

Per noi questa catechesi possiede un interesse particolare, perché durante i giorni africani abbiamo cercato più volte di comprendere quale immagine del ministero petrino emergesse dalle parole e dai gesti di Leone XIV. Ora è il Papa stesso a consegnare una chiave attraverso la quale leggere l’insieme, e lo fa partendo da una definizione molto semplice del viaggio: essere Pastore per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio e portare un messaggio di pace dentro un tempo segnato dalle guerre e dalle violazioni del diritto internazionale.

L’ordine scelto da Leone XIV aiuta già a comprendere molto. Prima viene il ministero pastorale, perché Pietro parte per confermare i fratelli e incontrare le Chiese; dentro questa missione trova posto anche la responsabilità verso la storia, nella quale il Papa sente il dovere di parlare di pace, di dignità umana e di giustizia. La dimensione diplomatica non viene separata dalla fede e non costituisce un secondo registro indipendente, perché nasce dal modo in cui il Vangelo guarda l’uomo e i popoli.

La prima tappa, l’Algeria, viene riletta da Leone XIV come un ritorno alle radici della propria identità spirituale. La presenza nei luoghi di sant’Agostino gli ha permesso di incontrare ancora una volta il Padre della Chiesa che ha segnato profondamente la sua formazione, e proprio da questa memoria il Papa individua tre relazioni che il viaggio ha reso particolarmente visibili: quella con la grande stagione dei Padri, quella con il mondo islamico e quella con il continente africano.

Dietro queste immagini emerge una visione del dialogo che merita attenzione. Leone XIV ricorda l’accoglienza ricevuta in Algeria e la possibilità di vivere fraternamente anche tra persone appartenenti a religioni diverse quando ci si riconosce davanti a Dio con sincerità. Sant’Agostino viene richiamato come maestro nella ricerca di Dio e della verità, mostrando così che l’incontro con l’altro non richiede di mettere tra parentesi la domanda sulla verità, perché può diventare proprio uno dei luoghi nei quali quella ricerca viene vissuta con maggiore serietà.

Quando il Papa passa ai tre Paesi a maggioranza cristiana, il tono cambia e ritorna un’immagine evangelica che aveva accompagnato più volte il viaggio. Leone XIV racconta di avere sperimentato qualcosa di ciò che accadeva a Gesù davanti alle folle della Galilea, uomini e donne nei quali riconosce fame e sete di giustizia. Non è una comparazione costruita per nobilitare l’esperienza del viaggio, perché colloca il ministero del Papa dentro la sequela di Cristo e ricorda che Pietro può comprendere il proprio servizio soltanto restando davanti allo stesso popolo al quale il Signore continua a rivolgere le Beatitudini.

Il Camerun viene riletto soprattutto attraverso la domanda sulla pace e sulla riconciliazione. Nei giorni trascorsi nel Paese Leone XIV aveva affrontato ferite politiche e sociali profonde, parlando della corruzione, delle forme contemporanee di dipendenza e della necessità di costruire condizioni nelle quali la dignità delle persone possa essere realmente custodita. Nell’Udienza generale questi temi non diventano un’agenda parallela al Vangelo, perché vengono riconosciuti come luoghi nei quali la fede cristiana è chiamata a generare responsabilità.

L’Angola occupa uno spazio particolarmente significativo nella memoria del Papa. Leone XIV ripercorre la storia dolorosa del Paese e legge nella lunga prova attraversata anche un processo nel quale la Chiesa ha imparato a servire sempre più profondamente il Vangelo, la promozione umana, la riconciliazione e la pace. La formula con cui sintetizza questa maturazione, «Chiesa libera per un popolo libero», contiene una concezione precisa della presenza ecclesiale nella società.

La libertà della Chiesa non consiste nell’isolarsi dalla vita del popolo e neppure nel diventare una delle forze politiche che competono per orientarne il destino. Essa nasce dalla fedeltà al Vangelo, che permette alla comunità cristiana di servire l’uomo senza essere assorbita dagli interessi particolari e di continuare a parlare anche quando il potere, le ideologie o le promesse del momento rischiano di occupare tutto lo spazio della speranza.

Nel ricordo dell’Angola tornano anche i volti incontrati lungo il cammino. Il Papa pensa alle religiose e ai religiosi, ai catechisti che sostengono concretamente le comunità, agli anziani segnati dalla fatica e capaci ancora di comunicare la gioia del Vangelo. Sono immagini che impediscono alla rilettura del viaggio di diventare una sintesi costruita soltanto attraverso i grandi discorsi, perché una Chiesa si comprende anche osservando le vite nelle quali il Vangelo continua silenziosamente a prendere forma.

Quando Leone XIV arriva alla Guinea Equatoriale, il ricordo si concentra soprattutto sul carcere di Bata. I detenuti che cantavano, la richiesta di pregare per i loro peccati e per la loro libertà, il Padre nostro recitato insieme sotto una pioggia battente sono rimasti evidentemente impressi nella memoria del Papa, al punto che egli definisce quella scena un segno genuino del Regno di Dio.

È una affermazione che merita di essere custodita. Il Regno viene riconosciuto dentro uomini che non negano il proprio peccato e chiedono libertà, in un luogo nel quale la dignità potrebbe facilmente essere oscurata dalla colpa commessa. Ciò che avevamo visto durante la visita al carcere acquista ora una conferma ulteriore: la misericordia cristiana non consiste nel dichiarare irrilevante il male, perché permette all’uomo di riconoscerlo senza perdere la speranza che la propria storia possa ancora essere trasformata.

Anche l’incontro con i giovani di Bata ritorna nella catechesi. Leone XIV conserva il ricordo della festa, delle testimonianze e di quella ricerca di una crescita capace di tenere insieme libertà e responsabilità. Il futuro dell’Africa, così come il Papa lo ha incontrato, non viene identificato soltanto con lo sviluppo economico o con il cambiamento delle strutture, perché passa attraverso generazioni che imparano a esercitare la propria libertà riconoscendo il legame che essa possiede con il bene degli altri.

La rilettura del viaggio consente anche di vedere con maggiore chiarezza il posto che Leone XIV attribuisce alla Chiesa nella costruzione della società. Il Papa ricorda il dovere di riconoscere i diritti di tutti e di promuoverne l’effettivo rispetto, indicando nei settori della sanità e dell’educazione alcuni degli ambiti nei quali la presenza ecclesiale può continuare a diventare servizio concreto. La Chiesa annuncia Cristo e proprio questa fedeltà le permette di incontrare le condizioni nelle quali gli uomini vivono, crescono, soffrono e cercano un futuro.

Verso la conclusione della catechesi emerge forse il tratto più personale dell’intera rilettura. Leone XIV riconosce che il viaggio non ha significato soltanto portare qualcosa ai popoli visitati. Dice di avere ricevuto da loro una ricchezza inestimabile per il proprio cuore e per il proprio ministero.

È una frase che cambia la prospettiva con cui facilmente si raccontano i viaggi papali. Pietro parte per confermare i fratelli e ritorna avendo ricevuto dalla loro fede qualcosa che entra ormai nel suo ministero. L’incontro ecclesiale possiede questa reciprocità, perché la comunione non procede soltanto dal centro verso le periferie e le Chiese particolari non sono semplicemente destinatarie di ciò che Roma porta loro.

L’Africa che emerge dalle parole di Leone XIV non appare dunque come un continente osservato principalmente attraverso le sue povertà e le sue crisi. È una terra nella quale il Papa ha incontrato una fede capace di festa e di perseveranza, comunità segnate dalla prova, giovani che cercano una strada, persone ferite che continuano a pregare e Chiese chiamate ormai ad assumere con maturità la responsabilità della propria missione.

Questa Udienza generale consente finalmente di rileggere il viaggio senza dipendere soltanto dalle impressioni accumulate durante i dieci giorni africani. Leone XIV stesso indica il significato che desidera consegnare alla Chiesa: un viaggio pastorale nel quale Pietro ha incontrato il popolo di Dio, ha incoraggiato la sua fede, ha parlato alla storia con la luce del Vangelo e ha ricevuto dalle Chiese africane qualcosa che porterà con sé.

Forse è proprio questo il magistero più discreto lasciato dal cammino. Il Papa attraversa i luoghi, ascolta, celebra, parla e riparte; quando torna a Roma, ciò che ha incontrato entra nella memoria della Chiesa e diventa parte del modo in cui Pietro continua a esercitare il proprio ministero.

L’Africa, dopo questo viaggio, non rimane semplicemente una pagina conclusa dell’agenda pontificia. È entrata nel cuore e nel ministero di Leone XIV, e attraverso di lui continua a parlare alla Chiesa universale.

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