Cari amici, nel primo grande discorso pronunciato dopo l’arrivo in Guinea Equatoriale, Papa Leone XIV è entrato nella vita pubblica del Paese scegliendo una chiave che permette di andare molto più in profondità delle questioni contingenti. Davanti alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, il Papa ha richiamato sant’Agostino e la sua lettura della storia attraverso il tema delle due città, trasformando una pagina antica in un criterio capace di interrogare il presente.
Agostino parla della città di Dio e della città terrena, due realtà che attraversano insieme la storia e che non coincidono semplicemente con istituzioni, governi o confini geografici. Leone XIV ricorda che ogni uomo, attraverso le proprie decisioni, manifesta giorno dopo giorno a quale delle due intenda appartenere. La distinzione entra così immediatamente nella coscienza personale e pubblica, perché la città terrena prende forma quando prevalgono l’amore orgoglioso di sé, la brama del potere e la ricerca della gloria, mentre la città di Dio orienta l’esistenza verso una pace che nasce dalla giustizia e da un ordine morale capace di superare l’interesse immediato.
È dentro questa prospettiva che il Papa compie uno dei passaggi più significativi del discorso, richiamando il progetto della nuova capitale della Guinea Equatoriale, chiamata Ciudad de la Paz. Il nome, osserva Leone XIV, sembra quasi richiamare la Gerusalemme biblica e proprio per questo diventa una domanda rivolta a chi esercita responsabilità pubbliche e, più in generale, alla coscienza di un intero popolo: «Possa una tale decisione interrogare ogni coscienza su quale città voglia servire!».
Il Papa non discute il progetto urbanistico e non utilizza il nome della capitale come semplice espediente retorico. Lo assume come simbolo e gli restituisce un peso morale, perché chiamare una città con il nome della pace implica inevitabilmente chiedersi quale idea di pace si intenda costruire. La pace può essere proclamata nei nomi, nelle celebrazioni e nei programmi pubblici, ma acquista consistenza soltanto quando diventa criterio della giustizia, del rispetto della persona e della ricerca del bene comune.
La riflessione agostiniana permette così a Leone XIV di entrare nel terreno della Dottrina sociale della Chiesa senza trasformare il discorso in una lezione astratta. Il cristiano, ricorda il Papa, vive nella città terrena e non è estraneo alla vita politica, perché è chiamato a portare dentro di essa una coscienza formata dal Vangelo. La Città di Dio non offre un programma politico pronto da applicare e non sostituisce le responsabilità proprie delle istituzioni; offre però criteri attraverso i quali giudicare le scelte, verificare le priorità e interrogarsi sulla direzione assunta dalla società.
In questo quadro Leone XIV richiama la grande tradizione sociale inaugurata da Leone XIII con la Rerum novarum. Le “cose nuove” di ogni epoca cambiano volto, e proprio per questo richiedono un discernimento continuamente rinnovato. Il Papa osserva che oggi l’esclusione è diventata una delle forme più evidenti dell’ingiustizia sociale e descrive un paradosso che appartiene profondamente al nostro tempo: milioni di persone possono avere accesso ai telefoni cellulari, ai social network e perfino agli strumenti dell’intelligenza artificiale, mentre continuano a mancare terra, cibo, abitazione e lavoro dignitoso.
La modernizzazione, dunque, non coincide automaticamente con lo sviluppo umano. Una società può disporre di tecnologie sempre più avanzate e continuare a lasciare irrisolte le domande elementari della dignità, e proprio questa distanza obbliga la politica a interrogarsi sulle proprie priorità. Leone XIV richiama perciò la destinazione universale dei beni e la solidarietà, ricordando che le autorità civili hanno il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono uno sviluppo realmente integrale.
Il discorso acquista una forza ancora maggiore quando il Papa collega la rapidissima evoluzione tecnologica alla crescente ricerca di materie prime. Petrolio, minerali e risorse strategiche diventano sempre più spesso oggetto di una competizione capace di dimenticare la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro e la tutela della salute. Leone XIV richiama in questo contesto Papa Francesco e la sua denuncia di un’economia dell’esclusione, osservando che dietro molti conflitti contemporanei continua ad agire anche la volontà di controllare giacimenti e risorse, talvolta senza rispetto per il diritto internazionale e per l’autodeterminazione dei popoli.
È importante notare come il Papa tenga insieme l’analisi sociale e la responsabilità morale. Le dinamiche economiche e tecnologiche non vengono presentate come forze anonime e inevitabili, perché dietro ogni sistema rimangono decisioni umane e quindi coscienze chiamate a rispondere delle proprie scelte. Proprio qui il richiamo alla città di Agostino ritrova tutta la sua forza: la storia non è un luogo nel quale l’uomo possa dichiararsi neutrale, perché ogni scelta contribuisce a costruire una forma di convivenza piuttosto che un’altra.
Dentro questa riflessione Leone XIV pronuncia anche una parola che riguarda direttamente il rapporto tra religione e potere. Il nome di Dio, afferma, non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza o dalla discriminazione, e soprattutto non può essere invocato per giustificare decisioni e azioni di morte. È un richiamo che supera largamente i confini della Guinea Equatoriale e raggiunge ogni contesto nel quale il linguaggio religioso rischia di diventare copertura di interessi politici, nazionali o economici.
Il Papa chiarisce nello stesso tempo quale contributo la Chiesa intenda offrire alla vita pubblica. La sua missione non consiste nell’occupare lo spazio dello Stato o nel sostituirsi alla responsabilità tecnica e politica delle istituzioni. La Chiesa serve la società formando le coscienze attraverso il Vangelo, offrendo criteri morali e principi etici, nel rispetto della libertà delle persone e dell’autonomia dei popoli e dei loro governi.
È una distinzione importante, perché permette alla presenza cristiana di essere realmente libera. La Chiesa non ha bisogno di governare per poter parlare alla coscienza e non deve rinunciare alla propria parola per rispettare l’autonomia della politica. Proprio mantenendo chiara la propria natura può ricordare che nessuna istituzione è sufficiente a se stessa e che il bene comune richiede uomini capaci di interrogarsi sul significato morale delle proprie decisioni.
Nella parte conclusiva del discorso Leone XIV guarda soprattutto ai giovani e insiste sulla necessità di nuove visioni e di un patto educativo capace di offrire loro spazio e fiducia. Il futuro di un Paese giovane, come egli definisce la Guinea Equatoriale, non può essere costruito soltanto attraverso infrastrutture e crescita economica, perché ha bisogno di coscienze libere, responsabili e capaci di credere nella pace anche quando essa richiede scelte controcorrente.
La Città di Dio torna così nell’ultima parte del discorso come promessa e come compito. È città della pace perché nasce da un ordine nel quale il dominio lascia spazio al servizio e il bene non viene riservato a pochi. Leone XIV richiama le immagini bibliche delle spade trasformate in vomeri e del banchetto finalmente condiviso, facendo comprendere che la pace cristiana non consiste semplicemente nell’assenza del conflitto, ma in una forma di convivenza nella quale la dignità e i beni della terra possano essere realmente partecipati.
Il discorso di Malabo acquista così un significato che va oltre la circostanza diplomatica nella quale è stato pronunciato. Leone XIV non offre alla Guinea Equatoriale un modello politico già confezionato e non evita le domande che la sua storia e il suo sviluppo pongono alla coscienza pubblica. Riprende piuttosto sant’Agostino per ricordare che ogni società viene costruita attraverso le scelte concrete degli uomini e che il nome della pace acquista verità soltanto quando viene servito attraverso la giustizia.
La domanda posta dal Papa alla nuova capitale diventa allora una domanda che raggiunge anche noi: quale città stiamo contribuendo a costruire attraverso le nostre decisioni?
È una domanda che non si risolve con una dichiarazione di appartenenza, perché chiede di essere risposta dentro la storia, giorno dopo giorno, attraverso il modo in cui esercitiamo il potere, utilizziamo i beni, guardiamo i poveri e scegliamo quale idea dell’uomo vogliamo servire.
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