don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

IL SAPERE DEVE RESTARE AL SERVIZIO DELLA VERITÀ

Cari amici, nel pomeriggio trascorso a Malabo Papa Leone XIV è entrato in uno dei luoghi nei quali si prepara concretamente il futuro di un Paese: l’università. L’occasione era l’inaugurazione del nuovo campus dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale, che porta il suo nome, ma fin dalle prime parole il Papa ha sottratto l’incontro al rischio della celebrazione formale, ricordando che l’apertura di una sede universitaria possiede un significato molto più grande dell’ampliamento di alcune strutture destinate allo studio.

Dietro un’università c’è infatti sempre una scelta sull’uomo che si desidera formare e sulla società che si vuole costruire. Leone XIV lo dice con chiarezza quando presenta questa inaugurazione come un gesto di fiducia nell’essere umano e come la decisione di continuare a investire nella formazione delle nuove generazioni, affidando loro un compito esigente: cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune. L’università viene così collocata dentro una responsabilità che supera il conseguimento di un titolo e la preparazione a una professione, perché riguarda il modo in cui una persona impara a comprendere la realtà e ad abitare responsabilmente la storia.

Per spiegare questa missione il Papa sceglie un’immagine profondamente legata alla Guinea Equatoriale, quella della ceiba, l’albero nazionale, capace di affondare le radici nel terreno e nello stesso tempo di elevarsi con un tronco possente e una chioma ampia. Leone XIV vede in questo albero quasi una parabola dell’università, che può crescere veramente soltanto quando rimane radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva del proprio popolo e nella ricerca perseverante della verità.

È un’immagine particolarmente felice perché permette di tenere insieme radicamento e apertura. Un’università che perde il rapporto con la storia e con la cultura nella quale vive rischia di diventare un luogo astratto, mentre una formazione che si chiude dentro ciò che già conosce finisce per perdere la capacità di cercare. La ceiba suggerisce invece una crescita che parte dalle radici e proprio per questo può elevarsi, offrendo alle nuove generazioni qualcosa che supera gli strumenti necessari alla riuscita professionale: ragioni per vivere, criteri per discernere e motivazioni per servire.

A questo punto il discorso compie un passaggio ancora più profondo, perché Leone XIV porta l’immagine dell’albero dentro la storia biblica e richiama il libro della Genesi. Accanto all’albero della vita si trova l’albero della conoscenza del bene e del male, e il Papa avverte subito che quel racconto non può essere interpretato come una condanna del sapere, quasi che la fede cristiana guardasse con sospetto l’intelligenza o temesse il desiderio umano di conoscere.

L’uomo è stato creato capace di conoscere, nominare, discernere e interrogarsi sul significato di ciò che incontra. Il problema nasce quando questa capacità smette di accogliere la realtà e comincia a volerla piegare alla propria misura. Leone XIV individua qui una deformazione molto sottile del sapere: la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso, perde il carattere di cammino verso la sapienza e si trasforma nella presunzione di poter decidere autonomamente che cosa il reale debba essere.

È difficile ascoltare queste parole senza pensare alla cultura nella quale viviamo. La crescita impressionante delle possibilità scientifiche e tecnologiche ha consegnato all’uomo strumenti che fino a pochi decenni fa sarebbero sembrati impensabili, e proprio questa capacità rende ancora più urgente la domanda sul rapporto tra ciò che possiamo fare e ciò che è bene fare. Il sapere diventa autenticamente umano quando mantiene il rapporto con la verità; quando invece la realtà viene considerata soltanto come materiale disponibile per i nostri desideri, anche l’intelligenza può trasformarsi in una forma di dominio.

Il Papa introduce allora un secondo albero, quello della Croce. Qui il discorso raggiunge forse il suo punto più alto, perché la Croce viene presentata come redenzione dell’intelligenza umana e del suo desiderio di conoscere. Se nel racconto della Genesi compare la tentazione di un sapere separato dalla verità e dal bene, nel Crocifisso appare una verità che non si impone attraverso il dominio e non si lascia possedere come uno strumento, perché si offre nell’amore.

Da questa prospettiva nasce una delle affermazioni più significative dell’intervento: la verità non viene fabbricata dall’uomo, non può essere manipolata secondo la convenienza e non diventa un trofeo da possedere. Essa precede chi la cerca e chiede perciò di essere accolta con umiltà, cercata seriamente e servita con responsabilità. È un modo molto preciso di descrivere anche la vocazione dell’università, che perde la propria natura quando il sapere viene subordinato all’ideologia, al prestigio o all’interesse e ritrova invece la propria grandezza quando rimane disponibile ad ascoltare ciò che la realtà stessa rivela.

Leone XIV affronta così anche il rapporto tra fede e ragione, rifiutando l’idea che Cristo debba essere invocato là dove l’intelligenza non riesce più a procedere. La fede cristiana non comincia nel punto in cui la ragione viene costretta a fermarsi, perché in Cristo, dice il Papa, si manifesta una profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La fede libera la ricerca dalla presunzione dell’autosufficienza e la apre a una pienezza che la ragione può desiderare e cercare, pur senza pretendere di racchiuderla interamente dentro i propri strumenti.

Questa visione permette anche di comprendere quale debba essere il frutto dell’università. Leone XIV ricorre ancora all’immagine dell’albero e ricorda che non basta produrre frutti in quantità, perché occorre verificarne la qualità. Anche un’istituzione accademica, dunque, non può misurarsi soltanto attraverso il numero dei laureati, l’estensione delle infrastrutture o il prestigio dei propri programmi; il criterio decisivo rimane la qualità umana delle persone che consegna alla società.

Il successo di un percorso educativo appare allora nel modo in cui conoscenza e rettitudine riescono a stare insieme, quando la competenza viene accompagnata dalla sapienza e l’eccellenza diventa capacità di servizio. Il Papa riprende così implicitamente quanto era già emerso nelle testimonianze ascoltate all’inizio dell’incontro: educare significa accompagnare una persona nella scoperta di ciò che è e della responsabilità alla quale viene chiamata.

Il nuovo campus porta il nome di Leone XIV, e il Papa stesso ha avuto la delicatezza di relativizzare questo onore, spiegando che un’intitolazione simile acquista significato soltanto nella misura in cui rimanda ai valori che insieme si desidera trasmettere. Il suo nome sulla facciata dell’università avrebbe quindi poco valore se quel luogo smettesse di cercare la verità, di formare integralmente la persona e di mettere il sapere al servizio del bene comune.

Questo incontro con il mondo della cultura completa in modo significativo ciò che il Papa aveva detto poche ore prima alle autorità. Nel Palazzo presidenziale Leone XIV aveva chiesto quale città si desiderasse costruire; nell’università mostra dove si formano, almeno in parte, gli uomini e le donne che dovranno costruirla. Una società capace di futuro ha bisogno di conoscenze e di competenze, e ha bisogno nello stesso tempo di persone che sappiano per quale ragione utilizzare ciò che hanno imparato.

La questione posta dal Papa raggiunge quindi ben oltre il campus di Malabo. Ogni epoca deve decidere che cosa vuole fare del proprio sapere. Può utilizzarlo per appropriarsi sempre più profondamente della realtà, oppure può lasciarsi educare da essa e riconoscere che la conoscenza diventa sapienza soltanto quando rimane unita alla verità e alla responsabilità.

La ceiba scelta da Leone XIV rimane allora un’immagine particolarmente bella per questa giornata. Le sue radici ricordano che nessuna crescita è possibile senza memoria e senza verità; i suoi rami mostrano che il sapere deve aprire orizzonti; i suoi frutti chiedono di essere giudicati dalla qualità umana della vita che generano.

È questa, in fondo, la responsabilità affidata oggi all’università della Guinea Equatoriale: formare persone capaci di conoscere senza trasformare il sapere in dominio e di mettere ciò che hanno ricevuto al servizio della vita degli altri.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere