Cari amici, mentre Papa Leone XIV lascia il Camerun e prosegue il viaggio verso l’Angola, mi sembra utile fermarsi per qualche momento su ciò che questa tappa ha mostrato del suo ministero. Abbiamo seguito molti incontri, ascoltato parole rivolte alle autorità e alla Chiesa, attraversato con lui Bamenda, Douala e Yaoundé, incontrando bambini, malati, giovani e comunità segnate dalla violenza. Ora che il Camerun rimane alle spalle, emerge con maggiore chiarezza un filo che ha tenuto insieme tutto: Leone XIV ha affrontato problemi molto concreti senza permettere che fossero essi a diventare il centro ultimo del viaggio.
È arrivato come successore di Pietro.
Questa affermazione potrebbe sembrare scontata, e proprio per questo rischia di non essere presa abbastanza sul serio. Un Papa che parla della pace, della corruzione, della povertà, dell’educazione o delle trasformazioni tecnologiche può essere facilmente letto come una autorevole voce morale internazionale, una delle poche ancora capaci di attirare l’attenzione su questioni che riguardano l’umanità intera. In Camerun, però, Leone XIV ha mostrato continuamente che il suo sguardo su questi problemi nasce da un luogo più profondo: dalla fede in Cristo e dal compito ricevuto di confermare i fratelli.
A Bamenda questo è apparso con particolare forza. Davanti a una popolazione segnata da anni di conflitto, il Papa non ha negato la gravità delle ferite e non ha attenuato il giudizio sulla situazione. Ha parlato della necessità di cambiare, di ricostruire e di non rimandare indefinitamente la responsabilità della pace. Nella stessa omelia ha però riportato tutto alla testimonianza degli Apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini». Da questa obbedienza Leone XIV fa nascere la libertà interiore, la capacità di giudicare il male e il coraggio di non rassegnarsi ad esso, arrivando a ricordare che solo Dio libera e che la sua Parola apre veri sentieri di libertà.
È un passaggio decisivo, perché impedisce di separare la denuncia profetica dalla sua sorgente. La Chiesa non diventa profetica semplicemente quando alza la voce contro un’ingiustizia; lo diventa quando la propria parola nasce dall’obbedienza a Dio e proprio per questo conserva una libertà che nessun potere umano può concederle o toglierle.
Anche nelle altre tappe del Camerun questa struttura è rimasta riconoscibile. A Douala, davanti alla moltiplicazione dei pani, il Papa ha guardato alle forme concrete della fame e alla responsabilità che esse pongono alla società e alla Chiesa, conducendo poi il discorso verso Cristo che si dona come nutrimento. Nell’ospedale ha scelto la vicinanza silenziosa alla fragilità; nel mondo universitario ha parlato della coscienza, della verità e della libertà necessaria per abitare il nuovo senza essere assorbiti dalle sue logiche.
Sono temi differenti e appartengono a luoghi molto diversi, eppure non compongono un’agenda dispersa. Leone XIV li riconduce continuamente alla domanda su quale uomo nasca dall’incontro con Cristo e su quale forma assuma una società quando la dignità della persona viene riconosciuta come qualcosa che precede l’interesse, l’efficienza e il potere.
Anche il rapporto con i bambini aveva mostrato questa stessa radice. Entrando nell’orfanotrofio Ngul Zamba, il Papa aveva parlato del Padre che conosce ciascuno, di Gesù come Fratello maggiore e della grande famiglia di Dio nella quale nessuno viene dimenticato. La tenerezza del gesto non aveva bisogno di essere contrapposta all’annuncio cristiano, perché nasceva precisamente da esso.
Mi sembra che proprio qui il viaggio camerunense aiuti a evitare una riduzione molto frequente del ministero petrino. Quando il Papa affronta problemi sociali, qualcuno teme che Cristo passi in secondo piano; quando insiste esplicitamente sulla fede, altri rischiano di aspettarsi un linguaggio continuamente costruito sullo scontro. In Camerun le due cose non sono state separate, perché Leone XIV ha parlato della storia proprio a partire dalla fede e ha annunciato Cristo senza trasformare ogni parola in una contrapposizione.
Il ministero di Pietro non consiste nel rendere la Chiesa più rumorosa. Consiste nel custodirla nell’unità della fede, confermarla quando attraversa la prova e aiutarla a riconoscere Cristo come il criterio dal quale leggere anche le questioni più concrete della vita.
L’omelia conclusiva del 18 aprile rende questo particolarmente evidente. Davanti alla Chiesa camerunense il Papa utilizza l’immagine della barca nella tempesta e ricorda che la fede non elimina i tumulti e le tribolazioni, mentre Cristo continua ad avvicinarsi ai discepoli dicendo: «Sono io, non abbiate paura». Al termine della celebrazione raccoglie il congedo in una consegna chiarissima: «Popolo di Dio che vivi e cammini in Camerun, non temere! Rimani saldamente unito a Cristo Signore!».
Queste parole permettono di rileggere tutto ciò che era venuto prima. Il Papa ha potuto parlare di pace perché la pace di Cristo non coincide semplicemente con l’assenza del conflitto. Ha potuto parlare di libertà perché l’obbedienza a Dio rende la coscienza capace di non piegarsi al male. Ha potuto parlare della responsabilità politica e della corruzione perché il Vangelo riguarda anche il modo concreto in cui l’uomo esercita il potere. Ha potuto parlare di educazione e tecnologia perché la verità cristiana non teme la ricerca e chiede che ogni progresso rimanga al servizio della persona.
Il risultato non è una sovrapposizione tra religione e politica. È esattamente il contrario: il Papa non pretende di offrire soluzioni tecniche a problemi che appartengono alla responsabilità delle istituzioni e dei popoli, mentre richiama continuamente il criterio umano e spirituale senza il quale anche le migliori strutture possono essere svuotate dall’interno.
Questo è forse uno degli aspetti più importanti del ministero petrino nel nostro tempo. La Chiesa vive dentro un mondo nel quale le questioni si intrecciano con una rapidità sconosciuta alle generazioni precedenti, e il Papa è inevitabilmente chiamato a incontrare situazioni politiche, sociali e culturali molto diverse. La fedeltà a Cristo non consiste nel sottrarsi a queste realtà, perché il Vangelo riguarda l’uomo reale e la storia reale. Consiste nel non permettere che esse assorbano il centro della missione.
In Camerun Leone XIV ha mostrato proprio questo equilibrio. Non ha evitato le ferite e non le ha trasformate nel contenuto ultimo della sua presenza. Le ha attraversate portando con sé la domanda cristiana su ciò che salva l’uomo e gli restituisce libertà.
Qui possiamo comprendere anche qualcosa del rapporto tra il Papa e il Concilio Vaticano II. La Chiesa è chiamata a leggere i segni dei tempi e a parlare all’uomo contemporaneo, e questa apertura non ha senso se viene interpretata come una sostituzione di Cristo con le preoccupazioni del mondo. Il dialogo cristiano nasce proprio perché la Chiesa crede che Cristo abbia qualcosa da dire all’uomo concreto dentro le sue domande, le sue paure e le sue trasformazioni.
Per questo il linguaggio pastorale non deve essere valutato soltanto dalla quantità di formule esplicite che contiene o dalla durezza con cui viene pronunciato. La domanda decisiva rimane se conduca realmente a Cristo, se formi la coscienza, se apra alla conversione e se renda il Vangelo capace di raggiungere uomini che spesso non possiedono più il linguaggio religioso nel quale la Chiesa era abituata a esprimersi.
Il Camerun ha offerto esempi molto concreti di questa forma del ministero. Il Papa ha potuto parlare con le autorità senza diventare un uomo politico, stare con i poveri senza ridurre la Chiesa a una organizzazione assistenziale, rivolgersi agli universitari senza trasformarsi in un sociologo e chiedere la pace senza dimenticare che la riconciliazione cristiana nasce da una conversione più profonda del semplice compromesso.
Tutto questo appartiene al compito di Pietro quando viene vissuto come servizio alla fede.
Forse per questo la frase conclusiva della visita rimane quella più adatta a custodirne il senso. Il Papa non lascia al Camerun una teoria sul proprio futuro e non consegna un programma politico da applicare. Dice: rimanete saldamente uniti a Cristo.
È lì che il Vicario di Cristo riconduce la Chiesa, ed è precisamente lì che il suo ministero trova la propria misura.
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