L’ultimo messaggio di Papa Leone XIV alla Chiesa che è in Camerun
Cari amici, l’ultima Messa celebrata da Papa Leone XIV in Camerun ha avuto il tono di una consegna più che di una conclusione. Dopo giorni nei quali il Pontefice aveva incontrato le autorità, i bambini, una Chiesa ferita dal conflitto, i malati, i giovani e il mondo universitario, il congedo avviene attraverso una pagina evangelica che sembra raccogliere tutto il cammino compiuto: la barca sul lago, il buio, il vento contrario e i discepoli che faticano mentre Gesù viene loro incontro sulle acque.
Leone XIV non usa questa immagine per offrire una consolazione generica. Dice con chiarezza che la fede non risparmia i credenti dalle tribolazioni e che ci sono momenti nei quali la paura sembra avere la meglio. È una osservazione molto concreta, soprattutto rivolta a una Chiesa che conosce davvero cosa significhino il conflitto, l’instabilità, la povertà, la fatica quotidiana e l’incertezza sul futuro. La fede cristiana non promette una traversata senza vento; promette che Cristo non abbandona la barca quando il vento diventa più forte.
Il Papa si ferma sulla versione giovannea del racconto, nella quale «era ormai buio» e Gesù si avvicina ai discepoli dicendo: «Sono io, non abbiate paura». Nella Scrittura le acque profonde possono evocare il caos, il pericolo e perfino la morte, ma appartengono anche alla memoria dell’Esodo, quando proprio ciò che sembrava invalicabile diventa il luogo attraverso il quale Dio apre una strada di libertà. È dentro questa tensione che il Papa legge la vita cristiana: ciò che appare soltanto come minaccia può diventare anche il luogo nel quale si manifesta la fedeltà del Signore.
La Chiesa stessa, ricorda Leone XIV, ha conosciuto molte volte nella storia tempeste e venti contrari. Non si tratta dunque di una immagine riservata alle crisi personali, perché riguarda anche i momenti nei quali una comunità ecclesiale si sente fragile, divisa o incapace di comprendere verso quale direzione stia andando. Proprio allora la presenza di Cristo impedisce alla paura di diventare il criterio con cui leggere tutto ciò che accade.
Questo passaggio assume un significato particolare dopo Bamenda. Il Papa ha attraversato una regione segnata dalla violenza e ha ascoltato una popolazione che porta addosso le conseguenze di anni di conflitto. Ora, nel momento del congedo, non promette che ogni difficoltà verrà rapidamente risolta e non trasforma la fede in una scorciatoia spirituale. Ricorda piuttosto che la Chiesa continua a navigare quando resta unita a Cristo e non permette alla tempesta di decidere da sola il senso della traversata.
Da qui l’omelia si apre alla responsabilità reciproca. Gesù raggiunge i discepoli dentro il pericolo e questa vicinanza diventa il criterio con cui anche i cristiani sono chiamati a stare accanto agli altri. Leone XIV afferma che nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti alle avversità della vita e chiede alle comunità di costruire forme concrete di solidarietà e di aiuto reciproco, capaci di entrare nelle crisi sociali, politiche, sanitarie ed economiche che attraversano la vita delle persone.
È un punto decisivo, perché il Papa rifiuta ancora una volta quella separazione tra fede e vita sociale che ha attraversato molte delle sue parole in Camerun. La fede, afferma, non divide ciò che è spirituale da ciò che è sociale, perché il cristiano che riconosce Cristo non può rimanere estraneo alla sofferenza di chi gli vive accanto. La preghiera e la carità non appartengono a due ambiti indipendenti; l’incontro con il Signore educa a vedere con maggiore responsabilità la povertà, l’ingiustizia e la fragilità.
Questo non significa trasformare la Chiesa in una organizzazione politica. Il Papa chiede invece qualcosa di più profondo: che la dimensione spirituale ed etica del Vangelo entri anche nelle strutture della vita comune, affinché esse diventino strumenti di servizio e non luoghi dominati dall’interesse o dal conflitto. È un richiamo che prosegue quanto Leone XIV aveva già detto davanti alle autorità e che ora viene consegnato direttamente alla comunità cristiana.
L’omelia richiama anche la prima crisi della Chiesa narrata negli Atti degli Apostoli, quando alcuni membri della comunità vengono trascurati e il malcontento comincia a crescere. Gli Apostoli non negano il problema e non pretendono che tutto possa continuare come prima. Discernono, scelgono persone adatte e modificano l’organizzazione della comunità affinché nessuno rimanga escluso.
Da questo episodio Leone XIV ricava una lezione che riguarda anche la vita delle famiglie e delle società. Ci sono momenti nei quali è necessario cambiare abitudini e strutture perché la dignità della persona rimanga realmente al centro e perché disuguaglianze ed emarginazioni non vengano semplicemente accettate come elementi inevitabili della realtà.
Qui si comprende anche il riferimento alla cura preferenziale dei poveri. Il Papa la collega direttamente al mistero dell’Incarnazione, ricordando che Dio, facendosi uomo, si è identificato con gli ultimi. La vicinanza ai poveri non nasce quindi da una sensibilità accessoria e neppure da una particolare stagione della vita ecclesiale; appartiene all’identità cristiana perché nasce dal modo in cui Dio stesso ha scelto di entrare nella storia.
Tutto questo rende molto più intenso il saluto finale alla Chiesa camerunense. Leone XIV la definisce viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, capace di custodire una varietà che può diventare armonia. Non nasconde i venti contrari che continueranno a soffiare e non consegna l’illusione di una Chiesa finalmente sottratta alle prove. Chiede piuttosto di fare spazio a Gesù e di permettere che anche le difficoltà diventino occasioni per crescere nel servizio, nella condivisione, nell’ascolto e nella preghiera.
Mi sembra che proprio qui emerga il tratto più bello di questa ultima omelia. Il Papa non lascia al Camerun una formula destinata a chiudere elegantemente una visita apostolica. Lascia una immagine dentro la quale quella Chiesa potrà riconoscersi anche quando l’entusiasmo di questi giorni sarà terminato e torneranno i problemi ordinari, le tensioni e le lentezze della vita reale.
La barca continuerà a navigare. Il vento non cesserà necessariamente. Cristo continuerà però a raggiungerla.
Nel ringraziamento finale, Leone XIV raccoglie tutta questa consegna in poche parole rivolte direttamente al popolo: «Popolo di Dio che vivi e cammini in Camerun, non temere! Rimani saldamente unito a Cristo Signore!». Non è difficile vedere in questa frase il vero congedo del Papa. Dopo aver parlato molto della pace, della responsabilità, della corruzione, della formazione, della cura e della missione, riconduce tutto al punto dal quale ogni cosa cristiana deve partire e al quale deve sempre ritornare: Cristo.
Forse è proprio questo che il viaggio in Camerun ha mostrato con maggiore chiarezza. La Chiesa non viene resa forte dall’assenza delle tempeste e neppure dalla capacità di prevederle tutte. Diventa più libera quando riconosce chi è nella barca con lei e permette a quella presenza di cambiare il modo in cui guarda la paura, il conflitto e la fragilità.
Il Papa parte lasciando questa certezza a un popolo che continuerà il proprio cammino. La tempesta può ancora esserci. La barca non è vuota.
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