don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

ANGOLA: IL VIAGGIO ENTRA IN UNA TERRA FERITA E CREDENTE

Cari amici, il viaggio apostolico di Papa Leone XIV compie oggi un passaggio che cambia sensibilmente il tono di questi giorni africani. La mattina si apre ancora in Camerun, con la celebrazione eucaristica all’aeroporto di Yaoundé e con l’ultima consegna rivolta a quella Chiesa; poche ore dopo il Papa raggiunge Luanda, dove lo attendono il Presidente della Repubblica, le autorità civili, il corpo diplomatico e, in serata, i vescovi dell’Angola. Il programma potrebbe essere letto come una successione inevitabile di appuntamenti ufficiali, mentre introduce in realtà dentro un Paese nel quale la fede cattolica possiede una presenza vastissima e la storia recente continua a lasciare domande molto concrete sulla pace, sulla giustizia e sul futuro.

Il congedo dal Camerun accompagna questa nuova tappa con una parola che difficilmente può essere dimenticata: rimanere saldamente uniti a Cristo anche quando la barca attraversa la tempesta. Leone XIV lascia una terra nella quale ha incontrato direttamente le conseguenze della violenza, ha parlato della corruzione e della responsabilità pubblica, ha chiesto ai giovani di custodire una coscienza libera e ha mostrato che l’annuncio cristiano raggiunge la storia proprio quando non teme di entrare nelle sue ferite. Quello che abbiamo ascoltato in Camerun non si chiude dunque con la partenza dell’aereo, perché diventa inevitabilmente una chiave con cui guardare ciò che il Papa incontrerà ora in Angola.

Luanda introduce in una realtà diversa. L’Angola è un Paese nel quale la Chiesa cattolica possiede radici profonde e una presenza capillare, sostenuta da diocesi, parrocchie, sacerdoti, religiosi, religiose e da una rete vastissima di catechisti che continua a svolgere un ruolo decisivo nella trasmissione della fede. Dietro questa vitalità ecclesiale rimane però una società segnata da forti disuguaglianze, da una lunga memoria di conflitti e dalla fatica di trasformare le grandi risorse del Paese in condizioni di vita realmente migliori per tutti.

È proprio questa distanza tra possibilità e vita concreta a rendere particolarmente significativo l’incontro del Papa con le autorità. Quando Leone XIV parlerà al Presidente, alla società civile e al corpo diplomatico, entrerà in una storia nella quale la pace non può essere considerata semplicemente come la fine della guerra, perché deve ancora diventare possibilità di partecipazione, educazione, lavoro e sviluppo condiviso. Un Paese può possedere risorse immense e continuare a conoscere povertà diffuse; può raggiungere stabilità istituzionale e lasciare ancora molte persone ai margini. La questione diventa allora comprendere quale sviluppo sia capace di raggiungere davvero l’uomo e di non misurarsi soltanto attraverso gli indicatori economici.

Fin dalle prime parole pronunciate a Luanda, il Papa avrebbe mostrato di voler entrare proprio da questa porta, presentandosi come pellegrino alla ricerca dei segni della presenza di Dio in una terra amata e richiamando immediatamente le vittime delle recenti inondazioni nella provincia di Benguela. Il gesto dice già qualcosa del modo in cui Leone XIV guarda un Paese: prima delle analisi vengono le persone, prima delle grandi prospettive rimangono i volti concreti di coloro che portano le conseguenze delle fragilità sociali e ambientali.

Questo rende ancora più interessante il rapporto tra la visita alle istituzioni e l’incontro serale con i vescovi. L’Angola che il Papa incontra non è soltanto una realtà politica o economica e non è soltanto una grande comunità cattolica; le due dimensioni si attraversano continuamente, perché una Chiesa così diffusa assume inevitabilmente una responsabilità anche nella formazione delle coscienze, nell’educazione dei giovani, nella cura delle persone fragili e nella capacità di mantenere viva la speranza là dove il tessuto sociale rischia di indebolirsi.

Il colloquio con i vescovi consentirà probabilmente di entrare in problemi che una cerimonia pubblica non può mostrare completamente. Una Chiesa numerosa e giovane porta con sé grandi possibilità e insieme grandi esigenze: la formazione del clero, la preparazione dei catechisti, l’accompagnamento delle nuove generazioni, la presenza nelle periferie, il rapporto tra evangelizzazione e promozione umana. La vitalità ecclesiale non dispensa dalla responsabilità, perché proprio una presenza così vasta rende ancora più evidente quanto il Vangelo debba raggiungere la vita concreta delle persone e contribuire alla crescita di una società nella quale la dignità non rimanga soltanto proclamata.

Anche per questo eviterei di leggere la tappa angolana come una parentesi istituzionale tra gli incontri pastorali del Camerun e quelli che verranno nei prossimi giorni. Leone XIV entra in Angola portando con sé un criterio già emerso con chiarezza: la fede cristiana non osserva da lontano le crisi di un popolo e non si limita ad aggiungere parole religiose alle difficoltà della storia. Forma persone capaci di attraversarle senza perdere la verità sull’uomo e chiede alla Chiesa di diventare presenza che educa, riconcilia e serve.

Sarà interessante vedere come questo criterio prenderà forma nelle parole rivolte alle autorità e, subito dopo, nella relazione più interna con l’episcopato angolano. Il primo incontro riguarda la responsabilità di chi governa e di chi costruisce la vita pubblica; il secondo riguarda una Chiesa chiamata ad annunciare Cristo dentro quella stessa storia. Sono ambiti distinti e proprio per questo il loro accostamento può mostrare con particolare chiarezza che cosa significhi per il Papa parlare alla società senza confondere la missione ecclesiale con quella politica.

L’Angola che Leone XIV raggiunge oggi è dunque una terra credente e nello stesso tempo una terra che continua a portare ferite profonde. La sua grande presenza cattolica non permette di considerare la fede come un elemento marginale della vita nazionale, mentre le disuguaglianze e le fragilità sociali impediscono di accontentarsi dei numeri o delle appartenenze dichiarate.

Il viaggio entra così in una nuova domanda: che cosa significa essere una Chiesa numerosa dentro un Paese nel quale tante persone attendono ancora che la pace raggiunga concretamente la loro vita?

Le prossime ore ci diranno quale risposta Leone XIV intende consegnare all’Angola.

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